Scrivere è sempre nascondere qualcosa, in modo che poi venga scoperto.

- Italo Calvino -

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31.10.11

La notte delle Zucche


La notte era gelida, scura e brillante. Il cielo era cosparso di piccoli e lucenti diamanti, cuciti sul velluto nero della mezzanotte. Un venticello birbante invitava le foglie in un ballo lento, in un turbinio di rosso, giallo e arancione. I lampioni di luce bianca illuminavano lo scalpitio d'ali di qualche pipistrello in cerca di un pasto. Una stella attraversò il cielo con un bagliore e lei chiuse gli occhi in un sorriso, trovando subito il suo desiderio...

Lumilla se ne stava seduta sui gradini gelati del vialetto di casa. Il suo tutù giallo e nero la incorniciava nel silenzio della notte. Quell'anno era vestita da ape. Contava il suo bottino e con cura divideva la cioccolata dai marsh-mallows, gli zuccherini dalle mentine, i biscotti dai cornetti. Quest'anno era andata proprio bene. Prima di rientrare in casa doveva aspettare Gilbert, suo fratello maggiore che, come al solito, era in ritardo. Si erano accordati per bene, in modo che i genitori li lasciassero in pace almeno la vigilia di Ognissanti. Però faceva freddo, dove si era cacciato quel briccone? Per ingannare l'attesa, Lumilla decise di scartare una delle barrette cioccolatose che si era guadagnata. La carta era di un argento scintillante, con delle saette blu elettrico e la scritta rosso lacca. Si aprì facilmente e l'aroma intenso della cioccolata raggiunse il nasino a punta della bambina, che già si leccava i baffi. Mentre stava addentando il primo pezzetto, una luce dalla strada catturò l'attenzione di Lumilla. Doveva essere lui... finalmente. Si alzò e fece qualche passo per andargli incontro, ma subito notò che quella non era l'auto del fratello. Due fari gialli e rotondi non le permettevano di vedere altro, però Gilbert aveva appena ritirato il suo catorcio a quattro ruote che di certo non aveva fari di ultima generazione come quelli che le stavano di fronte. Dall'abitacolo si sentiva una musica elettronica a tutto volume... doveva essere qualche amico imbecille di Gilbert, per forza. C'era un però. Se quella super-car fosse stata di un arrogante amico di suo fratello, il fortunato amico avrebbe guidato bene, in modo sicuro e arrogante e non procedendo a singhiozzi lungo tutto il viale alberato, per inchiodare rumorosamente di fronte ai posteggi! Lumilla era curiosa come una scimmia, perciò si alzò ripulendo il suo culetto congelato, dalla sabbiolina del vialetto e si avvicinò all'auto, con aria scrutatrice. Non aveva MAI visto un'auto simile a quella, prima di allora. Si trattava di una piccola utilitaria, quel tipo di macchina che avrebbe avuto ogni mamma... ma... vedendola sembrava più che altro un carrozzone funebre rimpicciolito! Nera, un po' sporca, cromature, gomme larghe, minigonne ai lati e mini-alettone! Qua e là c'erano un po' di ammaccatura, la controprova dell'abilità di guida di chi sedeva al volante! La musica assordante, che doveva immergere l'abitacolo in una sorta di apnea acustica, cessò di colpo e una delle porte si aprì con un clack. Lumilla era un po' timorosa, ma troppo ansiosa di sapere per andarsene...
- Tefe l'avefevofo defettofo chefe avrefemmofo dofovufutofo gifirafarefe! - Dall'interno, una voce gracchiante, controbattè prontamente: - Zifittafa! Sefemprefe dofopofo!
Lumilla non credeva nè ai suoi occhi, nè alle sue orecchie! Per tutti i muffin del mondo... chi erano quelle??

*
La lite continuò in maniera molto agitata, per poi concludersi in una specie di risata, quando anche la pilota di turno lasciò il posto di guida, per scendere e presentarsi agli occhi spalancati di Lumilla. Dopo di lei, scesero dai sedili posteriori anche due... animali... ovviamente parlanti (e chiacchieroni come le loro compagne di viaggio!) Quell'allegra carovana aveva qualcosa di spettrale... prima di tutto quell'auto. In seconda battuta l'abbigliamento delle due donne. E infine, vogliamo considerare i due animali da compagnia?? Un varano e una nutria spelacchiata?! Ora, Lumilla era vestita da ape, quindi non è che fosse molto più presentabile di quelle due (per lo meno Palmiro, il suo criceto obeso, era rimasto al caldo della sua ovatta) però... lei era mascherata, quelle avevano tutta l'aria di non indossare altro che vestiti simili a quelli! La donna pilota, più anziana dell'altra, indossava un abito in velluto dall'aria antica e malconcia, da sotto la gonna rigonfia, sbucavano due gambotte ricoperte da calze a righe, bucate qua e là. La seconda aveva invece una gonna amaranto, abbinata a una specie di corpetto arancione con maniche a sbuffo. Capelli malamente acconciati e arruffati coronavano le teste di entrambe. Proprio mentre lo sguardo attonito di Lumilla si posava sulle scarpe, una luce fuxia l'abbagliò e l'attimo dopo... le due erano totalmente diverse. Lumilla si stroppicciò gli occhi, li chiuse per vedere se qualcosa cambiasse, ma in effetti, si erano cambiate da capo a piedi: due abitini in maglia nera avvolgevano le due donne, con occhiali da maestrine ed eleganti cucù ben saldi e in ordine sulle nuche. Stava impazzendo?! L'unico capo che non si mosse da dov'era, erano i lunghi guanti neri... Le due signore si avviarono verso il marciapiede e Lumilla non ebbe altra scelta che gettarsi nella siepe vicino agli scalini d'ingresso, per nascondersi da quelle due carampane, improvvisamente ringiovanite. Lumilla pensò che sarebbe stato bello se anche la mamma avrebbe potuto trasformarsi in quel modo... ma subito cacciò via quel pensiero, come se offendesse la sua adorata mammina.
Lumilla e Gilbert erano i figli adorati e iper-protetti dei Carvendale, una coppia anzianotta e per questo molto apprensiva verso la prole, oltre che molto affettuosi e teneri. Entrambi non avevano nessun interesse per la moda o le tendenze, cosicchè il loro aspetto risultava fuori moda, facendoli apparire ancora più vecchi della loro età. Allo stesso modo, la loro casa era arredata senza uno stile vero e proprio, era più che altro funzionale e comoda, le sole caratteristiche che una casa avrebbe dovuto avere per la famigliola. La signora Carvendale se era una cuoca superlativa non nutriva la stessa passione verso piumini e spazzettoni così, un non più leggero strato di polvere e il disordine totale reganvano incontrastati all'interno della casa. In giardino era un altro discorso, dato che era il regno del signor Carvendale, un uomo estremamente pignolo e ordinato, capace di posare i rastrelli in ordine d'altezza. Del resto si sa, gli opposti si attraggono.

*

Lumilla era ancora assorta nei suoi pensieri quando, con un sussulto, ritornò alla realtà. Le due strane tipe la stavano guardando da dietro i loro occhiali (pieni di brillantini sulle punte, data la forma a farfalla). Lumilla arretrò spaventata a morte. E fu la sua fortuna, visto che poi presero parola, sputacchiando qua e là!
- Sefeifi tufu Lufumifillafa, cafarafa?
- Mafa cofosifì lafa spafavefentifi! Lafasciafa fafarefe afa mefe! Cafarafa, nofoifi siafamofo defellafa Agefenzifiafa... sofonofo ifin cafasafa mafammafa e pafapafà? - la interruppe la più anziana.
Lumilla era pietrificata e non rispose nulla. In quel momento arrivò suo fratello che vedendo la scena, saltò addosso alla donna e l'atterrò. Questa schiamazzando con l'amica, cercò in qualche modo di rialzarsi, senza ottimi risultati. Nel caos generale, la luce dell'ingresso illuminò l'uscio e comparvero i signori Carvendale che, con uno sguardo imbambolato, osservavano la scena in silenzio. Come due automi si diressero verso Gilbert, affermando con un tono robotico che era tutto a posto e sorrisero senza spontaneità alle due donne, che ricambiarono con una fila di denti giallastri e ammaccati (la trasformazione non era stata così profonda, pensò Lumilla sghignazzando dietro i baffi!). Entrarono tutti in casa, anche se Gilbert continuò a tener controllate le due tizie, si accomodarono tutti sul morbido divano e la signora Carvendale si offrì di preparare del tea caldo, con qualche biscottino fatto in casa. Erano le 11 passate, forse un po' tardino per uno spuntino così tipicamente pomeridiano, no? Comunque tutti accettarono contenti. Seguirono una serie di chiacchiere futili e piene di sputacchi delle due ospiti, le quali spiegarono di essere le rappresentanti di una strana Agenzia per il Buon Andamento della Casa e R.D. meglio conosciuta come A.B.A.C.R.D. (parte di acronimo rimasta segreta), giunte presso i Carvendale, per ottimizzare la gestione familiare e casalinga, ma soprattutto per migliorare la vita dei componenti della famiglia... progetto un po' ambizioso, non credete? Lumilla era rimasta a bocca aperta ascoltando attentamente le parole delle due strane collaboratrici domestiche, affascinata dai loro gesti così, così esplicativi! Sembrava che roteando le lunghe mani nascoste sotto i guanti neri e lisci, già provvedessero a realizzare ciò di cui parlavano. Inoltre, se la donna anziana sembrava rispondere a tutte le esigenze della mamma, l'altra era la perfetta interlocutrice di papà. Era come se parlando e parlando riuscissero a convincere i due delle loro ostinazioni, correggendoli senza che loro se ne accorgessero, o così sembrava a Lumilla. Suo fratello era troppo impegnato a guardare nel generoso decolletè delle due, per capire di che cosa parlassero. Era come se quelle due donne riuscissero a incantare tutti quanti, con un lento e pacato susseguirsi di spiegazioni e parole, parole, parole... (e sputacchi!)

*

Lumilla era ancora vestita da ape. Si svegliò per il sottile raggio di sole che filtrava dalla griglia e andava ad illuminare i suoi grandi occhioni ancora addormentati. Non accese la luce per abituare gli occhi chiarissimi al nuovo giorno e scendendo dal letto a castello, trovò le pantofoline pronte per essere calzate. Strano. Andò verso la scala, ma allo scricchiolio del primo gradino, la mamma la richiamò per mandarla in bagno a lavarsi il faccino. Molto strano. In bagno, una salvietta arancione era piegata a forma di zucca e riposta vicino al suo spazzolino. C'era qualcosa di diverso. In cucina aleggiava un profumo delizioso, ma questo era tipico della mamma. Ciò che era del tutto inaspettato era l'ordine e la pulizia: il lavandino conteneva solo la tazza di papà, uscito da poco a ritirare pane, latte e giornale; il tavolo era apparecchiato con delle stuoiette arancioni e addobbato con alcuni ragnetti, ma soprattutto era lindo e lucidato. Stranissimo!
- Mamy, sono state le signore a sistemare tutto? - chiese Lumilla pucciando un bisotto a forma di pipistrello nel latte.
- Quali signori, puffetta della mamma?
- Le due dell'Agenzia A.B.A.C.R.D., quelle che erano in salotto ieri sera...
- Patata della mamma, fai colazione, da brava. Vedtai che poi sarai più contenta.
Lumilla non voleva essere contenta, voleva sapere se quel cambiamento fosse dovuto a quelle e soprattutto era curiosa di sapere che fine avessero fatto. Mentre faceva questi pensieri, osservava la mamma, che con un sorriso stampato, maneggiava un frullatore o qualcosa di simile. Non faceva che inserire ingredienti e questo rispondeva prontamente elaborando biscotti, pasta per la pizza, sughetti, budini... il tutto diligentemente invasato e messo a conserva. Era una scatola magica! Finita la colazione, Lumilla andò svogliatamente in camera sua, già riassettata, fresca di aria pulita e profumata con una candela a forma di zucca, che altro? Un piccolo pacchetto attirò la sua attenzione. Era stato lasciato sul letto rifatto (opera della mamma??) ed era incartato con carta arancione e nera, con un grande fiocco. Un bigliettino portava scritto il nome della bambina, con due scarabocchi simili più a ragni che a firme. All'interno, Lumilla trovò un rotolo di pergamena arrotolato e sigillato con cera lacca arancione. Staccato il sigillo, si dipanò una lunghissima lettera che coprì tutto il pavimento della cameretta e buttò Lumilla sul letto, dove cominciò a leggere con attenzione:

Illuminatissima e lucentissima Lumilla,
è con estremo e gradito piacere che siamo a comunicare la....

Un fiume di lettere che diventavano parole, che divenivano frasi e frasi. Quando Lumilla arrivò in fondo a quel lungo rotolo, comprese tutto quanto. Niente fu più come prima. Il desiderio che aveva espresso prima di uscire per il classico giro Dolcetto o Scherzetto era stato ascoltato e presentato davanti all'alto ordine dell'A.B.A.C.R.D. Tutto il grande cambiamento trovato in casa, non era merito delle due compagne, ora sapeva che lo erano, ma soltanto suo. Lumilla era stata scelta e da quel girono di Ognissanti era entrata a far parte dell'Agenzia per il Buon Andamento della Casa e Realizzazione Desideri, l'ordine delle streghe buone operante da sempre su tutto il territorio del mondo.

E voi? Avete visto una stella attraversare il cielo?!

Volete stampare la storia? Eccola qui!

10.9.11

L'hotel - 4. L'ascensore

Foto scattata dal cellulare di Chicca
Il vecchio e immenso lampadario sembrava un ossuto ragno gigante. Le luci che un tempo rendevano quella sala così accogliente erano state tolte e poste chissà dove. Regnava un silenzio di polvere e umidità. Una bellezza decadente traspariva da quello strato di tempo, che ricopriva tutto. I pavimenti scricchiolavano ad ogni passo e facendo luce, i ragazzi notarono un elaborato rivestimento in legno, che creava una decorazione nel salone e lungo tutto il buio corridoio che portava all'ala est. Alcune sedie erano state abbandonate qua e là e una serie di porte a vetro smerigliato nascondevano altri rifiuti della storia. Nessuno dei ragazzi si azzardò ad aprirne una. Solo camminando nell'oscurità dell'hotel, cominciarono a rendersi conto di quello che stavano facendo. E poi... per cosa? Per cercare cosa? Mila sentiva di trovarsi nel posto giusto, ma capiva che gli amici cominciavano a trovare quell'avventura un po' inutile; decise di non dire nulla era convinta ad andare avanti per capire, vedere qualcosa... o... qualcuno che ricomponesse i pezzi del puzzle: la donna al mercato, la nonna così nervosa nei pressi dell'hotel, la storia di Maria.
Stavano avanzando lentamente, quando allo scricchiolio dell'antico parquet si aggiunse un nuovo rumore, uno scartocciare insistente. Non ci volle molto per capire che si trattava di Balù, alle prese con un sacchetto di carta, con cui aveva accuratamente confezionato un bel panozzo al salame e Taleggio! Addentando con voracità il filoncino, sbofonchiò a bocca piena che era il suo abituale spuntino notturno, chissà la colazione! Chicca, che dopo lo sgranocchiare di Balù sentì un languorino allo stomaco, offrì qualche cioccolatino che aveva preparato per eventuali crisi di fame improvvise. Dopo essere rincuorati dai dolcetti, ripresero a cercare, puntando le torce davanti a loro, sempre basse lungo il pavimento, quasi non volessero vedere qualcosa più in alto... 
Finalmente, giunsero in un'ampia sala, grandi finestre si ergevano su un lato e alcuni vecchi e pesanti tappeti erano ammassati sul fondo. La sala da ballo. In quella notte lontana, la festa era stata celebrata proprio nella stessa stanza. Mila immaginò l'atmosfera che doveva aleggiare fra quelle pareti: eleganti dame, decorate da abiti di tessuti finissimi dai colori sgargianti, ricchi gioielli ai lobi, sulle dita sottili e sui decolletè candidi. Galantuomini dai colletti inamidati, con bastoni di mogano, arricchiti da pietre dure, avorio, intarsi finissimi. Musica raffinata e leccornie servite su massicci vassoi in argento. Tutto doveva apparire bello e composto, un'immagine ben diversa da ciò che si intravedeva. In fondo alla sala, si apriva un varco che portava nel corridoio parallelo a quello che il gruppetto aveva appena percorso e lì, i ragazzi trovarono una porta che si apriva sul vano scala e sull'ascensore. L'avevano trovato. Un po' intimoriti, si avvicinarono alla macchina e Jules aprì le porte in legno. L'ascensore era attivo, le luci si accensero subito dopo l'apertura degli sportelli. Il gruppetto arretrò spaventato da quel bagliore improvviso nel buio, interrotto dai solo fasci di luce bianca delle torce. L'interno era molto piccolo rispetto agli ascensori moderni e rivestito di una tappezzeria bordeaux damascata. Sul lato di fronte alla porta era appeso uno specchio ovale, in cui si riflettevano le facce sbiancate dei quattro amici. Mila fece per entrare, quando Jules la bloccò, chiedendole se si fosse ammattita, ma la ragazzina si divincolò dalla presa ed entrò nella cabina, seguita da Chicca, curiosa quanto lei. In quattro non avrebbero mai potuto montare sull'ascensore, quindi Mila pigiò uno dei tasti e richiuse le porte. Un rumore di ferraglia inondò l'abitacolo, che cominciò a salire. Dal pianerottolo, i due ragazzi osservavano al di sopra della porta, per capire dove si sarebbero fermate le due amiche. Al terzo. I due schizzarono su per le scale, correndo più veloci di quanto si aspettassero e ritrovarono le due ragazzine, mentre lasciavano quell'aggeggio infernale. Mila si diresse verso il corridoio: un lungo cunicolo scuro, dove si srotolava un lungo tappeto rosso scuro. Cercò di aprire una delle porte sul lato sinitro, in modo da ritrovarsi sul davanti dell'hotel, ma era chiusa. Chicca estrasse dalla sua borsetta firmata una piccola forcina per capelli e in qualche secondo forzò la serratura, allibita quanto i suoi compagni d'avventura, dalla sua stessa abilità. La camera era ampia, lo scheletro di un letto e un minuscolo comodino, un guardaroba e un appendiabiti. Dalla finestra filtrava la luce dei lampioni del parco. Affacciandosi alla finestra, Mila comprese di non essere all'ultimo piano. Aveva osservato molte volte quella facciata e aveva contato che i piani erano quattro più il solaio, che da qualche mese veniva illuminato dall'amministrazione comunale, per dare risalto al restauro delle facciate. Eppure nell'ascensore c'erano soltanto tre bottoni, oltre allo zero. Seguita da Chicca e i ragazzi, Mila tornò nel corridoio e quindi nel vano scala, aprì le porte dell'ascensore e cominciò a osservare il pannello per attivare la corsa su e giu per i piani. In effetti, c'era una sorta di serratura, che probibilmente attivava i piani mezzanini. Non avendo nulla a disposizione, continuarono a salire lungo la rampa di scale, ma giunsero al solaio, senza trovare nessuna piano di mezzo, nonostante la rampa in più. Dovevano attivare l'ascensore, in qualche modo. Provarono con la forcina, niente. Erano a un punto morto e di certo non sarebbero riusciti a organizzarsi per un'altra incursione. Mentre sedevano sui gradini delle fredde scale di servizio, un rumore meccanico li fece sussultare. L'ascensore si era attivato. Osservando l'indicatore dei piani, con il fiato sospeso, notarono che si posizionò su un simbolo floreale, doveva essere il mezzanino che cercava Mila e c'era qualcuno. E quel qualcuno stava scendendo, probabilmente al pian terreno. Mila si catapultò giu per le scale e gli altri, ancora increduli rispetto a ciò che stava accadendo si gettarono dietro di lei. Arrivati a piano terra, l'ascensore stava ancora scendendo, spensero le torce e aspettarono, forse avrebbero visto, senza essere visti. L'indicatore scattò. Era al piano terra. Il respiro dei ragazzi si fece pesante, rumoroso, come se si sentisse a distanza di metri. L'adrenalina si faceva sentire. Le porte si aprirono davanti a loro e Mila si irrigidì davanti a quella visione. Era lei, ne era certa. L'abito lungo, inadeguato e fuori moda, era la stessa donna vista tra la folla al mercato. Senza potersi controlallare le si rivolse, gridando chi fosse. La donna indietreggiò spaventata e puntò una piccola torcia sui volti ancor più terrorizzati dei ragazzi. Solo allora, tutti compresero che su quel pianerottolo non c'era nessuna creatura ultraterrena, ma solo cinque esseri umani spaventati e sbigottiti dalla situazione. La donna osservò tutti i volti e scrutando quello di Mila,scoppiò in un inspiegabile pianto. Nessuno seppe come gestire quella reazione, finchè la stessa Mila le si avvicinò e le sorrise. Incoraggiata da quel gesto di affetto, singhiozzò qualche parola incomprensibile, indicando il corridoio verso cui si diresse seguita dai ragazzi. Si muoveva con lentezza, ma sicura e li condusse fino a una piccola cucina, sulla cui porta era ancora possibile leggere "Riservato al personale". Invitò i suoi ospiti a prendere posto attorno alla tavola, al centro della cucina. La stufa economica era accesa e rendeva l'ambiente sicuro e naturale. In silenzio, la donna prese da un armadietto delle tazze in porcellana bianca, con decori dorati. Mise un bollitore sulla piastra della stufa, preparò i piattini, il bricco del latte ed estrasse da una scatola di latta dei biscotti, che ripose con cura su un grande piatto coordinato al servizio da tea. Allo sbuffo del bollitore, versò l'acqua nella teiera e con un vassoio portò il tutto in tavola, dove prese posto.
- Dovrei chiedervi che cosa facciate qui, a quest'ora. Ma vorrei invece raccontarvi quello che suppongo vogliate capire.
Nessuno rispose e la vecchia signora prese a raccontare quasi mezzo secolo di vite, storie e disgrazie. Tutto sembrò improvvisamente più limpido e chiaro. La verità era stata liberata da anni di silenzi e i ricordi, riaffiorati lentamente nella mente della vecchia signora, erano stati condivisi con quattro ragazzi curiosi e legati a quelle vicende. Flò era la bellissima moglie inglese del sig. Salaroli, il proprietario dell'hotel, morto di crepacuore dopo la scomparsa dell'amatissima figlia Maria. Quella tragedia aveva gettato tutti nel panico, nella paura e nella colpa, rovinando e rompendo legami di amicizia, affetto e rispetto. La donna non sopportò il duplice lutto e tornò nella sua patria natale senza alcuna cerimonia di saluto o di addio, togliendo per sempre il saluto allo stanco e già pieno di sensi di colpa, sig. Putti. In certi casi non si può ragionare con freddezza e i sentimenti di rabbia e di dolore hanno la meglio sulla ragione, così Flò fece del sig. Putti il capro espiatorio di tutta quella tremenda faccenda. L'uomo si fece ancora più cupo e si ritirò fino alla sua fine nelle mura dell'hotel, dando adito a leggende di fantasmi e stranezze. Ad aggravare tale situazione, fu anche la travolgente passione che coinvolse i due, ovviamente segreto condiviso solo con pochi intimi.Quando anche il sig. Putti lasciò la sua vita terrena, Flò rientrò in Italia, ma troppo tardi per potersi chiarire con il vecchio e fidato custode, perciò prese il suo posto all'hotel conducendo un'esistenza schiva, solitaria e sterile, avendo ormai perso le amicizie di un tempo. La donna era infatti molto legata alla famiglia di Putti, i signori Riccotri e ai nonni di Mila, ma dopo il trambusto dell'ascensore le accuse e le calunnie spezzarono i bei rapporti che avevano tanto riempito i vecchi e felici pomeriggi d'estate di un tempo. Nonostante gli anni trascorsi, Flò riconobbe subito nei volti delle due ragazze, le amiche di una volta, soprattutto Antonia, la nonna di Mila. Le due donne diventarono grandi amiche dopo le trattative di vendita della casa, dove ancora oggi abitava la nonna di Mila. La perdita di Maria, però, seminò il dubbio nella mente di Flò che accusò Piero, responsabile dei lavori di manutenzione, e appunto il sig. Putti di essere la causa del dramma. Antonia non le perdonò tale risentimento e non volle più incontrare la donna, tanto che sentì la sua partenza per Londra come un sollievo. Una lite, l'orgoglio covato negli anni e alimentato dal silenzio... tutto il resto era solo suggestione, Mila sorrise, sorseggiando il suo tea, così piacevolmente caldo e rigenerante.
                                                                             -°-
L'indomani, un sole pieno e finalmente estivo risvegliò la piccola comunità del paese. I ragazzi si ritrovarono nell'appartamento di Jules senza nemmeno sapere come ci fossero ritornati. Quell'estate i quattro ragazzi trascorsero un sacco di tempo insieme, affrontando nuove avventure anche se nessuna fu paragonabile a quella notte fredda di Giugno. Mila insistè tanto finchè ottenne che la nonna ricevesse Flò a casa e dopo una lunga chiacchierata, le due donne si riscoprirono amiche e solidali l'una verso l'altra. Il velo fosco che era rimasto sulla donna inglese scomparve, lasciando spazio a una bellezza che, seppur matura, era ancora fiera e piena di fascino. Mila e Chicca si promisero di non litigare mai e scrissero nei loro diari i segreti di un'estate indimenticabile.

30.7.11

L'hotel - 3. Torce e mantelle da pioggia

I titoli di coda si accompagnarono alle prime gocce di pioggia. Un venticello fresco aveva invaso il paese rubando qualche foglia verde ai rami degli alberi nel giardino della fonte. La nonna stava già estraendo dalla sua borsa l'ombrellino pieghevole per sè e uno per il nipotino e per avviarsi con lui nella pioggia sempre più fitta, disperdendosi velocemente nel buio di quella sera d'estate. Quando giunsero all'inizio della salita, videro Mila seduta sul muretto della grande fontana al centro della piazza con Chicca, la sua amica. Subito la ragazzina corse incontro ai due e con un grande sorriso smielato, chiese alla nonna il permesso di restare a dormire da Chicca. Pensando di regalare alla nipote una serata con l'amica del cuore, la nonna accodiscese senza troppe storie. Ovviamente il programma riservava delle sorprese...
Chicca chiamò a casa dal suo cellulare rivestito di swarowsky rosa e avvisò che sarebbe andata da Mila per la notte, la madre le stava chiedendo se non tornasse a prendere le sue cose, ma Chicca aveva già riattaccato e saltellava di gioia con Mila, entrambe eccitate per la loro serata da brivido. Chiaramente c'era un complice in tutta questa faccenda e si chiamava Jules per tutti, ma all'anagrafe rispondeva al nome di Giulio Riccotri, il fratello di Federica Riccotri, meglio conosciuta come Chicca. Jules aveva qualche anno in più della sorella e qualche permesso in più, anche se i loro genitori non potevano definirsi severi. Se i genitori di Mila viziavano lei e il marmocchio per il loro frequente "assenteismo", quelli dei fratelli Riccotri li viziavano e basta, senza chiedersi il perché. Erano una famiglia agiata e potevano permettersi molti sfizi, che spesso apparivano assurdi anche a Mila che, di certo, non veniva da una famiglia in miseria. Jules aveva un suo appartamento al paesino e da tempo, vi trascorreva buona parte delle vacanze estive insieme ad amici e conoscenti vari. Quella sera toccò a sua sorella e amica. Dopo la loro missione, avrebbero potuto continuare la loro avventura, come ospiti di Jules, restando alzate fino all'alba. Sapendo che i genitori di Chicca uscivano spesso fuori a bere qualcosa fino alle 23.00, le due amiche decisero di tardare la loro uscita e di attendere i momento propizio da Jules.
L'appartamento si trovava in un grazioso complesso residenziale di recente ristrutturazione, in cui il signor Riccotri aveva svolto alcuni lavori ottenendo, oltre al suo compenso, un piccolo appartamento. Si trovava dall'altra parte del fiume rispetto alla casa della nonna di Mila, sul viale degli Ippocastani. Era una casa molto particolare: travi a vista, ma iper-moderna, soppalco adibito a spazio notte. La lunga finestra del soggiorno incorniciava il vecchio hotel alla perfezione e questo si ergeva imponente, sopra i rami degli ippocastani. Il piano era il seguente:
- aspettare le 23.00, in modo che i parents fossero già rincasati;
- uscire con mantelle anti-pioggia e torcia (le mantelle erano a casa della nonna, quindi niente da fare!)
- scavalcare la recinzione del parco e avvicinarsi all'hotel;
- eventualmente trovare un via d'accesso alla struttura e finalmente... vederci chiaro!
Le due amiche stavano discutendo sul da farsi accovacciate sul lettone e Jules se ne stava sdraiato sull'altro letto, con un sottofondo di musica ambient, che non gli impedì di origliare la conversazione e incuriosirsi. Non che fosse particolarmente interessato ai giochi della sorellina, ma in quel caso riguardava il vecchio hotel e... da sempre anche lui ne era estremamente affascinato.  Interrompendo i programmi delle due adolescenti, Jules si propose di accompagnarle con un amico, offerta che fu accolta con entusiasmo, vista la fifa che le due avevano a malapena nascosto l'una all'altra. La cosa si faceva interessante. Jules si dimostrò fin da subito appassionato alla storia di Mila e raccontò qualcosa che Mila ancora non sapeva:

Il signor Putti era un vecchio prozio dei signori Riccotri. Un tipo estroso e schivo, non amava mescolarsi con i suoi compaesani, forse anche perché di origini Pavesi, non si era mai realmente integrato nella piccola comunità montana e quindi un po' chiusa. Aveva molte passioni e il giardinaggio di certo era una di queste. Proprio grazie alla sua capacità nel generare ibridi di fiori ebbe l'ingaggio al Grand Hotel, un lavoro che lo accompagnò per gran parte della sua vita. Il signor Putti non dava confidenza a nessuno, nemmeno ai colleghi o agli ospiti dell'hotel, trascorreva le sue giornate dedicandosi alla cura delle piante e alla serra, per poi ritirarsi nella sua casa, in cima alla salita di via Belvedere.
Quando l'hotel era già divenuto vetusto per la sua clientela esigente e snob, si presentò la necessità di sistemare alcune camere al quarto piano dove l'umidità aveva arrecato parecchi danni. Fu in quell'occasione che il signor Putti, per la prima volta, entrò in confidenza con qualcuno... il nonno di Mila. I due erano uomini pratici, di poche parole e profondamente innamorati della natura ancora intatta del piccolo paese di montagna. Queste poche e semplici basi comuni li resero buoni amici.
Quando l'hotel chiuse, il signor Putti cominciò a trovare inutile la sua permanenza nella grande casa in via Belvedere, anche perché il suo nuovo compito di custode lo richiamava spesso, anche alle ore più tarde, al suo lavoro, giù all'hotel. Così, confrontandosi con Piero, pattuirono la vendita della casa, ancora di proprietà della famiglia Salaroli, i vecchi gestori dell'albergo, ormai rovinati dal fallimento e straziati dal dolore per la perdita della loro cara figliola Maria. In paese si bisbigliava che fosse una ragazza lunatica, dalle strane abitudini, in realtà doveva trattarsi semplicemente di una fanciulla timida e riservata.

Le due ragazze ascoltavano da sotto la coperta e continuavano a fare domande per capire, per collegare, ma Jules, prendendosi un pochino gioco di loro, le lasciava con il fiato sospeso...

L'hotel non funzionava da tempo. Il paesino aveva perso la sua attrattività e i villeggianti erano ormai divenuti una categoria turistica superata. I ben più moderni turisti viaggiavano in aereo, verso mete lontane e più esotiche e chi desiderava un soggiorno relax alle terme, si affidava alle cure e all'ospitalità di zone più al passo con i tempi. Ben presto, furono chiuse intere ale della grande struttura, per cercare di contenere i crescenti costi e soprattutto tutelando i pochi ospiti da eventuali pareti pericolanti o soffitti sull'orlo del collasso per le gravi perdite al sistema idraulico. Un vero e proprio inferno, ben lontano dalle immagine in bianco e nero che restituivano ambienti di lusso, arredati con mobili pregiati e affollati da eleganti figure di donne agghindate a festa e uomini lustri e tirati a puntino. Nonostante i numerosi e frequenti interventi di manutenzione, le cose non miglioravano e soprattutto nulla impedì che avvenisse la tragedia... Maria, l'unica amata figlia dei signori proprietari, volendo raggiungere il salone delle feste per il grande banchetto di Capodanno dell'anno 1950 e sua effettiva entrata in società, si servì dell'ascensore dell'ala est, rovinando per più di quattro piani, nella tromba di questo. Il suo corpo esanime fu trovato proprio dal signor Putti, che mai riuscì a darsi pace per quanto accaduto, ritenendosi direttamente responsabile del mancato funzionamento della macchina. Quel tanto moderno aggeggio, che i suoi genitori avevano così insistentemente voluto all'interno del loro lussuoso albergo, aveva ammazzato la loro unica figlia e gettato l'intera famiglia nella più completa e fosca disperazione. 
Da allora tutti sostenevano che il fantasma della giovane girovagasse nelle stanze e nelle sale vuote del vecchio edificio, piangendo la perdita della sua esile vita e del suo splendido hotel. Ciò che più stupì, fu la scomparsa del Signor Putti, il quale, ormai ricoverato nell'ospizio locale, morì nelle stesse circostanze della figlia dei suoi padroni. Inspiegabilmente, anche il nonno di Mila, ormai molto anziano e con una salute ormai precaria, passò a miglior vita in condizioni simili, a un anno di distanza dall'amico, nella casa che ancora oggi abitava la sua dolce compagna. Sembrava che un lungo filo rosso attraversasse gli anni e ricollegasse una serie di fatti e... persone. 

Un brivido percorse la schiena di Mila che, gettando uno sguardo all'amica, trovò un viso impallidito, nascosto dal bordo della coperta di cotone. Paura o no, era ora di andare. Jules fece uno squillo a Balù, un ragazzotto con cui usciva in paese e che conosceva da una vita e che tanto ricordava l'orso della Disney. Balù rispose con un sms, il trillo fece trasalire Chicca che rovesciò la Coca che stava versando in una gigante tazza da tea:

"Sono qua sotto, frà."

Uscirono verso le 23.30, per essere certi che eventuali parenti non fossero in zona. Avevano una torcia ciascuno e per star più tranquilli, Balù portò anche le luci da pesca usate da suo nonno per la pesca in notturna al lago. Si avviarono lungo una brillante strada nera, illuminata dalle luci dei lampioni, deserta e fredda.

Giunti all'hotel, decisero di entrare dal retro, dal lato che costeggiava il percorso ciclabile, sarebbe stato più sicuro, nonostante fosse più pauroso... non si vedeva quasi nulla. Mila scavalcò per prima, seguita da Jules, quindi da Chicca. Balù si fece attendere un pochino, la sua stazza non gli permetteva di essere troppo agile e veloce e le due amiche ridacchiarono sotto i baffi. Il parco era buio e umido. Le esili luci dei vecchi lampioni della ex-ferrovia riuscivano a malapena ad illuminare il perimetro, più in là era il buio completo. Per non attirare l'attenzione, decisero di procedere fino all'interno senza accendere le torce. Calpestandosi a vicenda e inciampando nelle grosse radici, raggiunsero il lato dell'hotel che presentava una piccola apertura, una bocca di lupo delle cantine, da dove Balù non sarebbe mai riuscito a passare. Dovevano dividersi. Chicca, così schifiltosa, vedendo qualche ragnatela sul bordo del passaggio, lasciò proseguire Mila con il fratello e decise di aspettare con Balù, che gli altri due forzassero qualche porta o alzassero una persiana dell'ingresso. Da buon cavaliere, Jules scivolò per primo nell'angusta feritoia e fu subito ingoiato da un buio ancora più fitto di quello che già accerchiava i quattro avventurieri. Da sotto arrivò la sua voce rassicurante e un fascio di luce, smorzato dal cappellino. Mila si fece coraggio e sedendosi sul bordo, si sentì prendere da Jules e si lasciò cadere. Erano dentro. La puzza di muffa e umidità era fortissima. Un fitto strato di polvere e ragnatele rivestiva ogni cosa: vecchi tavoli accatastanti, poltroncine coperte da pesanti teli damascati, damigiane vuote, addirittura un piccolo calesse. Tutto appariva color seppia, giallastro per il cono di luce della torcia, così sottile rispetto a quell'ambiente enorme. Avanzarono nella sala, alla ricerca delle scale per accedere al piano terra. Si muovevano vicini e dopo qualche passo, Jules prese la mano di Mila. Finalmente trovarono le scale, anguste e ripide. Lo scricchiolio di un gradino fece stringere le loro mani ancora più forte. Sbucarono al piano terra, anche se il passaggio era ricoperto da un pesante arazzo, probabilmente uno dei rimasugli dellle aste che fino a qualche anno prima si tenevano all'interno dell'hotel, per sbarazzarsi della chincaglieria che era rimasta, cercando di racimolare qualche soldo. Si trovarono in un lungo e ampio corridoio, su cui si affacciavano... innumerevoli porte in vetro e legno. Puntando le torce in avanti, il riflesso sui vetri dava l'impressione che ci fosse qualcuno in quelle sale, nascoste dietro le porte. I due ragazzi procedevano lentamente, guardandosi più volte le spalle. Fuori Chicca continuava a sbuffare, chiacchierando continuamente, per riempire quel vuoto che era così spaventosamente fermo, incolore e privo di vita. Dopo qualche minuto, Jules notò che la stanza si apriva e un po' di luce filtrava dall'alto, attraverso alcune vetrate, su cui ancora era leggibile l'insegna del vecchio hotel. Erano nel salone di ingresso. Un immenso scalone in marmo bianco si ergeva alle loro spalle, intrecciandosi in due imponenti rampe di scale, che continuavano a salire verso i piani più alti, dove risiedevano i proprietari. Jules cercò di sollevare una delle tapparelle, ma dopo qualche centimetro, la vecchia corda si sfilacciò facendo ricadere con un pesante tonfo la tapparella. Balù sobbalzò, risvegliandosi dal torpore in cui era caduto con le chiacchiere di Chicca. Corsero entrambi in direzione del rumore e sentirono che gli amici si trovavano dall'altra parte della finestra. Balù recuperò una sedia in ferro dalla veranda, mentre Jules tentò la fortuna con la tapparella di fianco alla prima. Una volta che fu sollevata di mezzo metro, Balù piazzò sotto la sedia, così da garantirsi una via di fuga, quando sarebbero usciti.
Si trovavano al centro dell'hotel, sopra di loro un grande, grandissimo lampadario in ferro battuto ricadeva dal soffitto. Un tempo doveva essere stato un luogo... maestoso. Il solo lampadario non sarebbe entrato nell'appartamento di Jules! Davanti a loro, la serie di gradini bianchi. Decisero di portarsi nell'ala est, dovevano trovare l'ascensore.


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La parola di oggi:

Vetusto - Vecchio, antico, superato, datato.

19.7.11

L'hotel - 2. Un pomeriggio in bibicletta

L'indomani, fu la quiete dopo la tempesta. Un sole deciso e giallo illuminava le foglie appiccicate sul manto della strada e filtrava nelle persiane della casa della nonna. Era mercoledì, perciò la nonna si era alzata presto per sbrigare le faccende di casa e uscire a fare la spesa al mercato. Mila si stava vestendo in camera, mentre la nonna e il fratello erano già pronti per uscire. Si era svegliata più stanca della sera prima e ogni gesto le costava molta più fatica del solito. Si avviarono insieme lungo il vialetto di casa, chiacchierando delle famiglie della via, che da lì a qualche giorno avrebbero fatto ritorno dalle loro vacanze al lago e al mare. In fondo alla strada, svoltarono nella ex-ferrovia, il tracciato ora divenuto un percorso ciclabile e pedonale, che si snodava praticamente lungo tutta la valle. La nonna propose ai nipoti di andare a farsi un giro in bicicletta nel pomeriggio, per ingannare il tempo e arrivare a cena con un po' più di appettito... il marmocchio non era una buona forchetta, avrebbe mangiato soltato panini imbottiti e patatine di plastica.
Il mercato era un caos. Ogni banchetto era fornito di tende parasole per proteggere la merce esposta alla bell'e meglio, mentre i venditori strillavano per attirare le signore. Le clienti passeggiavano qua e là, con pesanti borse di plastica issate sulle braccia, contenenti frutta, verdura, pesce e ogni altra bontà, osservando con interesse le bancarelle di abbigliamento e di merceria, ormai una rarità fra i prodotti scadenti cinesi. Qualche gruppetto di signore coglieva l'occasione per fare quattro chiacchiere con le amiche e si formava una fiumana di gente lungo tutto il percorso, interrotta da qualche ragazzino in sella alla propria bici e qualche cane al guinzaglio in preda a un attacco euforico, davanti al banchetto dei polli arrosto. Erano soprattutto i fruttivendoli ad essere urlatori accaniti, in grado di strappare un sorriso (e un chilo di pesche) a molte signore, compiaciute dai festori complimenti sbandierati ai quattro venti. Non era il caso della nonna. Il suo modo di scegliere la merce non veniva influenzato da simpatie o abitudini, nè tantomeno dalle urla dei venditori, ma semplicemente dai suoi sensi. Gentilmente, chiedeva di poter tastare una pesca, ovviamente con un fazzoletto di lino, ricamato, oppure di poter odorare il profumo dei meloni, di battere dolcemente i cocomeri. Solo così era certa di comprare i prodotti migliori. Avevano ormai terminato il loro giro, mancava soltanto il banchetto del pesce, quando la nonna si accorse di aver perso di vista la nipote. Strinse il bambino a sè e si guardò in giro trafelata, quando vide i capelli rossi della nipote fra la folla, diretti verso la via di casa. Si affrettò a fare il suo ordine e si avviò verso di lei, ma subito la perse, nuovamente, di vista. Mila era in mezzo alla folla, si sentiva frastornata da quei rumori, da quel vociare, il caldo le stava dando alla testa, aveva bisogno di appartarsi da quel marasma. Si stava sedendo sul muricciolo all'inizio del percorso ciclabile, quando vide qualcosa, o meglio, qualcuno. Aveva la testa china per rallentare i capogiri e fissava l'asfalto, quando poco distante dal suo piede strusciò l'orlo di un lungo abito scuro, bordato di perline in tinta, tintinnanti e sfaccettate. Chi mai era vestito in quel modo, in quella stagione e di mattina?? Fu solo per un secondo. Mila vide l'abito intrufolarsi fra la gente, che lo inghiottì senza accorgersi di alcuna stranezza. Cercò di farsi strada, per vedere di chi si trattasse, chi fosse, ma niente. Una donna la guardò sdegnata, commentando quanto fossero maleducati i ragazzini moderni. Chi mai poteva essere? Perché era vestita in quel modo? Di certo si trattava di una donna, con un abito lungo, da sera. Era ancora persa nei suoi pensieri, quando qualcuno la ritrasportò alla realtà con un brusco richiamo. La nonna aveva la faccia paonazza e suo fratello aveva un sorrisetto sarcastico stampato sulle labbra, soddisfatto che, per una volta, fosse stata lei a creare disagio. Mila ascoltò la ramanzina in silenzio, con la mente presa da altre questioni, poi chiese scusa e la nonna l'abbracciò a sè. Il marmocchio sbofonchiò qualcosa sotto voce, indispettito che la cosa si fosse già risolta. Una volta a casa, ci fu giusto il tempo di apparecchiare il tavolo della veranda e mettere sul fuoco qualcosa, per pranzare alle 12.30 come ogni altro giorno. Dopo il pasto, rimasero tutti seduti, sorseggiando il fresco te freddo preparato in casa dalla nonna, dissetante e rigenerante dopo il caldo della mattinanata. In veranda si stava benissimo, le vecchie piante del giardino riparavano quell'angolo dalla canicola del mezzogiorno ed era piacevole indugiare seduti nelle comode poltrone da giardino, rivestite di cuscini verde smeraldo. Nelle giornate tranquille si potevano sentire i colpi dei giocatori, dai vicini campi da tennis. Un rumore sordo, compatto e profondo.
Mila prese la bici della nonna, il marmocchio inforcò una vecchia mountain-bike. Si diressero a nord, in direzione dell'alta valla. L'aria era fresca, ma le salite richiedevano un po' di sforzo e qualche goccia di sudore imperlava le fronti dei due fratelli. Il tracciato era abbastanza facile e si incontravano ciclisti professionisti, come bambini alle prime armi senza rotelle. Di tanto in tanto, la pista si inoltrava in una delle antiche gallerie della ferrovia, che si illuminavano grazie a una fotocellula posta all'ingresso del tunnel. Dalle pareti gocciolava dell'acqua, gelida come l'aria all'interno dei passaggi. In quei tratti i due fratelli sfrecciavano ancora più veloci, forsi un po' impauriti da quei luoghi così antichi e suggestivi. Giunti alla fine del percorso, si mangiarono un gelato in una piazzola allestita con panche e tavoli, oltre a qualche gioco per i bambini. Mila non voleva tornare troppo tardi, sapeva che la sera l'arietta si sarebbe fatta più fresca e in bici l'avrebbero sentita ancora più fredda. Si rimisero in marcia per fare ritorno, sfidandosi per arrivare primi. Ad ogni pedalata acquistavano velocità, ma Mila era comunque in vantaggio, la bici della nonna era più nuova e aveva anche un ottimo cambio, senza contare che lei era più preparata fisicamente del fratello, un vero e proprio poltrone! Erano a metà percorso, quando Mila perse l'equilibrio per ... qualcosa... che le attraversò la strada, proprio in una delle gallerie. Mila toccò i freni, ma il suolo, bagnato dall'umidità della galleria, non le permise di rimanere in equilibrio e cadde, sbucciandosi un ginocchio. Il marmocchio l'aveva appena superata e frenò, facendo stridere i vecchi cuscinetti arrugginiti. Solo allora si resero conto di essere al buio. La fotocellula non era scattata e le luci non si erano attivate. Forse era solo suggestione, forse non era stato un bel niente a farla ruzzolare, solo un sasso o un ramo in mezzo alla strada. Forse. Si tranquillizzarono a vicenda e Mila si rimise in piedi, quando, osservando l'altro capo del tunnel rabbrividì di colpo. Qualcosa di chiaro fluttuava al centro dell'arco del tunnel, proprio in fondo, sopra l'uscita. Senza lasciarsi prendere dal panico, attivò la dimo e suggerì al fratello di fare lo stesso, in modo da non brancolare nel buio totale. Anche lui aveva visto quella...  cosa, lo capì dal tono della sua voce. Canticchiando e fischiando avanzarono a testa china, per non guardare la cosa, che comunque rimaneva là dove l'avevano vista. Solo giunti alla fine, si resero conto che si trattava di un vecchio celophane strappato, rimasto impigliato in una delle luci. Entrambi trassero un silenzioso respiro di sollievo e fecero finta di nulla, continuando a pedalare, forse con più foga rispetto all'andata. In un batter d'occhio raggiunsero il paese e in fondo alla via della nonna, proprio dietro l'hotel, Mila incontrò un'amica che non vedeva dall'estate precedente. Il fratello le disse che sarebbe andato ad avvisare la nonna del loro ritorno e di rimanere pure con Chicca. Le due ragazzine si abbracciarono e cominciarono a raccontarsi un anno di scuola, di pallavolo e di equitazione e tutto ciò che non si erano potute scrivere tramite e-mail. Poi i genirtori di Chicca la chiamarono, salutando Mila da lontano. Le due si diedero appuntamento per la sera stessa, dopo cena, in modo da recuperare il tempo perduto. Mila prese la bici e la spinse su per la salita che conduceva alla casa della nonna. Arrivata al tornante, alzò distrattamente lo sguardo verso l'hotel, ma qualcosa attirò la sua attenzione: in tutta la facciata a nord, solo una finestra aveva le persiane aperte. Non aveva mai notato se fossero sempre state così o no, ma notò in quel momento, che in quella finestre erano spalancate. Scansò i pensieri foschi, per quel giorno ne aveva abbastanza. Affrettò il passo e chiuse il cancellino dietro di sè, sentendosi finalmente al sicuro.
Quella sera, la cena fu consumata velocemente, la nonna doveva andare in piazza per il cinema d'essay e il marmocchio l'avrebbe accompagnata, senza troppa voglia e Mila aveva appuntamento con Chicca, non stava più nella pelle. L'aria della sera era fresca e il cielo luminoso si offuscò a causa di qualche nube da ovest. L'indomani forse sarebbe tornata la pioggia, ma le due amiche avevano troppo da condividere per notare i cambiamenti metereologici; i segreti furono sussurrati al chiarore di una luna spettrale, che faceva capolino da una lunga nuvola scura, presagio di nuovi temporali e misteri da svelare.
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La parola di oggi
Canicola - Calura, caldo, solleone, definisce un periodo dell'estate, in cui il caldo è molto intenso e soffocante. In questo caso si intende un caldo insopportabile.

13.7.11

L'hotel - 1. Una pizza per cena e te al bergamotto

La tazza di latte era già pronta in tavola, con la scatola di biscotti e la mela, tagliata a fettine sottili, spruzzata di limone e succo di pompelmo. Dalla cucina arrivavano, attutiti, rumori di stoviglie, borbottio di pentole piene di verdure e bontà. Le persiane lasciavano entrare un'aria fresca del mattino e qualche raggio di un sole ancora tiepido. Nel corridoio la pendola rintoccava ogni minuto. Mila amava svegliarsi a casa della nonna, perché era una casa viva, piena di suoni, colori e profumi. La sua casa era asettica e monocromatica. Stroppiciandosi gli occhi, diede un'occhiata al cellulare per accorgersi che il suo corpo era ancora abituato alla sveglia della scuola. Erano solo le 7.15, ma tanto valeva alzarsi, sapeva che non sarebbe riuscita a prendere sonno. Mila scese in cucina, dove trovò la nonna già indaffarata e suo fratello già davanti alla tv. Diede un bacio con schiocco alla nonna che ricambiò con un sorriso ancora sdentato (la dentiera riposava in bagno, probabilmente, dentro a un bicchiere di acqua frizzante, che la teneva pulita secondo la donna). Suo fratello alzò distrattamente la mano, dopo il saluto della sorella. Era bellissimo potersi sedere con calma e gustare la colazione già pronta, scambiando quattro chiacchiere con la nonna; a casa non succedeva mai. La mamma era sempre di fretta e prendeva una tazza di caffè nero in piedi, mandando un'e-mail e parlando al cellulare con l'ufficio e papà usciva molto prima di quando loro si svegliavano. Mila doveva prepararsi qualcosa da sola e fare lo stesso per il marmocchio.
Era una strana giornata di metà giugno. Quell'anno l'estate sembrava non arrivare mai, ogni giorno una pioggia fitta inumidiva i prati e rendeva scintillante l'asfalto sulle strade. Delle nubi basse restavano in sospeso sui lunghi pomeriggi senza sole e le frequenti piogge provocavano ancora malanni di stagione. Il marmocchio c'era già ricaduto, la sua salute era davvero cagionevole e bastava un colpo di vento per fargli venire mal di gola, tosse e raffreddore. Quel giorno non c'erano programmi. Tutti i ragazzi con cui i due fratelli avevano fatto comunella erano partiti per le vacanze e non sarebbero rientrati fino alla settimana successiva. Non era giorno di mercato. Così, Mila si mise sul terrazzo della cucina, all'ombra della Passiflora della nonna, una bellissima pianta dai fiori rigogliosi e violacei, con uno dei suoi amati libri sulle ginocchia. Suo fratello era invece stravaccato sul'ottomana all'interno, dove la nonna lavorava ai ferri un filo di cotone lucido e scarlatto. Non si staccava mai da quel aggeggio, la pla-qualcosa... il dramma era che ora aveva anche la versione portatile. I loro genitori cercavano di compensare la loro assenza con generosi regali, spesso totalmente sbagliati, soprattutto nel caso di Mila. Borse e altri oggetti fashion non facevano per lei, ma sua madre sembrava non aver ancora afferrato il concetto. Il discorso non valeva certo per la nonna, che conosceva i due nipoti come le sue tasche, del resto, li aveva vresciuti lei. Infatti, quando Mila e il marmocchio erano ancora piccoli anche loro vivevano nel paesino della nonna, anche se non possedevano alcun ricordo di quel periodo. La nonna aveva raccontato a Mila che il papà non era ancora proprietario della sua azienda e il denaro scarseggiava. Dopo tanti sacrifici, però, la famiglia si era trasferita in città, un luogo più comodo per glia affari e certamente più mondano. I loro genitori non facevano che sottolineare quanto fosse stato vantaggioso il loro trasferimento: ottime scuole, riduzione degli spostamenti in auto, tempo guadagnato, maggiori opportunità erano espressioni frequenti del loro vocabolario di genitori-imprenditori. Mila non la pensava esattamente nello stesso modo, mentre suo fratello, semplicemente, non si poneva il problema. Mila era presa dalla lettura, ma cominciò a sentire qualche brivido sulla pelle, forse le maniche corte non erano adatte a quella giornata poco estiva. Entrò in casa per prendere una felpa e trovò la nonna a ravanare in un vecchio scatolone in camera sua, con il marmocchio che le ciondolava intorno, con aria di attesa. Stavano cercando una vecchia foto della nonna, di quando era soltanto una ragazza  e già era a servizio presso una famiglia facoltosa che si trasferiva in paese in villeggiatura durante l'estate. In effetti era molto strano che suo fratello si interessasse a qualcosa di diverso e che, soprattutto, non avesse a che fare con computer e videogame. Nel baule era racchiusa un'intera vita: scatole accuratamente riposte conservavano i ritagli della vita della nonna e del nonno, in altre erano custoditi i ricordi più importanti, come il cappello da alpino del nonno, il bouquet della nonna o la coperta in cui era stata avvolta la mamma appena nata. Mila adorava sedersi sul tappeto davanti al grande letto in ferro battuto a cercare in quello scatolone, quando era piccola si travestiva con le cose della nonna e si faceva fotografare in posa da modella. La nonna era seduta su un piccolo pouf rivestito di velluto color crema e ad ogni oggetto accompagnava una breve descrizione e un aneddoto legato a quelle cinafrusaglie di tanto tempo prima. I ragazzi si persero in quei racconti e ne furono così rapiti da non  accorgersi che fuori era scoppiato un forte temporale. Ad un tratto, una persiana sbattè sul serramento della finestra facendo tremare i vecchi vetri e la nonna corse a chiuderle, chiedendo ai nipoti di fare lo stesso nelle altre camere: più che un temporale sembrava un vero uragano! Dalla finestra della cucina si poteva scrutare quel finimondo. La pioggia scendeva fitta, continua e veloce, picchiettando contro i vetri fino a tramutarsi in grandi e pesanti chicchi di grandine. Sembrava avesse nevicato. Un guizzo luminoso squarciò il cielo e subito un fragoroso tuono irruppe nello scrosciare di acqua e vento. La corrente saltò all'interno della casa, così come all'esterno, dove i lampioni si erano accesi per il buio plumbeo, nonostante fossero soltanto le 17.55. La nonna accese qualche candela e invitò i nipoti a sedersi accanto a lei, per recitare una preghiera mentre si accingeva a bruciare qualche foglia di ulivo della Domenica delle Palme. Entrambi, forse perchè spaventati, ubbidirono. La preghiera fu effettivamente ascoltata, perchè il vento prese a calmarsi e anche la pioggia rallentò la sua discesa incessante, fino a smettere del tutto. La luce non tornò e i nuvoloni scuri non facevano filtrare alcun raggio di sole. La nonna riprese le sue normali attività pomeridiane, alla luce dei lumi tremolanti, sotto gli occhi vigili dei suoi nipoti. Niente corrente, niente tv e niete videogame! Il marmocchio si era dimenticato di caricarlo e il dispositivo giaceva inerte sul divano, abbandonato e stanco. La nonna propose di preparare la pasta della pizza, perchè anche se non fosse tornata la corrente, si poteva sempre far cuocere nel camino! I ragazzi si lasciarono coinvolgere dalla proposta e indossati due grembiuli a quadretti cominciarono il loro lavoro. La nonna aveva sempre tutto, nel suo frigorifero c'erano verdure, carni congelate, preparati per pasta, pizza, formaggi, dolci! La sua dispensa era sempre attrezzata per preparare qualcosa di buono e gustoso... non esattamente come i mille armadietti della cucina hi-tech di mamma e papà... un deserto. Mentre erano tutti indaffarati nella preparazione della pizza, la nonna sembrava turbata, senza il suo solito sorriso dolce e delicato stampato sulle labbra, ma con una profonda ruga sopra le sue sopracciglia ingrigite dagli anni. C'era qualcosa che non la lasciava tranquilla, ovviamente se ne accorse soltanto Mila, il marmocchio era troppo preso dalla decorazione del suo angolo di teglia. Mentre Mila e la nonna riassettavano la tavola per apparecchiare, il marmocchio si affacciò alla finestra, scoprendo i disastri provocati dal maltempo: lungo il ciglio della strada scorreva ancora una ruscello di acqua e foglie, che avevano tappato tutti i tombini; alcuni rami del viale giacevano a terra spezzati; non si vedeva nessuno in giro e il fiume gorgogliava in lontananza. Il vento doveva essere stato fortissimo. Improvvisamente tornò la luce, per lasciare la casa nel buio qualche secondo dopo. In quel momento Mila era davanti alla finestra con il fratello e osservava il lato est del gigantesco edificio che si trovava in fondo alla loro strada... si era accesa la luce in una stanza, ne era sicura. Si ritrasse indietro spaventata, senza dire una parola, mentre suo fratello aveva già sulle labbra una risata di schernimento. La nonna e la nipote si scambiarono uno sguardo intenso, ma nessuna disse nulla.

Quella sera, cenarono in cucina, anche se la nonna aveva insistito per preparare comunque la tavola nel soggiorno, dove era solita accogliere i suoi ospiti che fosse uno o dieci non faceva differenza.I due fratelli preferirono restare in cucina, dove il camino aveva creato un certo tepore, che si sentiva volentieri, visto il drastico calo di temperatura  dopo il temporale del pomeriggio. La pizza era fragrante e gustosa, tanto che si cenò in silenzio, sgranocchiando fetta dopo fetta. Il trancio del marmocchio avrebbe dovuto mantenere il suo disegno di un pallone realizzato i wurstel a rondelle, ma tutto si era squagliato, mischiandosi con la fontina filante. Era quella di Mila ad avere un disegno, che però lei non aveva previsto. La nonna, offrendole il piatto, lo ritrasse dopo averlo guardato e Mila chiedendo spiegazioni, ottenne un'altra porzione. La nonna tagliò la pasta velocemente, rovistando sulle guarnizioni con la forchetta, come se dovesse cancellare qualcosa. La sua ruga era ancora più evidente. Ormai terminata la cena, tornò finalmente la corrente, che illuminò tutta la casa, riportando un clima meno cupo e tetro. Anche l'ultimo piano del grande edificio prese a brillare, come ogni altra sera, illuminando indirittamente la vecchia e scassata insegna: "Grand Hotel".  Mila dava una mano alla nonna con i piatti e suo fratello se ne stava stravaccato sul tavolo, leggendo la sezione sportiva del quotidiano locale. Erano tutti in cucina, quando la tv nel salotto si accese nel buio della sera. Il volume assordante fece sussultare tutti e Mila tirò lo strofinaccio addosso al fratello, convinta che fosse il responsabile dello scherzo. Il canale provinciale dava un programma di storia e cultura locale e stavano mandando un servizio proprio sul paese e sul vecchio hotel. La nonna staccò la presa dell'apparecchio e propose ai nipoti di uscire per prendere un gelato o una cioccolata calda, visto il clima. Era molto turbata, ma non disse nulla. Giunti in fondo alla strada, la nonna affrettò il passo, per attraversare quella che un tempo era la piazza della stazione e raggiungere presto il ponte, che portava nel centro del piccolo paesino. In giro c'era soltato qualche faccia stanza, obbligata a uscire per le incombenze di qualche amico a quattro zampe. Un lampione del ponte era stato danneggiato dal temporale e la sua luce funzionava ad intermittenza. Sotto, le acque del fiume erano scure e il livello alto faceva quasi tremare i pilastri della struttura. Si sedettero ai tavolini del caffè sotto il portico, quello sull'angolo, sorseggiando te al bergamotto e sgranocchiando qualche bacio di dama, i preferiti di tutti in famiglia, tranne della mamma, ovviamente. Dopo aver pagato il conto, ritornarono a casa, superando l'edificio dell'hotel con lo stesso passo frettoloso, scatenando le lamentele del marmocchio. La casa era illuminata dalla luce di un lampione. Il vecchio cancello cigolò alla spinta della nonna, che osservò le foglie sparpagliate ovunque sul prato e sul vialetto. La casa era silenziosa e tranquilla, come il resto della via. La nonna viveva in una zona tranquilla, un quartiere residenziale dove il nonno, con non pochi sforzi era riuscito a comprare una grande villa. Negli anni, la coppia aveva fatto diversi sacrifici per riuscire a sistemare e mantenere la casa, ma sempre con la gioia di avere la loro dimora dei sogni. Si trattava di una villa Liberty, come molte altre in paese ed era appartenuta al custode dell'hotel, nonchè giardiniere, manutentore... e tante altre cose. Il nonno l'aveva conosciuto quando fece alcuni lavori di manutenzione al quarto piano dell'hotel, con la sua impresa e da allora restarono sempre buoni amici fino alla loro scomparsa, avvenuta esattamente lo stesso giorno, a distanza di un anno l'uno dall'altro, in situazioni pressochè simili. Quando si incontrarono, l'uomo era già molto anziano e la casa era divenuta troppo grande per lui, così aveva deciso di venderla e trasferirsi negli alloggi all'interno dell'hotel, in disuso dopo la chiusura definitiva della struttura. Nonostante l'hotel fosse chiuso, il sig. Putti continuò a dedicarsi all'attività di custode, finanziato dai vecchi proprietari, scappati chissà dove dopo il tracollo e la disgrazia... Ma quella sera non ci fu più tempo per i ricordi, il temporale aveva spazzato via quello strano e nostalgico pomeriggio ed era ormai ora di riposarsi e dormire. Dopo qualche minuto, la luce del bagno al secondo piano si spense, per lasciare spazio a quella della cameretta, che lasciò la casa nel buio dopo il rito della lettura e le preghiere della sera con la nonna.

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La parola di oggi
Cagionevole - Esile, fragile.