Scrivere è sempre nascondere qualcosa, in modo che poi venga scoperto.

- Italo Calvino -

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2.4.13

L'oca e la capra della collina

Era la domenica sera il momento che Cloè adorava. In quella serata, tutta la famiglia si riuniva nella grande casa sulla collina, dalla nonna. Si partiva nel tardo pomeriggio, in quelle prime lunghe giornate di aprile, con il sole che, ormai stanco dopo una giornata a risplendere, salutava la città e i suoi boschi ancora umidi nel loro fitto fogliame. Cloè osservava i rossi e gli arancioni di quei pomeriggi e li riportava in grandi macchie colorate sul sul quadernetto rivestito in pelle, un regalo della nonna, anch'essa amante della pittura e del disegno.
Ogni domenica sera, si preparava una grande e festosa cena, a cui tutti contribuivano con un piatto gustoso, nuovo, ma anche legato ai sapori di quella terra così ricca. Cloè aspettava però il momento del dopo cena, dopo il dolce, dopo il caffè e persino dopo i sigari dei grandi. Solo a quel punto la nonna sedeva sulla grande poltrona imbottita, davanti al camino e solo allora, togliendo lentamente gli occhiali, raccontava una delle sue splendide storie...
Su quale collina abitano i nostri amici?
www.artesilva.it 

C'era una volta, nel campo in fondo alla strada della collina, un fattore che possedeva un piccolo pollaio, un cavallo, due cani, una capra e un'oca. Il fattore ogni giorno lavorava il suo campo e accudiva le sue bestie, senza chiedersi il perché o il per come, ma semplicemente sudando sette camicie e guadagnado così il pane per sè e per la sua famiglia. Ogni giorno, di ogni settimana, di ogni mese, di ogni anno. Non c'era riposo, se non la domenica mattina quando, vestito della festa, il fattore accompagnato dalla sua famiglia raggiungeva il villaggio per la messa prima.
In realtà, il piccolo mondo del campo in fondo alla strada della collina era molto più complesso di quanto immaginasse il suo proprietario. Il fattore non sapeva e non poteva sapere tante cose dei suoi animali. Le galline, benchè piuttosto ottuse e poco brillanti, la facevano da padrone, se non altro perché maggiori di numero. Il cavallo, bonario e gran lavoratore, non faceva altro che asserire, per evitare discussioni e problemi. I due cani  bighellonavano qua e là, senza occuparsi della gestione o dei diritti propri e dei loro compagni di campo. Infine, c'erano la capra e l'oca, gli individui più strani e più sfuggenti di tutta la fattoria. Persino la moglie del fattore risultava essere meno complicata di quei due. La capra aveva un caratteraccio burbero e chiuso, tanto da mal sopportare la compagnia degli altri. L'oca era indecisa, combattuta fra quella parentela labile che sembrava legarla alle galline e i suoi principi, che cozzavano con le idee senza capo né coda delle lontane cugine. I due non si piacevano e cercavano di evitarsi, rispettando un reciproco e condiviso silenzio.
Successe un giorno che il fattore, senza nemmeno volerlo, cambiò inesorabilmente le sorti di quei due. Quel giorno, il fattore si presentò di buon ora alla fattoria, con un lungo tubo in plastica e un misterioso e profumato sacco, che attirò tutte le galline e, in maniera meno evidente e chiassosa, anche l'oca. La capra osservava da lontano. Il fattore si sedette e scrollando il sacco per agitare ancor più le sue fameliche amiche, ottenne ciò che voleva: l'oca lo avvicinò abbastanza da poterla afferrare per il collo. La capra ebbe un sussulto. L'oca prese a dimenarsi, starnazzando all'impazzata fra la fuga generale di tutte le galline e l'abbaiar dei cani. Preso il tubo, il fattore cercò a più riprese di infilare quest'ultimo nel becco dell'oca. Impresa ardua, visti i convulsi movimenti dell'oca spaventata. La capra raspava a terra. Il fattore non si dava per vinto e continuava con i suoi tentativi: portare a termine quel compito gli avrebbe garantito il doppio dei guadagni che l'oca gli avrebbe dato con le sole sue carni. Infine, il tubo passò il becco e si conficcò nel lungo collo dell'oca, facendole assunmere un'innaturale postura rigida e soffocante. Gli occhi dell'oca arrossati per lo sforzo incontrarono quelli della capra. Questa non perse un attimo e caricando si scagliò sul fattore, facendo ruzzolare via il suo seggiolino e provocandogli un forte dolore al fondoschiena, dove andò a conficcare le sue piccole corna aguzze. Alzandosi, il fattore estrasse involontariamente il tubo dalla gola dell'oca, permettendo a quest'ultima di fuggire lontano, accompagnata dalla sua nuova compagna di avventura, la capra. Il fattore cercò in vano di raggiungerle, ma dolorante com'era non poteva certo credere di prenderle.
Le due compagne corsero e corsero, fino a incrociare sul loro cammino di fuga e salvezza una bimba con le trecce che non esitò ad aprire il cancello del suo giardino, facendo entrare le due bestiole. Da allora, capra e oca non si lasciarono mai più: non c'era angolo del giardino della bimba con le trecce in cui non apparissero insieme, una al fianco dell'altra. In un apparente silenzio, se ne stavano per ore a crogiolarsi al sole o a rinfrescarsi nelle lunghe e tiepide notti d'estate. Se sarete fortunati, anche a voi capiterà di vederle.... basta salire sulla collina più vecchia della città*....




* - La mia città è Bergamo e fra i suoi colli, uno è conosciuto per la sua vecchiaia :) Proprio lì potrà capitarvi di trovare le due bestie di questa storia.

9.4.11

Il giardino delle fate

"Per fare un prato occorrono..."

Matilda era in giardino e stava aspettando che arrivasse il suo vicino, per iniziare una nuova avventura alla scoperta del suo prato. Aveva tutto il necessario: ciabattine rosse fluo in gomma, piene di jibbitz colorati; cappellino antisole giallo canarino, così la mamma è contenta; annaffiatoio in latta per tutti i fiori piantati all'inizio di aprile; mini-kit da giardinaggio e mini-cariola, che può sempre tornare utile. Mancava solo Gigi, che cominciava ad avere un ritardo troppo clamoroso... mmm. Tanto per non perdere tempo, Matilda cominciò il suo giro di abbeveraggio delle gerbere, piantate sul confine lungo il ruscello, dietro la sua casa.
Borbottando dove potesse essersi cacciato, Matilda riempiva il suo annaffiatoio di latta alla fontanella in pietra sul retro, quando notò una bellissima farfalla svolazzare sopra la sua testa. In realtà, le farfalle e tutti gli altri insetti, non è che la facessero impazzire, ma quella era davvero molto bella... anche se molto grossa! Osservandola però, nel suo battito d'ali leggero, non sembrava un farfalla. Matilda era talmente presa da quella creatura, che l'acqua raccolta strabordò e solo quando sentì freddo sui piedini racchiusi nelle ciabatte bucherellate, sobbalzò indietro accorgendosi di quanto avesse riempito il suo innaffiatoio. La farfalla non c'era più.
Era una calda giornata di Primavera, qualche nube leggera svolazzava nel cielo. Matilda riprese il suo lavoro e cominciò a bagnare le gerbere gialle. Passo dopo passo, il terriccio si inumidiva, colorandosi di un marrone scuro e di rosso... di rosso?? Già, c'era qualcosa di rosso che si muoveva lentamente sul gambo di una gerbera, forse si trattava di una coccinella. A guardarla bene era proprio una sorta di coccinella: tondeggiante, rossa scarlatta con i suoi ridicoli puntini neri e un visetto da bambina!
- Per tutte le cipolle, ma questa coccinella ha una faccia come la mia!
Matilda lasciò cadere l'innaffiatoio quasi vuoto e non esitò a sdraiarsi nella terra umida per osservare da vicino quella... cosa. La coccinella era davvero semi-umana e davanti agli occhioni verdi di Matilda, sorrise dolcemente. La bimba si pizzicò le braccia per capire se stesse sognando, ma in effetti era tutto vero: lo steccato azzurro di recinzione, il rumore del ruscello, il sole caldo sulla pelle... la coccinella che sorride! Matilda si alzò e di corsa raggiunse la casetta degli attrezzi, dove trovato quel che cercava, ritornò con gran fretta dalla sua coccinella, che ovviamente era già sparita. Matilda rimase in attesa con il suo barattolo, per catturare la coccinella o la farfalla, ma inaspettatamente, qualcos'altro si fece catturare di sua spontanea volontà, entrando nel barattolo di vetro, prontamente richiuso da Matilda con un tappo dorato.
Come per proteggere la sua scoperta, Matilda si nascose nella frescura della casetta degli attrezzi e alla luce dell'ingresso osservò il suo barattolo di vetro. All'interno se ne stava in panciolle, una bellissima libellula verde e turchina, con lunghe ali e un corpicino sinuoso... sul quale trovava posto un bellissimo viso paffuto e colorito. Matilda era euforica per la sua scoperta, ma Gigi non era ancora arrivato e davvero non poteva condividerla con nessuno, così continuò ad osservare quella creatura, nello spicchio di luce che penetrava dentro la casetta di legno. La libellula stava seduta dentro al vaso, con un'aria tranquilla, come se attendesse qualcosa; Matilda, pensado fra sè e sè, borbottò qualche parola e la Libellula rispose con cortesia:
- Non sono una libellula bambina... sono una fatalibella...
- Io lo sapevo che c'era qualcosa di strano nel giardino - commentò Matilda, questa volta ad alta voce.
- IO NON SONO STRANA. Sono una fatalibella.
- Scusami, non volevo offenderti, ma intendevo dire che...
- Non importa - la interruppe la fatalibella - Ora mi dovresti fare un favore, perché sono davvero affamata. Ce l'hai un vaso come questo, ma con della marmellata dentro??
- Certo, ma... come ti chiami?
- Io sono Zina e tu sei Matilda, vero?
Matilda sorrise e mettendo il vaso con Zina in una tasca del suo grembiule verde, corse in casa a cercare le marmellate di fragole della nonna. Non appena il tappo del vaso scoccò, Zina si drizzò in piedi, sbattendo freneticamente le sue ali lunghe e sottili e chiese alla bambina di farla uscire e non appena ottenne la sua libertà, Zina si fiondò sul vaso di marmellata e sedendosi sul bordo, cominciò ad affondare le minuscole dita in quella sostanza golosa e appiccicosa. Leccando le sue piccole dita, Zina fu rapita da quel sapore così delizioso! Con il pancino meno vuoto, Zina cominciò a raccontare fantastiche storie a Matilda e le confessò che fintanto avesse avuto quella marmellata così squisita, avrebbe sempre avuto il giardino piento di creature meravigliose come lei, le fatanelle o le farfafate.
Le chiecchierate fra Matilda e le fate del giardino durarono tutta la Primavera e tutta l'Estate, quando le fatine cominciarono a chiedere granite ghiacciate al posto della marmellata. Quei pomeriggi di racconti e storie restarono sempre un segreto, anche per Gigi, il miglior amico di Matilda, che non avrebbe mai potuto capire. Le storie incantate non erano il solo regalo che le fate lasciavano a Matilda, infatti anche il suo giardino godeva di un aspetto rigoglioso, ogni fiore risplendeva in tutti i colori della bella stagione, facendosi invidiare Matilda da tutti gli altri giardinieri del quartiere. Poi, con l'arrivo delle prime piogge e l'ingiallire delle foglie, le fate del giardino salutarono Matilda, ringraziandola di tutte le cure ricevute e delle molte prelibatezze, lasciandole un piccolo ma prezioso regalo: un pollice verde!
Ancora oggi, entrando nel bel negozio Il Giardino delle Fate, si respira un'aria magica, che Matilda conosce ancora molto bene...

25.3.11

Le Printemps e il Ranabimbo

C'era una volta il bambino ranocchio. Nessun'altro bambino voleva giocare con lui e nessun adulto poteva sopportarne l'aspetto malaticcio e mesto. Aveva la pelle pallida, di un colore giallastro-verdognolo, come quella dei bambini malati di qualche virus violento e temibile. I suoi occhi spenti non lo aiutavano a scuola, dove gli insegnanti spesso lo riprendevano per la sua apparente disattenzione. Nessuno sembrava interessarsi al bambino ranocchio e quasi nessuno ricordava il suo vero nome, ormai sostituito da Ranabimbo.
Ranabimbo andava a scuola a piedi e partiva così presto da non incrociare nessun altro bambino per evitare almeno per quel quarto d'ora, gli scherzi e i dispetti dei suoi compagni. In realtà, nessuno osava avvicinarsi a lui, perciò tutto si limitava a risatine sotto i baffi, a parole sussurrate nell'orecchio e a stupidi giochi. Durante l'intervallo, tutti i bambini scendevano di corsa in giardino, ma Ranabimbo se ne stava in classe, apriva uno dei suoi libri e leggeva, come se non gli fosse bastata l'ora di lezione precedente e quella che sarebbe inziata poco dopo. Quando la sua classe scendeva al piano interrato per raggiungere gli spogliatoi della palestra per prepararsi all'ora di Educazione Fisica, Ranabimbo chiudeva la fila e si cambiava per ultimo, nessuno avrebbe voluto condividere lo spogliatoio con lui e nessuno l'avrebbe voluto in squadra a palla prigioniera, perché era quasi ovvio che portasse sfortuna. Così, gli veniva assegnato il ruolo di arbitro e ogni volta, Ranabimbo raggiungeva la linea di metà campo e lì trascorreva tutta l'ora di ginnastica, mentre gli altri giocavano, sfogando tutto il loro entusiasmo.
Un giorno, l'insegnate di Educazione all'Immagine entrò in classe con un bel sorriso smagliante, aprì le finestre e squittì allegra che la Primavera era arrivata in paese e con essa il periodo del Parco-inventa. Ogni anno, la scuola partecipava al concorso Parco-Inventa e tutti i bambini avrebbero potuto presentare il loro capolavoro ispirato al Parco e al risveglio della natura in quella splendida stagione. Tutti si misero all'opera e crearono delle meravigliose composizioni di colori e forme: Charlotte disegnò il volo leggero delle farfalle, usando mille colori pastello; Didier scelse di rappresentare la magnolia in bocciolo della zona est del parco, contrapponendo la delicatezza di quei fiori alla robustezza dei rami; Georgette decise che nulla avrebbe meglio rappresentato la primavera come gli anatroccoli della coppia di germani reali. Il concorso era un'occasione di trascorrere all'aria aperta qualche ora, da dedicare a schizzi e studi dei soggetti da rappresentare. Poi ci sarebbero state due settimane in cui lavorare ai propri progetti, sfruttando i consigli di diversi artisti, invitati a partecipare ai laboratori pomeridiani, organizzati dalla scuola. Tutti lavoravano freneticamente, con la convinzione di aver realizzato il disegno vincitore. Tutti tranne uno: Ranabimbo. I compagni avevano cominciato a prenderlo in giro fin dalla prima uscita al parco quando, attraversando il ponte giapponese, videro una famiglia di ranocchie nella frescura delle nifee. Tutti erano convinti che avrebbe realizzato un ritratto delle rane e alle solite nenie, aggiunsero un "cra-cra" ad ogni suo movimento.
I disegni furono consegnati all'insegnate, che assegnò un numero ad ognuno, in modo che il giudizio non fosse condizionato da eventuali simpatie verso i bambini. In cambio, ogni partecipante ricevette un biglietto con il numero associato al proprio capolavoro, in modo da poter conoscere la loro posizione in classifica alla fine del concorso. Dopo una settimana, i risultati sarebbero stati pubblicati sulla grande bacheca nell'atrio della scuola. Tutti li aspettavano con ansia...
Quella settimana passò molto in fretta, viste le molte verifiche da fare e le diverse interrogazioni, che fecero fioccare votacci un po' per tutti. Ranabimbo ottenne i suoi soliti ottimi voti, anche se gli insegnanti non mancavano mai di rimproverarlo per qualcosa: perchè non ci metti un po' di entusiasmo? Perchè scrivi tutto con il nero? Nelle ricerche potresti fare qualche titolo colorato... perchè non lavori in coppia con qualcuno? Perchè, perchè, perchè? Ranabimbo non rispondeva, si limitava a qualche cenno di assenso con il capo, senza dare nessuna soddisfazione alle insegnanti, falsamente interessate alla sua situazione. L'avevano anche spedito dalla Psicologa e presto avrebbe dovuto iniziare a seguire le sedute di terapia... oltre alle lezioni di yoga per liberare il su spirito e ai colloqui con il Don di Religione, per dare pace alla sua anima.
Il giorno tanto atteso arrivò. Se solitamente i bambini cominciavano a vociare nel cortile della scuola soltanto alle 7.45, quel giorno alle 7.30 erano già tutti all'assalto del portone grigio-azzurro. Fra tutto lo spingere e il gridare, gli insegnanti non riuscivano ad entrare e il bidello Genny fece la voce grossa per ristabilire l'ordine, annunciando che il Preside in persona avrebbe annunciato i risultati dalla finestra del suo ufficio, proclamando i tre vincitori dei premi previsti, ancora sconosciuti. Alle 7.50, la finestra del Preside si aprì, richiamando il silenzio in tutto il cortile, ma quando si affacciò la signorina Dada, l'insegnate di Educazione all'Immagine, tutti ripresero a chiacchierare. Un acutissimo suono del microfono riportò il silenzio e la signorina Dada annunciò la descrizione dei premi:
- un microscopio scientifico al terzo classificato;
- un abbonamento alla rivista nazionale di natura e scienze al secondo classificato;
- un'intera giornata al planetario della città al primo classificato!
Nessuno era interessato a quei premi, ma tutti volevano vincere per sentirsi più bravi dei compagni. Nessuno tranne uno e voi sapete di chi si tratta. Dopo l'annuncio dei premi, il Preside raggiunse la finestra, aprì un foglietto di carta gialla e si schiarì la voce. Tutti erano con il fiato sospeso. Il terzo premio, per i colori e la vivacità; seguì un applauso fragoroso; il secondo premio, attribuito per la tecnica, nuovamente coronato da un potente battimani e infine... il primo premio! Si trattava di un paesaggio di campagna, in cui mille e più persone erano ritratte indaffarate: chi spazzava il cortile, chi giocava nell'erba, qualcuno lavava la sua auto, altri passeggiavano ridendo e altri ancora sfrecciavano sulle piccole biciclette. Il mercato e i suoi colori, la chiesa e le campane... la Primavera era vita e la vita era stata disegnata su quel foglio. Minuzia, tecnica, completezza, soggetto e pieno rispetto delle consegne... al numero 13! Incredibile. Quando il dito della signorina Dada si fermò su quel nome, a fianco del numero 13, non riuscì ad alzare lo sguardo. Il Preside prese il foglio e rimase impietrito. Il Ranabimbo alzò lo sguardo nel sole e per la prima volta, il suo viso si raddolcì in uno splendido sorriso... in mezzo a una folla di facce inespressive e mute.

28.2.11

Una notte e un berretto

C’era un tempo una storia piccola e leggera, trasportata dal vento e dalle ali di qualche cinciallegra diretta nella stessa direzione della storiella: un balconcino, che si apriva dalla stanza di un bimbo non ancora addormentato e in attesa della sua favola della buona notte… ascolta, bimbo caro…
Era una limpida mattinata di primavera, la valle si stava ancora svegliando sotto i raggi del primo sole. Il tepore di primo mattino riscaldava i piccoli fili d’erba, infreddoliti dalle goccioline di rugiada della notte. I ranuncoli stendevano le loro fogliolette su cui le insonnolite farfalle aprivano le loro ali variopinte, dopo una lunga notte di riposo. Tutto, piano piano, salutava il nuovo giorno che già cresceva nel limpido cielo azzurro.

L’angusta valle s’inerpicava su vecchie montagne, le cui vette erano appena impolverate di soffice neve. I fianchi delle montagne, spruzzati qua e là di casine, verdeggiavano di Primavera; i profumi di erbe aromatiche, trascinati da un leggero venticello, s’intrecciavano con gustosi sapori: patate appena scottate nell’olio sulle nere stufe di ghisa, bricchi di latte spumeggianti, caldi cornetti appena sfornati e  tanto pane croccante spalmato di burro e morbide marmellate… nelle casine le colazioni erano già in tavola. Il ballo indaffarato del vento portava i profumi di ginepro sui focolari, volava verso il cielo in vorticosi passi fino alle stelle, che s’intravedevano ancora nel chiarore del mattino.
Proprio da queste parti, raggiunto il paese sulla costa della montagna, la strada fangosa portava alla casetta del Sig. Boscofruttoso. Dalla stradina si poteva scorgere una casa in pietra, sistemata sulla collina più verde. Le sue finestrelle erano accese di piccole fiammelle rosse che brillavano con calore. C’erano anche altre costruzioni nella radura: una chiesina, ricavata dalla vecchia stalla e laggiù infondo, la stalla nuova, l’orgoglio dei Sig. Boscofruttoso! La piccola famigliola viveva da generazioni in quel luogo incantato e sembrava che ormai non l’avrebbero mai più abbandonato.
Il Sig. Boscofruttoso era un ometto cicciotto, con grandi baffoni bianchi e un paio di occhiali, con i quali osservava i più piccoli dettagli dei fiori e delle piante. Portava sempre il cappello, qualcuno in paese, diceva perché era pelato!! Chissà! Sua moglie, una signora esile e sempre ordinatissima, curava la casetta e la chiesina, cercando sempre di accontentare la vecchia nonna che viveva con loro e che, beh, nonostante i suoi capelli grigi, aveva ancora il suo caratterino! Nella famigliola c’era poi Chicco, un bimbetto vivace, dai capelli foltissimi e neri come la notte. Sempre a caccia di guai, impegnava i suoi genitori da mattina a sera, anche se la maggior parte delle sue giornate, le trascorreva galoppando per i prati con Martino, il suo cavallo. I due erano davvero inseparabili, non passava pomeriggio, in cui Chicco non stava con Martino e l’animale sembrava divertirsi quanto il suo padroncino.
Ma ecco aprirsi la porticina della stalla, un omettino, in salopette blu infilata in grandi stivaloni verdi, con un grosso cappello in testa, si dirigeva svelto verso la casettina. In una mano stringeva un secchiellaccio in latta, incrostato di giallo all’interno, dove il latte delle caprette sguazzava appena munto. Nell’altro una testa d’aglio, la nonna ci teneva molto, si diceva tenesse lontani gli spiriti maligni. Da una delle finestrelle, la Sig. Boscofruttoso sbatacchiava i tappeti pesanti delle camere da letto: 
- Berto! Ti stiamo aspettando, quanto ci hai messo? - disse la Signora. 
- Arrivo, arrivo… che barba! - rispose il Sig. Boscofruttoso borbottando altro sotto i baffi.
Una volta arrivato, spiegò che aveva trovato tutto molto in disordine nella stalla nuova, le caprette molto agitate, ma inspiegabilmente il latte già munto e i cavalli già al prato. Credendo fosse opera di Chicco, suo padre era già deciso a rimproverarlo, per avergli fatto prendere uno spavento per il disordine, ma soprattutto per essere sgattaiolato fuori casa quando era ancora buio (e senz’aglio, per giunta!). Chicco scese la scala scricchiolante con estrema lentezza, ancora intorpidito dal lungo sonno. 
- Chicco per tutti gli scoiattoli, dove sei stato stanotte? - esclamò il vecchio padre arrabbiato. Chicco, nel suo pigiametto rosso, lo guardò con una faccia senza espressione, sgranando i suoi vispi occhietti verdi, per abituarsi alla luce.
- Io? E dove vuoi che sia andato?A letto! - rispose svogliatamente il bambino. 
- Oh gattaccio!! Racconta queste frottole a qualcun altro! Ho trovato tutto in disordine nella stalla, chi vuoi che sia stato se non tu, monellaccio bugiardello! - sbraitò il Sig. Boscofruttoso. 
- Ma io… - 
- Niente ma! Per punizione, non verrai al mercato con me e la mamma! Ti occuperai invece della povera nonna: le taglierai le unghie! -
Pietro si prese un pezzo di focaccia appena sfornata e se ne tornò arrabbiato in camera sua pensando fra sé: "E’ sempre colpa mia, non ho fatto una mela secca, ma per lui sono stato io! E in più niente mercato, niente bicicletta nuova… in compenso, unghie della nonna: bleah!" Intanto, al piano inferiore tutto fremeva per i preparativi per salire in paese, per la famigliola il Giovedì era giorno di mercato e momento per trovarsi con gli amici in paese e chiacchierare a suon di frittelle e vinello nuovo.
"Non sono stato io, ma tutto è molto strano… devo lasciar andar via mamma e papà, far addormentare la nonnina e poi… scoprire il segreto! Martino sarà con me, mi porterà lui verso l’indizio giusto!”. Detto, fatto! Chicco era già in cammino verso la stalla accompagnato dal suo fedele compagno. Il vecchio portoncino cigolò appena Chicco lo aprì, nella stalla tutto era ormai silenzioso. I due amici cominciarono ad aggirarsi in tutti i cantoni, sgranocchiando insieme la focaccia (il loro pranzo), nulla di sospetto. Caprette brulicanti, attrezzi nell’armadio, balle di fieno impilate… Impilate?? Ma quello era il compito di Chicco!! Il cavallino cominciò a nitrire in direzione delle balle, Chicco gli corse incontro. Stava osservando come fossero ben allacciati i fili, quando la sua attenzione fu catturata da una cuffietta arancione di dimensioni piccolissime…che poteva essere? Martino raspò a terra nitrendo, Chicco allora gli saltò in groppa e già al piccolo galoppo, Martino si diresse verso il Bosco Incantato. Il bosco era chiamato così per la bellezza delle sue piante, rigogliose e piene di fiori e bacche. La nonna, che in quel momento ronfava tranquilla, era convinta che fosse abitato da strane creature, ma nessuno, tranne Chicco, le credeva più e quella cuffietta sembrava darle ragione. I due compagni di avventure erano ansiosi di raggiungere il bosco, ma durante il loro tragitto, Chicco scorse un uccellino impigliato in un cespuglio di rovi. Preoccupato per la creaturina, con un fischio richiamò Martino al passo, che subito ubbidì. Nonostante la fretta, Pietro liberò delicatamente il piccolo pettirosso, che subito squittì contento! Chicco lo abbeverò con la sua borraccia, questo, fatto qualche sorso volò via allegro. Un sincero sorriso sbocciò sulle guanciotte rosse di Chicco e Martino approvò scuotendo su e giu il suo musone. Ma non c’era tempo da perdere, il bosco aspettava e la nonna poteva svegliarsi da un momento all’altro! Chicco s’incamminò alle soglie del bosco, Martino gli andava dietro. Arrivarono fino al centro del bosco, in una piccola radura, nessun rumore. Il muschio incastonato sulle pietre bianche, i tronchi impetuosi e i cespugli di biancospino. Nient’altro. Chicco capì che doveva aspettare la notte, ma come avrebbe fatto ad uscire senza essere visto?! Tornò verso casa un po’ deluso, sistemò Martino nel suo recinto speciale, gli riempì il secchio di acqua fresca e la mangiatoia di croccante avena. Lo salutò facendogli solletico sul nasone e lui lo stropicciò contento.
Una volta in casa, trovò la nonna ancora addormentata, stava prendendo le forbicine per fare il suo dovere…ma, le unghie erano già tagliate!! E spennellate di smalto! Stava cercando di capacitarsi di questo, quando il trillo del telefono giallo svegliò la nonna e attirò Chicco fino al mobiletto dell’ingresso: 
- Pronto, pronto?? Chiccooo?? Sono la mamma tesorino!! - 
E Chicco: - Sì, dimmi mamma, che c’è? -
- Senti, hai tagliato le unghie alla nonna vero, certo che l’hai fatto, ascolta noi ci dobbiamo trattenere qui all’osteria della zia Melalinda, purtroppo è piena di lavoro e da sola proprio non ce la fa! Così staremo qui a dormire!!Non devi aver paura, c’è la nonna e poi sta venendo giù anche la tua cuginetta Mia, si occuperà della cena, quindi comportati bene, ora devo andare! -
- Mamma, io… - e la mamma aveva già riattaccato! Che disdetta,Chicco avrebbe potuto muoversi tranquillo solo con la nonna, ma con MIA!!! Aveva appena posato il telefono, quando bussarono alla porta “Ma non ci credo, è già qui! Addio scampagnata nei boschi!”. Mia entrò, era tutta vestita di azzurro e il suo naso a punta sembrava pizzicare la luna. Posò la borsina con calma, baciò la nonna, che rispose con uno sdentato sorriso, e cominciò ad attaccare la cena… ormai era già tardo pomeriggio!
Si fece sera, la cena fu consumata tranquillamente, Chicco dopo aver aiutato Mia a sistemare e aver accompagnato la nonna fino alla sua camera, cercò lo smalto ovunque, ma non ne trovò nemmeno l’ombra! Infatti in casa non lo usava nessuno, anche se alla nonna sarebbe piaciuto averlo! Chicco decise di andare a letto presto, così anche Mia lo imitò. Non appena sentì che era tutto tranquillo, scese le scale: 
- Beccato! Dove vai? - la luce si accese e Chicco trovò Mia seduta davanti alla porta, in camicia da notte rosa. 
- Oh, senti Mia, è una storia lunga, ma se vieni con me e tieni la bocca chiusa, ti racconterò tutto! - 
La ragazzina, poco più grande di lui, lanciò il suo nasetto in un sì deciso! Partirono insieme e tutto fu spiegato anche a Mia. Mia era in rosa, Chicco aveva il pigiama rosso e Martino la sua cuffia da notte verde (contro il freddo!).
Arrivati al centro del Bosco Incantato, tutto sembrava tranquillo, i tre si tenevano vicini. Chicco teneva in una tasca la cuffia arancio, nell’altra l’aglio, non si poteva mai sapere! Ad un tratto tra le foglie, s’accesero mille e più luci bianche, una melodia leggera s’alzo accompagnata dal vento e milioni di piccoli elfi colorati si avvicinarono ai tre amici. Uno di loro andò verso Chicco, gli chiese di chinarsi e gli sussurrò in un orecchio magiche parole, Chicco gli offrì in cambio la sua cuffia e l’elfo gli lasciò cadere nella mano una minuscola fiala… Chicco chiuse gli occhi, tutto s’offuscò!
Il giorno dopo, Chicco si trovò nel suo letto. Scese in fretta le scale, Mia dormiva nella sua stanza. Guardò fuori, le orecchie di Martino sbucavano dalla porta del suo recinto. Mise una mano in tasca, trovò la piccola fiala. Allora capì. Tutto. Gli elfi, il loro lavoro… e il loro segreto! Da allora ogni viaggiatore trova riparo presso la casina, in cui prima di ripartire fa tesoro del segreto svelato quella notte…



Se anche tu, bimbetto,
degli elfi il segreto vuoi scovare,
là sulla montagna c’è il magico boschetto
non aspettare, corri a guardare!
Nella tua valle fin quasi a una piccola sera,
scopri il mondo in cui la vita è ancor vera!