Benvenuti! La Baita di Vetro è il rifugio dopo una lunga camminata, è la tazza fumante di te, la fetta di torta e il piumone piegato sul letto, dopo aver trascorso la serata con il naso all'insù fra le stelle.
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17.3.14
I sogni di Agostino - La mamma e il lanciatore di coltelli
In un paesino disperso fra le dolci colline toscane, abitava Agostino, un bambino di 8 anni vivace e con due grandi occhi verdi che spiccavano sul suo incarnato bruno e olivastro. Il suo papà lavorava come sagrestano nella Parrocchiale del paesino e si occupava anche delle altre 6 chiese, delle 15 cappelline e delle stazioni decorate delle due vie-crucis che il comune di nemmeno 1000 anime vantava. Ovviamente c'era poi il santuario. La mamma di Agostino, invece, era partita già da qualche anno per inseguire il suo sogno: diventare la donna del lanciatore di coltelli, per provare quell'ebrezza adrenalinica che solo la paura può garantire. Le chiacchiere in paese raccontavano altro, ma questa è un'altra storia. Dopo la partenza di Ortensia, questo era il nome della mamma, il papà di Agostino dovette rinunciare al suo sogno e cercare di guadagnarsi da vivere per permettere a lui e al bambino di avere un'esistenza dignitosa. Questo però non era sufficiente per quell'omino laborioso e instancabile, perché in cuor suo restava un desiderio grande: far studiare il suo figliolo e garantirgli un avvenire roseo e di successo, quello che lui non aveva potuto nemmeno rincorrere. La Ortensia gli rubò il cuore quando ancora erano due ragazzini e l'annuncio dell'arrivo di Agostino affrettò i preparativi delle nozze di quei due bambinetti o poco più. Gia' allora la sua attività di pittore passò in secondo piano, perché era necessario un lavoro più redditizio per mantenere la nuova famigliola e così il babbo iniziò a lavorare nella fabbrica di guanti di pelle giù in città. Ogni mattina se ne partiva con la sua bicicletta un po' scassata, con lo zaino in spalla, dove custodiva il suo pranzo e uno dei suoi quaderni per fissare uno dei fiori del cortile, un passero attratto dalle briciole del suo panino o qualsiasi altra scena che colpendo il suo sguardo, avesse potuto tracciare a colpi di carboncino. Il lavoro era pesante, ma non si lamentava mai e quando tornava a casa, aveva sempre un sorriso per la sua Ortensia e energie per i giochi con il suo Agostino. Quando lei se ne andò, la casa e il bambino necessitavano la sua presenza e il lavoro in città lo teneva via troppo tempo. Così, liberatosi il posto di sagrestano, lo accettò con umiltà e riconoscenza. Le sue mansioni erano le più svariate: spazzare, lustrare, raccogliere le offerte, allestire la chiesa a festa, disallestire la chiesa, parare a lutto, portar fiori e ciotole da una cappella all'altra, contar particole, suonar le campane, riporre i lumini, cantare alla Messa ecc... C'era sempre da fare, ma ogni tanto, nella tranquillità delle prime ore della mattina, quando ancora la notte non se n'era andata del tutto, c'era una cosa che il sagrestano amava del suo lavoro. A quell'ora, quando fuori ancora era buio, si concedeva un piccolo lusso che il prevosto non avrebbe mai approvato: sgattaiolando in sagrestia, dal pannello elettrico accendeva le sole luci che illuminavano le grandi pale d'altare, solo quelle, lasciando nel buio completo il resto della Parrocchiale. Tornando in chiesa lo spettacolo era maestoso: le grandi e imponenti tavole dei maestri del '400 risplendevano sotto la luce che ne valorizzava la perfezione e l'uso sapiente del colore. Che delizia per gli occhi di quel povero pittore mancato! Grandi opere tutte per lui. Ogni tanto, quando il parroco era via per qualche pellegrinaggio o in città per le visite in Curia, anche Agostino era invitato a quello spettacolo privato. Lo andava a svegliare da quel suo sonno sereno, quello che solo i bambini possono dormire, per poi caricarselo sulle spalle ancora mezzo addormentato e portalo in chiesa, dove gli svelava i segreti della prospettiva, delle sfumature o i significati delle allegorie. Agostino non ci capiva un granché e non capiva come mai si dovesse andare tanto presto a vedere quelle pitture che se ne stavano tutto il giorno appese al loro posto, senza muovere un passo.
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30.4.11
Il Villaggio dei Pescatori Innamorati
C'era una volta un piccolo gatto color champagne, abbandondato dai suoi padroni e accudito da una famiglia di topini pescatori. Una volta divenuto più grande della sua tana, il gatto color champagne dovette lasciare la sua famiglia adottiva, così si mise in viaggio, per rincorrere il suo sogno di sempre: diventare il capitano di una grande nave. Il suo sogno, dopo molto girovagare, lo condusse fino alle spiagge di sassi di un paesino minuscolo, dove la montagna si tuffava a capofitto nel blu delle onde salate. Dopo aver percorso una lunga strada di curve anguste e continue, il gatto vide un piccolo cartello arruginito e lesse: "Villaggio dei Pescatori Innamorati". Il sogno si fece sentire forte dentro al gattino, che si convinse di essere sulla buona strada per realizzare, finalmente, il suo desiderio, forse ancora racchiuso in un'ampolla o in un barattolo di quel piccolo paese.
Il villaggio dei Pescatori Innamorati sorge su uno scoglio, che chiude in un abbraccio il golfo della Poesia. Il villaggio è talmente lontano da tutto, che il gatto color champagne fu il primo a capitarci per caso, nessun'altro trovava la volontà di continuare quella strada così stretta e piena di tornanti.
Il gatto raggiunse finalmente il mare. Quel giorno di quell'aprile così normale, il gatto color champagne incontrò per la prima volta il mare: un profumo nell'aria, intenso e fresco, un turbinio spumeggiante di onde giocherellone e un paesaggio colorato di sole e pieno di energia frizzante. Il gatto guardò nel suo cuore e capì di essere giunto nel posto giusto, ora, avrebbe soltanto dovuto trovare la sua ampolla o il suo barattolo dei sogni. Perlustrò il paesino, ansioso di trovare ciò che cercava, perchè non avrebbe dovuto essere tanto difficile... il Villaggio dei Pescatori Innamorati era piccolissimo! Un giorno, mentre il gatto faceva questi pensieri passeggiando sul bagnasciuga, qualcosa o qualcuno piombò sulla sua testa, rovinando infine sulla spiaggia di micro-sassi colorati.
- Ciao! - disse il gatto
- SSSScussaaaaaaaaaaaaaaa! Io, io... non sssso davvero come sssssscussssarmi. - disse un gabbiano candido e grassotto. Riprese: - Mi sssono persssso!
- Non preoccuparti, dove stavi andando?
- Io viaggio sssssecondo il vento, è lui che decide!
Il gatto lo guardò poco convinto... se era il vento a decidere... allora si era forse perduto anche il vento?! In effetti, prestando attenzione a quel pomeriggio di aprile, il vento non si sentiva e in un villaggio di mare, il che era molto strano. Parecchio strano. Questo bizzarro e inaspettato incontro sconvolse i progetti del gatto, che decise di aiutare il suo nuovo amico a ritrovare la sua rotta, ma prima di tutto la sua guida: il vento.
Gatto e gabbiano perlustrarono il porto, le barche dei pescatori, i retrobottega e persino la rimessa delle barche, dove queste se ne andavano a dormire durante la stagione fredda. Niente. Il gatto non sapeva proprio come aiutare il suo amico pennuto. I due nuovi compagni di avventure se andarono a zonzo per il Villaggio dei Pescatori Innamorati, salendo e scendendo per le minuscole scalette in pietra, scovando qualche sacco di prelibatezze per una buona merenda, curiosando nelle finestre delle vecchie case e nascondendosi dai monelli del paesino. Decisero di andare a riposare e l'indomani, svegliarsi presto, per essere agili e scattanti nella loro ricerca del vento. La notte scese dapprima sul Villaggio dei Pescatori Innamorati e quindi sulle profonde acque cobalto del mare, calmo e tranquillo. Il rumore dei ristoranti lasciò posto al silenzio buio della notte e tutti chiusero le finestre delle loro altissime e colorate case storte, per abbandonarsi a un sonno rigenerante. Quella notte, dalla barca verde del buon Duilio il pescatore, il gatto color champagne sognò di volare con il suo amico gabbiano. Dall'alto vide i tetti sgangherati delle altissime e colorate case storte e sbirciò nei comignoli per vedere se ci fosse qualcosa di gustoso da pappare. Volò sulla montagna, sul paese, sul porto e sul mare. Il mare. Al largo della costa, il profumo era ancora più intenso e il gatto lo respirò a pieni polmoni. Ad un tratto, il gabbiano prese a picchiettare il suo becco sulla testa del gatto, che gli chiese di smettere, ma quello continuò indisturbato. Poi, il gatto color champagne aprì gli occhi. L'amico pennuto lo fissava con i suoi occhietti neri, posti ai bordi del suo lungo becco color aranciata. Allora, capì che il suo volo era stato tutto un sogno, un sogno bellissimo, un... un momento. Ecco la soluzione!
Il gatto cominciò a correre, seguito dal gabbiano in volo, che faticava a stargli appresso. Corse fra i banchetti del mercato rionale, corse fra le gambe dei pescatori e superò il porto (abbandonando l'idea della sua colazione preferita: una bella sogliola fresca), corse sulle lastre grigie e quindi su per la scala grande, corse fino alla chiesina in cima allo scoglio e si fermò davanti al pesante portone che conduceva alla piccola torre campanaria, il punto più alto di tutto il Villaggio dei Pescatori Innamorati. Ecco dove si era cacciato. Il gatto color champagne ne era convinto. I suoi miagolii attirarono l'attenzione della signora gialla, la donna che vendeva le sue creazioni avvolta in un impermeabile giallo, sia che ci fosse il sole, sia che piovesse. Tutti la prendevano in giro per questo, ma il gatto trovava quella signora dolce e gentile e gli era già capitato di salire fino alla chiesina per osservarla lavorare con le conchiglie e gli altri regali portati dal mare. La signora gialla aprì il portone per il gatto, che corse su, su per il campanile e giunto sino alle campane, scovò uno sfilaccio di venticello del mattino, arrotolato sulla corda delle campane. Il gatto lo afferrò in bocca e lo condusse dal suo amico gabbiano, rimasto incantato dai lavoretti della signora gialla. Consegnato il vento all'amico, il gabbiano salutò entrambi e si alzò in un volo sublime, nel cielo fresco del mattino al mare. Il gatto, incantato dai vortici disegnati dal suo amico pennuto nell'aria, tornò con i piedi per terra e si rese conto di essere tornato solo e non aver fatto altro negli ultimi giorni, che rincorrere il sogno del gabbiano, senza più badare al proprio, che forse offeso poteva essere scappato chissà dove. Un po' amareggiato, si stava rimettendo in cammino verso il porto, quando la signora gialla lo raccolse e cominciò ad accarezzarlo, cullandolo dolcemente. Il gatto si consolò con quelle coccole inaspettate e così amorevoli e facendo le fusa, si addormentò in grembo alla signora gialla, o meglio, nel suo impermeabile giallo che puzzava di gomma. Al suo risveglio, il gatto si sentì spesato e aperti gli occhi non potè credere a ciò che vide: una spaziosa e organizzata cabina, piena di scaffali in cui erano riposte con cura mille e più mappe di navigazione, stampe di paesi lontani e altri strumenti per la navigazione. Ancora disorientato, si accorse di essersi addormentato in un lettone soffice e comodo, anche se qualcosa era rimasto sotto alla sua pancia per tutto il suo sonno. Cercando fra le lenzuola, trovò una piccola ampolla aperta, ricoperta da bellissime conchiglie e sassi azzurri. Tutto fu più chiaro: la signora gialla era la sua fata buona, che con pazienza aveva custodito il suo prezioso sogno. Il gatto comprese che avendo aiutato un amico a rincorrere il suo sogno, si era guadagnato la possibilità di ricevere il proprio in dono, dopo tanti e tanti anni di attesa. Mentre il suo cuore si riempiva di gioia, il mozzo bussò alla porta della sua cabina:
- Capitano! Le sue sogliole con latte. Buon appettito Capitano!
In ricordo di Gaudì, il mio bellissimo gatto color champagne.
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| Il Villaggio dei Pescatori Innamorati - Le altissime e colorate case storte |
Il villaggio dei Pescatori Innamorati sorge su uno scoglio, che chiude in un abbraccio il golfo della Poesia. Il villaggio è talmente lontano da tutto, che il gatto color champagne fu il primo a capitarci per caso, nessun'altro trovava la volontà di continuare quella strada così stretta e piena di tornanti.
Il gatto raggiunse finalmente il mare. Quel giorno di quell'aprile così normale, il gatto color champagne incontrò per la prima volta il mare: un profumo nell'aria, intenso e fresco, un turbinio spumeggiante di onde giocherellone e un paesaggio colorato di sole e pieno di energia frizzante. Il gatto guardò nel suo cuore e capì di essere giunto nel posto giusto, ora, avrebbe soltanto dovuto trovare la sua ampolla o il suo barattolo dei sogni. Perlustrò il paesino, ansioso di trovare ciò che cercava, perchè non avrebbe dovuto essere tanto difficile... il Villaggio dei Pescatori Innamorati era piccolissimo! Un giorno, mentre il gatto faceva questi pensieri passeggiando sul bagnasciuga, qualcosa o qualcuno piombò sulla sua testa, rovinando infine sulla spiaggia di micro-sassi colorati.
- Ciao! - disse il gatto
- SSSScussaaaaaaaaaaaaaaa! Io, io... non sssso davvero come sssssscussssarmi. - disse un gabbiano candido e grassotto. Riprese: - Mi sssono persssso!
- Non preoccuparti, dove stavi andando?
- Io viaggio sssssecondo il vento, è lui che decide!
Il gatto lo guardò poco convinto... se era il vento a decidere... allora si era forse perduto anche il vento?! In effetti, prestando attenzione a quel pomeriggio di aprile, il vento non si sentiva e in un villaggio di mare, il che era molto strano. Parecchio strano. Questo bizzarro e inaspettato incontro sconvolse i progetti del gatto, che decise di aiutare il suo nuovo amico a ritrovare la sua rotta, ma prima di tutto la sua guida: il vento.
Gatto e gabbiano perlustrarono il porto, le barche dei pescatori, i retrobottega e persino la rimessa delle barche, dove queste se ne andavano a dormire durante la stagione fredda. Niente. Il gatto non sapeva proprio come aiutare il suo amico pennuto. I due nuovi compagni di avventure se andarono a zonzo per il Villaggio dei Pescatori Innamorati, salendo e scendendo per le minuscole scalette in pietra, scovando qualche sacco di prelibatezze per una buona merenda, curiosando nelle finestre delle vecchie case e nascondendosi dai monelli del paesino. Decisero di andare a riposare e l'indomani, svegliarsi presto, per essere agili e scattanti nella loro ricerca del vento. La notte scese dapprima sul Villaggio dei Pescatori Innamorati e quindi sulle profonde acque cobalto del mare, calmo e tranquillo. Il rumore dei ristoranti lasciò posto al silenzio buio della notte e tutti chiusero le finestre delle loro altissime e colorate case storte, per abbandonarsi a un sonno rigenerante. Quella notte, dalla barca verde del buon Duilio il pescatore, il gatto color champagne sognò di volare con il suo amico gabbiano. Dall'alto vide i tetti sgangherati delle altissime e colorate case storte e sbirciò nei comignoli per vedere se ci fosse qualcosa di gustoso da pappare. Volò sulla montagna, sul paese, sul porto e sul mare. Il mare. Al largo della costa, il profumo era ancora più intenso e il gatto lo respirò a pieni polmoni. Ad un tratto, il gabbiano prese a picchiettare il suo becco sulla testa del gatto, che gli chiese di smettere, ma quello continuò indisturbato. Poi, il gatto color champagne aprì gli occhi. L'amico pennuto lo fissava con i suoi occhietti neri, posti ai bordi del suo lungo becco color aranciata. Allora, capì che il suo volo era stato tutto un sogno, un sogno bellissimo, un... un momento. Ecco la soluzione!
Il gatto cominciò a correre, seguito dal gabbiano in volo, che faticava a stargli appresso. Corse fra i banchetti del mercato rionale, corse fra le gambe dei pescatori e superò il porto (abbandonando l'idea della sua colazione preferita: una bella sogliola fresca), corse sulle lastre grigie e quindi su per la scala grande, corse fino alla chiesina in cima allo scoglio e si fermò davanti al pesante portone che conduceva alla piccola torre campanaria, il punto più alto di tutto il Villaggio dei Pescatori Innamorati. Ecco dove si era cacciato. Il gatto color champagne ne era convinto. I suoi miagolii attirarono l'attenzione della signora gialla, la donna che vendeva le sue creazioni avvolta in un impermeabile giallo, sia che ci fosse il sole, sia che piovesse. Tutti la prendevano in giro per questo, ma il gatto trovava quella signora dolce e gentile e gli era già capitato di salire fino alla chiesina per osservarla lavorare con le conchiglie e gli altri regali portati dal mare. La signora gialla aprì il portone per il gatto, che corse su, su per il campanile e giunto sino alle campane, scovò uno sfilaccio di venticello del mattino, arrotolato sulla corda delle campane. Il gatto lo afferrò in bocca e lo condusse dal suo amico gabbiano, rimasto incantato dai lavoretti della signora gialla. Consegnato il vento all'amico, il gabbiano salutò entrambi e si alzò in un volo sublime, nel cielo fresco del mattino al mare. Il gatto, incantato dai vortici disegnati dal suo amico pennuto nell'aria, tornò con i piedi per terra e si rese conto di essere tornato solo e non aver fatto altro negli ultimi giorni, che rincorrere il sogno del gabbiano, senza più badare al proprio, che forse offeso poteva essere scappato chissà dove. Un po' amareggiato, si stava rimettendo in cammino verso il porto, quando la signora gialla lo raccolse e cominciò ad accarezzarlo, cullandolo dolcemente. Il gatto si consolò con quelle coccole inaspettate e così amorevoli e facendo le fusa, si addormentò in grembo alla signora gialla, o meglio, nel suo impermeabile giallo che puzzava di gomma. Al suo risveglio, il gatto si sentì spesato e aperti gli occhi non potè credere a ciò che vide: una spaziosa e organizzata cabina, piena di scaffali in cui erano riposte con cura mille e più mappe di navigazione, stampe di paesi lontani e altri strumenti per la navigazione. Ancora disorientato, si accorse di essersi addormentato in un lettone soffice e comodo, anche se qualcosa era rimasto sotto alla sua pancia per tutto il suo sonno. Cercando fra le lenzuola, trovò una piccola ampolla aperta, ricoperta da bellissime conchiglie e sassi azzurri. Tutto fu più chiaro: la signora gialla era la sua fata buona, che con pazienza aveva custodito il suo prezioso sogno. Il gatto comprese che avendo aiutato un amico a rincorrere il suo sogno, si era guadagnato la possibilità di ricevere il proprio in dono, dopo tanti e tanti anni di attesa. Mentre il suo cuore si riempiva di gioia, il mozzo bussò alla porta della sua cabina:
- Capitano! Le sue sogliole con latte. Buon appettito Capitano!
In ricordo di Gaudì, il mio bellissimo gatto color champagne.
7.12.10
Aspettando il Natale...
In una fredda notte di un dicembre lontano, una piccola luce si accendeva ogni sera alla stessa ora, nella casa bianca alle porte del paesino. Dalla finestrella, si poteva scorgere un tavolino di legno, illuminato da una candela mezza consumata, dove un bimbo con il cappotto scriveva su un foglio. Nella cameretta non si scorgeva altro che un letto sbilenco, con una coperta rattoppata di pezze smunte e irregolari, da cui sbucava un minuscolo orso di panno: Miro. Il bimbo scriveva con cura, seguendo le righe stampate sul foglio, quando una donna entrò nella stanza, gli diede un soffice bacio sul piccolo naso arrossato, ripose la penna nell'astuccio in legno e rimboccò la vecchia coperta al bimbo, che prima di mettersi a letto con il suo cappotto marrone e con Miro, invitò la mamma a pregare con lui. La finestrella diventò subito nera e la porta si richiuse piano, lasciando una sottile fessura di luce gialla lungo il pavimento.
Gli occhi del bimbo con il cappotto si abbandonarono a un sonno tranquillo, pieno di sogni e Miro, sicuro che il suo padroncino fosse ormai addormentato, sgattaiolò fuori dalla coperta e con mille e un passettino raggiunse il tavolino, sedendosi sul foglio a righe. Dalla finestra filtrava qualche raggio di luna, accentuato dai riflessi luminosi della neve, permettendo a Miro di leggere quanto appena scritto dal bimbo con il cappotto...
Caro babbo,
è tanto bello questo dicembre qui a casa! Gli alberi del vialetto sono pieni di neve e si può scivolare sul ghiaccio. La mamma mi ha cucito dei guanti bellissimi: sono di tutti i colori e non sento quasi freddo. Vorrei tanto che tu fossi qui, per giocare con te a palle di neve e far crescere un grande pupazzo nel parco vicino alla scuola. Presto scriverò la mia letterina e so già cosa desidero! Chiederò di farti tornare dalla guerra e restare sempre con noi!
Se la mamma avrà i soldini per il francobollo, presto ti manderò questa lettera. Ti voglio tanto bene.
Miro tirò su con il naso cucito di filo nero. Il suo padroncino aveva bisogno del suo aiuto. Un guizzo di luce rosata brillò nella cameretta e una piccola stella si posò sul tavolino, davanti a Miro. - Ciao Miro, che cosa posso fare per te? - chiese gentilmente la stellina. Miro spiegò all'amica la situazione e la stella ascoltò attentamente, fino a quando prese a brillare ancora più forte, illuminando ogni angolo buio della cameretta e facendo luce anche giù in strada. Veloce come un lampo, la stella schizzò fuori dalla finestra, sotto lo sguardo vigile del gattone del vicino, che seguì il bagliore con i suoi grandi occhi gialli e furbi. Il bimbo dormiva con il suo cappotto, stringendo un lembo della coperta, a cui Miro si sostituì gentilmente, con un gesto impercettibile. La notte piano piano ritirò il suo mantello dai tetti, dalle strade e dagli alberi intorpiditi dal gelo e sbiancati da una leggera coltre di neve, che continuava a cadere dal cielo sempre più chiaro.
Il mattino salutò il paesino con un freddo pungente, nel giorno della Vigilia di Natale. Il bimbo con il cappotto schiuse gli occhi, quando la voce della mamma arrivò fino alla sua cameretta. Un sorriso grande illuminò il suo faccino pallido alla vista della neve e dopo essersi lavato, prese il latte bollito sulla stufa con la mamma. Riordinato il suo letto, prese a disegnare con qualche pastello il suo foglio a righe e lo ripiegò con cura. Portato il foglio alla mamma, le chiese di inviarlo al babbo, ma la donna, con uno sguardo affranto, spiegò al bimbo che i pochi soldini rimasti erano serviti a pagare la mezza gallina per il giorno di Natale, quando sarebbe arrivata anche la nonna a pranzare con loro. Il bimbo rispose con un sorriso, per non rattristare la mamma e riportò la letterina nella sua camera, affidandola alle braccia pelose di Miro, per poi ritornare in cucina. L'orsetto, solo sul letto, sorrise compiaciuto...
Il giorno di Natale, la stufa sbuffava, i letti erano già tutti fatti e la povera tavola era pronta, decorata con qualche ramo di pino, delle pigne e una bella candela bianca. La nonna era arrivata portando un cesto di mandarini per il suo bel nipotino, delle bianche patate bollite per il pranzo e uno scialle azzurro per la mamma. Era tutto pronto e anche Miro era invitato a tavola! Quando tutti stavano prendendo posto, bussarono alla porta. Le facce sorprese si guardarono e il bimbo corse alla porta spalancandola, scoprendo il suo regalo tanto aspettato: "Sono a casa piccolo mio e non andrò mai più via!".
Gli occhi del bimbo con il cappotto si abbandonarono a un sonno tranquillo, pieno di sogni e Miro, sicuro che il suo padroncino fosse ormai addormentato, sgattaiolò fuori dalla coperta e con mille e un passettino raggiunse il tavolino, sedendosi sul foglio a righe. Dalla finestra filtrava qualche raggio di luna, accentuato dai riflessi luminosi della neve, permettendo a Miro di leggere quanto appena scritto dal bimbo con il cappotto...
Caro babbo,
è tanto bello questo dicembre qui a casa! Gli alberi del vialetto sono pieni di neve e si può scivolare sul ghiaccio. La mamma mi ha cucito dei guanti bellissimi: sono di tutti i colori e non sento quasi freddo. Vorrei tanto che tu fossi qui, per giocare con te a palle di neve e far crescere un grande pupazzo nel parco vicino alla scuola. Presto scriverò la mia letterina e so già cosa desidero! Chiederò di farti tornare dalla guerra e restare sempre con noi!
Se la mamma avrà i soldini per il francobollo, presto ti manderò questa lettera. Ti voglio tanto bene.
Miro tirò su con il naso cucito di filo nero. Il suo padroncino aveva bisogno del suo aiuto. Un guizzo di luce rosata brillò nella cameretta e una piccola stella si posò sul tavolino, davanti a Miro. - Ciao Miro, che cosa posso fare per te? - chiese gentilmente la stellina. Miro spiegò all'amica la situazione e la stella ascoltò attentamente, fino a quando prese a brillare ancora più forte, illuminando ogni angolo buio della cameretta e facendo luce anche giù in strada. Veloce come un lampo, la stella schizzò fuori dalla finestra, sotto lo sguardo vigile del gattone del vicino, che seguì il bagliore con i suoi grandi occhi gialli e furbi. Il bimbo dormiva con il suo cappotto, stringendo un lembo della coperta, a cui Miro si sostituì gentilmente, con un gesto impercettibile. La notte piano piano ritirò il suo mantello dai tetti, dalle strade e dagli alberi intorpiditi dal gelo e sbiancati da una leggera coltre di neve, che continuava a cadere dal cielo sempre più chiaro.
Il mattino salutò il paesino con un freddo pungente, nel giorno della Vigilia di Natale. Il bimbo con il cappotto schiuse gli occhi, quando la voce della mamma arrivò fino alla sua cameretta. Un sorriso grande illuminò il suo faccino pallido alla vista della neve e dopo essersi lavato, prese il latte bollito sulla stufa con la mamma. Riordinato il suo letto, prese a disegnare con qualche pastello il suo foglio a righe e lo ripiegò con cura. Portato il foglio alla mamma, le chiese di inviarlo al babbo, ma la donna, con uno sguardo affranto, spiegò al bimbo che i pochi soldini rimasti erano serviti a pagare la mezza gallina per il giorno di Natale, quando sarebbe arrivata anche la nonna a pranzare con loro. Il bimbo rispose con un sorriso, per non rattristare la mamma e riportò la letterina nella sua camera, affidandola alle braccia pelose di Miro, per poi ritornare in cucina. L'orsetto, solo sul letto, sorrise compiaciuto...
Il giorno di Natale, la stufa sbuffava, i letti erano già tutti fatti e la povera tavola era pronta, decorata con qualche ramo di pino, delle pigne e una bella candela bianca. La nonna era arrivata portando un cesto di mandarini per il suo bel nipotino, delle bianche patate bollite per il pranzo e uno scialle azzurro per la mamma. Era tutto pronto e anche Miro era invitato a tavola! Quando tutti stavano prendendo posto, bussarono alla porta. Le facce sorprese si guardarono e il bimbo corse alla porta spalancandola, scoprendo il suo regalo tanto aspettato: "Sono a casa piccolo mio e non andrò mai più via!".
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