Scrivere è sempre nascondere qualcosa, in modo che poi venga scoperto.

- Italo Calvino -

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4.11.16

Ueli - L'uomo che correva contro il vento

C'era una volta il Sig. Ueli, l'uomo più veloce del mondo nello scalare le grandi pareti delle vecchie e stanche montagne. Viveva in una piccola casa, con una grande finestra da cui scrutare i crinali e le vette con i suoi occhi color del ghiaccio, pieni di curiosità e voglia di avventura. Da qui, sceglieva le pareti da scalare e, sempre con lo stesso entusiasmo, si lanciava nella sua corsa verso l'alto, tastando le rocce, per trovare gli appigli più sicuri.
Dal sito ufficiale http://www.uelisteck.ch/
Correva, sicuro e preciso in ogni movimento, sfidando il vento che soffiava forte contro la parete, cercando di raggiungere la cima più in fretta delle sue raffiche. Una volta lassù, Ueli e il vento se la ridevano insieme, come vecchi amici. Il vento raccontava vecchie storie di montagna e Ueli lo ascoltava soddisfatto.

Un giorno, durante una delle sue corse contro il vento, quello si fermò in un diedro e lo interrogò:
- Piccolo uomo, chi ti ha portato sulle rocce? E' tanto che ti vedo scalar montagne e correre sulle vette - sussurrò il vento in un fischio.
Ueli si guardò attorno e vide il vento arrotolarsi su se stesso, fra le due pareti di roccia.
- E' da quando sono bambino che vengo quassù, avevo 12 anni. Un amico di mio padre mi fece conoscere la montagna e da bambini non si pensa molto al perché delle cose: si fa semplicemente ciò che piace. E arrampicare mi piaceva. 
- Perché vieni quassù da solo? Stai scappando dalla tua realtà? - chiese il vento.
- Che cos'è la realtà? E' ciò che qualcuno sceglie e io scelgo di venire qui. Non sono solo, sono qui con te, infatti stiamo chiacchierando. Mi piace stare in mezzo alla gente, ma quando vengo qui, non mi sento mai solo, anche se non mi accompagna nessuno. La montagna diviene il mio compagno per scalare e non ci devo mai discutere, sai? - disse Ueli con un sorriso. 
- Cerchi avventura? Gloria? - incalzò il vento, sempre diffidente verso gli uomini. 
Ueli sorrise e i suoi occhi di ghiaccio brillarono. - L'avventura è semplicemente ciò che non possiamo prevedere. Non si può cercare. 

Ueli e il vento restarono ancora un po' a chiacchierare, poi, il vento si stancò delle parole e se ne andò. Ueli guardò in alto, sorrise. Poi riprese a correre, veloce, verso valle, verso casa. 
L'orco della grande montagna appuntita sorrise e nel silenzio, risuonò piano per Ueli.


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Per scoprire l'Eiger, la montagna-orco, potete organizzare la vostra gita qui, senza fare corse contro il vento, ma arrivando direttamente in parete, nella comoda carrozza di un treno!

7.10.16

Compito: disegna una montagna

Un giorno la maestra ci chiese di disegnare una bella MONTAGNA con un paesaggio alpino. 

Contento, presi carta e matita, ispirato dalla gita con mamma e papà della domenica prima. Sul sentiero avevo visto tantissimi alberi di forme diverse e sul sentiero era bellissimo affondare i piedi nei mucchi di FOGLIE colorate e scricchiolanti. Per una volta, sapevo benissimo cosa disegnare. 

Dopo aver tracciato i profili della mia montagna e qualche ciuffo d'erba annoiato e ingiallito, aggiunsi una bella casetta di pietra grigia e sopra scrissi il nome del rifugio

Sulla cima più alta delle 7 vette principali della mia montagna, disegnai un cartello con scritto "1875", l'altezza esatta dove era posta la croce che avevo conquistato con un po' di capricci, ma vi assicuro, anche tanta FATICA. 

Cominciai a colorare il mio disegno di arancione, GIALLO, rossiccio e anche marroncino chiaro e nocciola. 

Soddisfatto, consegnai il mio disegno alla maestra che mi guardò storto, dietro un paio di occhiali talmente spessi da deFoRMaRe i suoi piccoli occhi marroni. Mi disse di non scherzare e di rifare il disegno. E di usare il verde, perché la natura è di quel colore. 
Il Resegon - grande sega - una grande montagna che
divide le valli lecchesi e bergamasche alle sue pendici.

Io NON SCHERZAVO affatto. Durante l'intervallo restai al mio banco e la maestra ERSILIA, che aveva un grembiule bianco con disegnato sopra un asino che portava in groppa un cane con sopra un gatto con un gallo sul dorso, mi chiese cosa non andasse. Le mostrai il disegno e lei esclamò: "GENIALE!" 

Appese il disegno all'ingresso, accanto alla targa della scuola. Qualche giorno dopo, lo mandò persino a un concorso di disegno del CAI. Vinsi il secondo premio e fu uno dei giorni più belli di tutta la scuola! 

Morale: mai fidarsi del giudizio di chi ha gli occhi troppo piccoli. Corrispondono ai loro occhi del CUORE. 
Premio di Orsetti gommosi per la conquista del Resegone

30.10.15

Il parolaio di professione

C'era una volta un parolaio di professione.
Conosceva ogni articolo, ogni preposizione, ogni congiunzione, ogni aggettivo, ogni nome, ogni verbo. I sinonimi non avevano segreti per lui che aveva, ormai, scovato ogni parola dalla sua tana.

Un giorno, in una delle sue battute di caccia di parole, avvistò una parola che gli sembrava sconosciuta. Ne vide soltanto l'iniziale e, dalla sua punta, dedusse che potesse essere una bella A. Guardò nel suo zaino e passò in rassegna tutta la sua raccolta di parole con la A. Sembrava proprio che non ci fosse, ma non aveva potuto distinguerla e quindi pensò che potesse essere AMICO oppure ALAMBICCO o forse ARCOBALENO! Non sarà stata forse ALBERO?

Decise di trovare quella parola. Il Signore delle Parole l'avrebbe guidato! Perlustrò la pianura in lungo e in largo. Niente. Salì passi e li ridiscese. Niente. Sorvolò i mari in elicottero. Cercò indicazioni nei cartelli, per trovare il sentiero giusto. Visitò vecchi teatri polverosi e partì per l'Africa convinto, per un per un periodo, che si trattasse di una parola straniera.


Poi, in una notte di stelle, ormai disilluso di poter trovare quella parola, si rifugiò in un vecchio cinema. Poltrone rosse, pop corn e chiacchiericcio. Si gustò quella pellicola, felice di trovarvi parole note, già raccolte negli anni. Poi le luci si riaccesero e, inaspettatamente, senza preavviso, eccola. Era lei, era quella parola sfuggente! Era lì, davanti a lui. Non aveva sbagliato, era proprio una bella A. La accolse con un sorriso e lei si avvicinò per essere raccolta e custodita per sempre.

Fu così che, il parolaio di professione conquistò l'ultima parola della sua collezione: AMORE.

11.9.15

La fata della neve

C'era una volta, tanto tempo fa, una landa di terra piatta ed erbosa di proprietà del Padrone delle Terre. Sfortunatamente, un giorno, giocando a UNO con il Padrone delle Acque suo fratello, perse e dovette cedergli quella vasta e rigogliosa pianura erbosa. Così, un caldo oceano invase la pianura e sul suo fondale si formarono grandi vulcani, simili ad immensi camini infuocati. Nemmeno quell'oceano blu cobalto era però destinato a durare. I Cavalieri d'Africa del Padrone delle Terre litigarono a proposito della ripartizione delle zebre con i loro rivali, i Cavalieri d'Europa. Tutto ciò fece scontrare le loro terre e queste si piegarono con tale forza da innalzare dal fondale marino i vulcani e la terra circostante, fino a divenire una lunga e possente catena di montagne, che oggi conosciamo come Dolomiti.

E' su queste cime, che si ergono da boschi incantati per svettare ai confini con il cielo, che inizia la nostra storia. Dopo la ripida salita, seguendo il sentiero a mezzacosta, fra i pascoli che in estate rifocillano le grasse mucche pezzate e dove d'inverno gli sciatori sfrecciano in coloratissimi giubbotti e sciarpe, è possibile raggiungere il vecchio rifugio. Possenti pietre ricavate dalla roccia dei monti sono state posate come base di questa struttura e per alzarne i muri indistruttibili. Lunghi tronchi robusti sono stati sapientemente rifiniti per sorreggere un tetto, che potesse proteggere da tutte le intemperie e lavorati finemente per realizzare mobili duraturi e massicci. Brillanti stelle del cielo sono state raccolte nella notte, perché illuminassero le stanze di questa casa, con una luce pura e rispettosa. Così è nato il Rifugio, sotto lo sguardo imperscrutabile delle montagne maestose.

Si racconta che questi lavori siano iniziati in una notte d'estate senza luna, tanto tempo fa. Si dice che una Fata della neve avesse voluto creare un luogo di ristoro lungo la via per le montagne. Si sussurra che questa fata sia ancora presso il rifugio e conceda, talvolta, qualche parola ai suoi ospiti. Si pensa che incontrare uno dei suoi sorrisi sia un dono di pura felicità. Ogni Fata della Neve conosce la vera Felicità e sa quanto sia difficile da conquistare. Le Fate sanno quanto la gente non comprenda il sapore della Felicità benché sia così intenso e piacevole! Un pranzo in famiglia, la risata di un bimbo, le parole di un amico, le coccole di una mamma...
Se la Fata della Neve dovesse dispensarvi di questa gioia, non trascuratela, si tratta di un regalo prezioso che accompagnerà il vostro cammino per sempre.

29.7.15

La rivincita del 35 - come conquistare un ballo (e un principe) sbaragliando le stangone

C'era una volta, in una bottega di una viuzza del centro, una bella scatola nera, rivestita di una carta lucida rosso lacca al suo interno. Sul coperchio era stampato il nome di un famosissimo stilista, celebre per le sue splendide creazioni. La confezione se ne stava ordinatamente impilata con altre scatole, ma spiccava fra le tante in semplice cartone bianco, perché custodiva un modello prezioso, unico. Era qualcosa di assolutamente speciale, pensato per un avvenimento importantissimo. Nessuno ancora si poteva immaginare quale...

Ditemi voi, se IO, un modello unico al mondo, dovessi stare stipata in uno scaffale tra proletari e scadenti articoli da bancarella! Ditemelo! IO, ho sempre saputo che il mio destino sarebbe stato quello di diventare indimenticabile, ma al tempo del negozio non potevo proprio immaginare come avrei fatto a realizzarlo. Quante volte ho pensato di girare sui miei splendenti tacchi glitterati e di andarmene! In quel minuscolo paese ai confini della civiltà, mi sembrava così difficile trovare una ragazza degna della mia eleganza e soprattutto con un piede abbastanza aggraziato da calzare un numero così piccolo. Ero davvero sull'orlo di una crisi di nervi. Il modello accanto a me, una specie di ciabatta raso-terra, cercava di consolarmi parlandomi del Palazzo e dei Banchetti che vi venivano allestiti: Happy-Hour in total white, Brunch vegani, DJ-set con musica lounge, Runway con spettacoli live... Cosa avrei dato per potervi partecipare!! A volte mi chiedevo perché il mio designer mi avesse spedita in quella bottega così provinciale, IO, che ero fatta per la vita cittadina, per l'opera, per una prima, per il teatro! Perché mai affidare un modello come ME a quel negozio? Scelta così irragionevole e incomprensibile che mi faceva perdere i tacchi ogni volta che ci pensavo.
Un giorno, però, accadde qualcosa di diverso. Dalla fessura della mia scatola, vidi entrare un tizio sulla trentina, com'era glamour! Portava una barbetta scura, così perfettamente incolta! I suoi occhiali da sole in osso erano così ricercati e il mocassino in pelle verde bosco era sicuramente fatto a mano. Che classe! Questo signore spiegò al negoziante che presto sarebbe arrivata in città una personal-shopper mitica, anzi, magica! Usò proprio questo termine. Stava cercando dei pezzi unici e irripetibili per comporre l'outfit per un'importantissima serata a Palazzo di una delle sue clienti e stava passando a tappeto ogni bottega, per trovare qualcosa che nessun altro sulla faccia della Terra avrebbe potuto trovare. Il tizio prese nota sul suo iPad del nome e dell'indirizzo del negozio e se ne andò, salutando con un gesto così meravigliosamente francese, lasciando una fragranza ambrata che permase nell'aria, rendendo, per un attimo, quel loculo un posto ameno! Era il mio momento!! Stavo già sognando la notte a Palazzo, la mia entrata trionfale, il mio conquistare la scena, quando quell'idiota del negoziante prese un'altra scatola, con delle décolleté a mezzo tacco, color topo morto avvelenato e con un'orrenda spilla anni '80 dai riflessi terribilmente verdeggianti. Erano un incrocio tra una scarpa ortopedica e un modello da balera di valzer e mazurca. MA CHE GLI SALTAVA IN QUELLA ZUCCA VUOTA?! Quale pazza avrebbe mai scelto un outfit verde per una serata così importante?? Lo sanno tutti che è un colore così sfacciatamente presuntuoso! Ma cosa poteva saperne lui? Lui che le avrebbe persino abbinate a un abito beige o rosso fuoco... che immensa tristezza e inquietudine! Pose la scatola su un pouf bianco e si rimise a leggere il suo volume di Dickens. Avrebbe dovuto fare il libraio! Almeno per la letteratura aveva buon gusto. Ero disperata, rovinata, atterrita e ferita nel mio orgoglio di 12 cm di puro stiletto.
Il giorno seguente, la serranda si aprì alla solita ora e quello zuccone del negoziante entrò con i suoi soliti due minuti di anticipo, con la sua solita faccia slavata, con la sua solita svogliatezza e senza stile come sempre. Stava ancora accendendo le luci quando entrarono loro. Pump neri di Bottega Veneta allacciati alla caviglia, con una punta squisitamente tonda e un classico e rassicurante tubino nero, indubbiamente di Dolce e Gabbana con un paio di occhiali neri di Karen Walker e un foulard con dettagli azzurro turchino, indiscutibilmente di Hermes. Caschetto e una manicure nature impeccabile. Fantastica. Era lei, Azzura Magictour, la migliore personal-shopper del mondo! Chiese, con estrema gentilezza, di poter curiosare... Oh, che stile! Chi mai avrebbe potuto voler curiosare in quel postaccio! Aprì qualche scatola e notai una lieve piegatura del suo perfetto sopracciglio che spuntava dai Karen Walker e compresi la sua disapprovazione (ovviamente per il negoziante rimase imperturbabile) e quando le venne chiesto se ci fosse qualcosa di suo gradimento, lei risposte: - So che lei ha un modello molto ricercato, con dei cristalli Swarovski. - Non stavo più nella scatola!!!! - Vorrei vederlo, se fosse possibile - riprese. Quello stoccafisso sotto sale rimase impalato. Con un filo di voce, le rispose che quel modello (IO) era disponibile solo in un numero molto piccolo e che per di più era molto costoso. Sciocco. Dannatamente e infinitamente sciocco. Mi sarei voluta sotterrare per lui. Lei, bellissima, disse, con eleganza, che non c'era problema. Finalmente quel salame prese la sua scaletta e raggiunse l'unica scatola, in tutto il suo inutile negozio, degna di essere aperta dalle mani di Azzurra: la mia. Che emozione quando il coperchio venne tolto e la luce m'illuminò dopo tanto tempo. Quando il fruscio della carta velina lasciò presagire che presto lei, con grazia, mi avrebbe presa in mano per verificare che non mancasse nemmeno un cristallo. Quando la sua pelle toccò la mia, entrambe sentimmo la nostra magia. Ero in buone mani, che mi avrebbero affidato a buoni piedi. Disse che ero perfetta. Nonostante già lo sapessi, sussultai in punta! Chiuse l'acquisto senza nemmeno chiedere il prezzo (che signora) e io lasciai il negozio per raggiungere il mio destino. Il mio passato però non voleva mollarmi, perché dopo qualche passo, ricomparve il negoziante che agitando un calzascarpe, raggiunse la divina Azzurra.
- Si-si-signora, aveva dimenticato questo - balbettò il senza-stile.
- Che gentilezza d'altri tempi, rincorrermi sino a qui, vuole prendere con me un caffè? - (Ma era impazzita anche lei? Farsi vedere in giro con quel tale!)
Scelse lei, ovviamente il locale più cool della città. Caffè macchiato per lui (perdente) nero ed espresso per lei (così stilosa!) e chiacchierarono di libri (avevo detto che avrebbe dovuto fare il libraio!). Poi lei scappò via e IO con lei, mentre lui ci salutava con un gesto così infantile < mi permetto di aggiungere, anche se in questa storia non sono narratrice, ma solo per onor del vero, che il gesto di saluto era lo stesso del tizio molto glamour entrato nel negozio il giorno prima>.
Il giorno della grande serata arrivò. Ero stata abbinata a uno stupendo abito di Elie Saab presentato a Parigi lo scorso Gennaio. Un avorio segretamente sensuale, per un abito con leggere maniche a farfalla, arricchite da preziosi inserti in pizzo di tulipani, per ricamare l'incarnato, lasciando la schiena nuda e una vaporosa e impalpabile gonna fino a ME, il tocco di luce. Finalmente ero nel mio mondo: una cabina armadio grande quanto il negozio, piena di abiti da sogno realizzati nei tessuti più pregiati e con preziose rifiniture, composte da mani sapienti. C'erano altre scarpe, ma io me ne stavo al centro, su un cubo in pelle di struzzo tutto mio, di fronte allo specchio. Ero raggiante. Nel pomeriggio, arrivarono finalmente i miei piedi, ehm, voglio dire, arrivò la ragazza che mi avrebbe indossato la sera stessa. Devo ammettere che ne rimasi un po' delusa, In effetti era semplice, con un jeans e un'insulsa maglietta bianca. Per dirla tutta, era un po' bassettina, ma non potevo aspettarmi che una stangona potesse calzare il mio numero . I suoi lunghi capelli biondi e ricci sembravano luminescenti e i suoi occhi color nocciola erano penetranti. Dovevo riconoscerle che era bella, molto bella e con un sorriso pieno, semplice e solare. Quando provò l'oufit scelto da Azzurra le si gettò al collo felice, dicendole che IO ero fantastica. Già lo sapevo, ma insomma, fa sempre piacere sentirselo dire. Dopo ore di trucco e parrucco, eravamo pronte: la nostra serata era tutta per noi.
Arrivammo con quel tanto di ritardo che basta per essere notate, ma senza apparire maleducate. Eravamo raggianti. Tutti gli occhi puntati addosso, la piccola si muoveva con una leggiadria affascinante e raffinata e io la seguivo nei suoi passi perfettamente allineati. In molti si complimentarono con lei per la sua eleganza e in molte si appartarono con facce invidiose e sguardi fulminanti di rabbia. Arrivò anche l'ultimo ospite, si diceva fosse il figlio della splendida direttrice del più noto e patinato giornale di moda. Lei dettava la legge della moda, ovviamente dopo essersi confrontata con Azzurra Magictour, sua intimissima amica. Si presentò appunto con la madre, ma fu tale la folla attorno a loro che proprio non mi fu possibile scorgere nulla di quei due, se non fino a quando venne in nostro soccorso Azzura, bellissima come sempre, in un abito color cipria. Disse di seguirla, avremmo avuto l'onore di conoscere la regina della moda e suo figlio. Capii che la mia piccola amica cominciava ad agitarsi dal suo passo, reso frenetico dell'eccitazione di quel momento. Da quanto intesi, sognava di diventare una giornalista di moda. Superata la folla, apparvero loro: lei in un elegantissimo abito lungo blu notte e accanto un ragazzo magro in un abito Armani, semplicemente perfetto. Quando si voltarono rimasi di stucco. Non potevo credere alle mie punte. Accanto alla più influente giornalista di moda, se ne stava il mio negoziante, con la sua aria trasognata! Mentre Azzurra intercedeva per la ragazza, lo stoccafisso rimase magnetizzato dagli occhi della mia giovane amica e per fortuna, questa iniziò un discorso e lui ebbe la brillantissima idea di offrirle da bere. Ancora non potevo crederci, ma cominciai a capire come mai fossi in quel negozio, anche se rimaneva un mistero il perché il figlio di un mito della moda gestisse un provinciale negozio di calzature femminili.
Quella notte il negoziante non mollò un minuto la mia giovane e piccola amica, ciò che accadde poi, non mi fu dato sapere se non quando, un anno dopo, venni raccolta ancora una volta dalla mia preziosa scatola nera, per essere indossata come portafortuna. Era un altro gran giorno: un principesco abito bianco, accanto a un smoking impeccabile per coronare quel lieto finale che tutti ben conosciamo: e vissero per sempre, felici e contenti (e stilosi!).

4.5.15

La bambina tempesta

C'era una volta, in una verde vallata, un super eroe creatore. Si chiamava SuperPipú. SuperPipú era il creatore della corrente elettrica, perché volando, installava tutti i pali della corrente lungo le coste delle montagne, garantendo a tutta la Valle la luce, anche fino a tarda notte, per leggere tutti i libri del mondo.
Un giorno SuperPipú volava sopra uno dei villaggi e vide qualcosa che lo attirò subito: una pasticceria. Dovete sapere che SuperPipú era molto goloso perciò, senza esitare, volò a terra e quando stava per atterrare, finì addosso a qualcuno. Bum! Era andato a sbattere contro laFata del Burro. La Fata del Burro lavorava nella Pasticceria e consegnava i dolci in bici da corsa: servizio espresso in tutta la valle! Fu amore a prima vista. 
SuperPipú e la fata del Burro si sposarono e continuarono a vivere felici nella valle. Fecero tre bellissimi bambini pestiferi e una bellissima bambina che aveva poteri magici come SuperPipú: era la bambina tempesta.
La bimba era buona e bellissima, ma farla arrabbiare poteva essere pericoloso perché le sue lacrime miste al l'elettricità di SuperPipú facevano scoppiare i temporali! Quelli estivi che fanno un sacco di tuoni e lampi. La bambina tempesta aveva paura dei suoi temporali e si nascondeva per giorni o almeno fino a quando fosse stata sicura che i tuoni fossero finiti. Un giorno la bambina tempesta se ne stava tranquilla in giardino, quando i suoi fratelli le fecero uno scherzo. Oltre che dei temporali, la bambina tempesta temeva i MAGGIOLINI. Quei teppistelli dei suoi fratelli, legarono una famiglia di maggiolini lucenti con del filo da pesca e cominciarono a farli svolazzare addosso alla bambina tempesta. Questa pianse e poi si arrabbiò scatenando un temporale nero come la notte, con tuoni fragorosi come una mandria di bufali in corsa e con lampi brillanti e lucenti. Questa volta anche i suoi fratelli si spaventarono, tanto da smetterla di farla arrabbiare.
Da quel giorno la bambina tempesta controllò la sua rabbia e scatenò solo qualche leggero piovasco e solo raramente qualche temporale. Almeno fino a quando anche lei diventò mamma della bambina che corre.
Ma questa, è un'altra storia.

PS- Buon compleanno Mamma! 


30.4.15

La ballerina venuta dal cielo

Il vecchio Museo se ne stava chiuso già da un po', addormentato sotto la polvere dei lavori di restauro, sotto la neve di due inverni o più e sotto i pensieri della gente, che ormai l'aveva dimenticato. Qualche anno prima, infatti, la direttrice aveva deciso di rinnovare tutto il Museo: riverniciatura delle persiane, sostituzione dei coppi ammaccati, restauro degli affreschi, pulizia dei marmi, ecc. ecc. Da allora il Museo era stato chiuso.
La divina direttrice. La super direttrice. La sua parola era legge, persino il Sindaco non osava contraddirla. Il Rottweiler, così la chiamavano tutti segretamente, era una donna di mezza età, robusta e altera. Fitti capelli corvini le inquadravano il viso in un caschetto preciso e dei sottili occhiali dorati le incorniciavano gli occhi piccoli e vispi. Conosceva ogni tela e ogni altra opera del suo Museo o, più precisamente, conosceva tutte le opere del mondo! Vestiva sempre di nero e si avvolgeva in grandi sciarpe di tessuti pregiati dai colori intensi, che venivano da mondi lontani. Si portava sempre appresso una borsona a tracolla piena di documenti segretissimi e non parlava mai con nessuno. Impartiva ordini, a tutti.  
Fra i suoi collaboratori, la sua esile segretaria era quella che più doveva sopportare, capire, eseguire e correre di qua e di là per fare, in fretta e furia, tutto ciò che il Rottweiler abbaiava di fare. Emhhhh! Non abbaiava, diceva! Lucina era sottile come un insetto stecco, un viso lungo e lisci capelli color castagna. La sua figura snella sembrava fatta apposta per scattare agli ordini della direttrice e il suo temperamento delicato e paziente era il solo che potesse sopportare lo sbraitare asciutto e severo della direttrice. Quando veniva ripresa per qualcosa (e questo includeva ritardi di un solo minuto, dimenticanze della stessa direttrice e altre cose assurde) Lucina arrossiva, abbassando lo sguardo a terra, sistemandosi i capelli dietro le orecchie e aggiungendo infine: "Mi scusi signora, non accadrà mai più". 
Un giorno, mentre sul cantiere regnava il gelo più assoluto per la visita del Rottweiler seguita a ruota da Lucina, si presentò per un colloquio un tale che cercava lavoro. In realtà non si stava cercando proprio nessuno e questa comparsata infastidì molto la direttrice, seccata dall'interruzione così inopportuna di Lucina che l'avvisava di questo tizio. 
- Chi diavolo è? Sai bene che non avevo appuntamenti in agenda, dammi quindi una buona ragione per cui dovrei incontrare questo arrivista
Arrivista. Ora, signori bambini, arrivista è sicuramente una parola difficile e qui usata senza motivo. 

> Un arrivista è colui che venderebbe la propria mamma per raggiungere il successo e i suoi obiettivi, una persona che vede nella propria realizzazione e nella propria felicità la sua unica ragione di vita. Un arrivista è in realtà una persona molto sola. Abbiatene compassione, signori bambini e scusate l'interruzione. <

- Signora mi scusi, l'arrivista, ehm, volevo dire, il signore che è venuto per incontrarla dice di chiamarsi Gianni.
- Lucina sono perplessa e inorridisco davanti al tuo pressapochismo. Come puoi essere così poco precisa nel presentarmi un inutile arrivista che viene a disturbarmi?? Come potrei mai sapere chi sia un Gianni senza un cognome? Per tutte le cornici, tutti hanno un cognome! Qual è il suo?!
- Si signora, mi scusi. Ecco, il cognome di questo Sig. Gianni è... - Lucina non sapeva come pronunciare quel nome, senza scatenare l'ira del Rottweiler - Ecco, dice di chiamarsi Sig. Arlecchino!
- Fallo entrare.
- Scusi?
- Sei sorda? Fal-lo en-tra-re - abbaiò il Rottweiler scandendo ogni sillaba.
Il Sig. Gianni Arlecchino era un individuo strano. Portava un berretto nero, stretti jeans un po' strappati e una giacca a quadretti color verde-bruco e bordeaux-scialle-della-nonna. Aveva uno strano modo di camminare, come se molleggiasse e una parlata beffarda, sorniona che sembrava prendere in giro chiunque. Lucina arrossì, abbassò lo sguardo e sistemò le ciocche di capelli fuggiasche dietro le orecchie, facendo strada a quel signore fino all'ufficio della direttrice. Lo lasciò sulla porta e lei gli disse di entrare. Nessuno seppe mai cosa si dissero.
Il giorno seguente, il cantiere attaccò a sbuffare di mattina presto. Arlecchino si presentò alle 10, con stuzzicadenti in bocca e un libro con mille orecchie in una delle tasche sformate della giacca. Era un manuale di vita, così lo definì lui. Gli altri leggevano soltanto "POESIE" di chi, non se ne interessò nessuno. Arlecchino svolazzava qua e là per il cantiere, appiccicando nastri colorati con del biadesivo e canticchiando, scattava fotografie con il suo telefonino, prendeva misure con un metro-scimmia estendibile e sorrideva compiaciuto. Un giorno si presentò con un soffiatore, a cui fissò un sacchetto di coriandoli bianchi e ridacchiando ne gettò ovunque.
I giorni trascorsero, la neve si sciolse, l'erba crebbe e poi seccò. Le foglie caddero stanche e fragili, cullate da un vento sempre più sottile e pungente. La neve coprì ancora ogni cosa e infine, l'erba tornò perché questo era il volere del Tempo.
La fine dell'inverno segnò una svolta decisiva nei lavori al cantiere del Museo. I giornali e le tv si accalcarono ai cancelli per rubare un'intervista o una semplice abbaiata alla direttrice, ma questa escogitò un percorso alternativo, nessuno seppe mai quale, per entrare nel Museo senza essere disturbata da microfoni e fotocamere indiscrete. La riapertura del Museo era vicina. La direttrice era sempre più nervosa, aveva rimproveri per tutti. Tranne uno. Cominciarono ad arrivare grandi casse bianche, trasportate su furgoni blindati. Una sfilata di cubi che se ne andavano dalla piazza fino alle porte del Museo, in un lento susseguirsi di passi. Erano le opere che tornavano a casa. Dentro alle casse, i quadri non stavano più nelle loro cornici! Finalmente a casa, finalmente ancora nelle sale, ben illuminate, ma soprattutto, ammirate. Che bello era avere tutti quegli occhi addosso! L'emozione più bella dopo quella provata quando vennero disegnate, scolpite, spennellate e rifinite dai loro padri: gli artisti. Tutti quegli occhi lì per loro, ancora una volta. Che gran festa per il Museo! E così doveva essere, Una grande festa per celebrare la riapertura, il risveglio del Museo dopo anni di sonno profondo. Nessuno però immaginava che la festa potesse essere così. Né che qualcosa di straordinario potesse accadere proprio in città...

Il giorno della riapertura cadde in una tiepida giornata di Aprile. Gli alberi della piazza erano carichi di foglie, l'aria tiepida portava con sé profumi di pane, dal forno in fondo alla strada, di pasticcini fragranti e anche un aroma intenso di caffè, quello del bar sull'angolo. Il Sig. Ortivivi aveva esposto le sue piante più belle fuori dal suo negozio di fiori e le gallerie d'arte avevano preparato stuzzichini per tutti i curiosi. La via era bella, viva, piena di musica e parole. La gente cominciò ad arrivare da ogni direzione: bambini, famiglie, nonni e maestre dagli occhiali a farfalla, giovani coppie ingenuamente innamorate, appassionati, giornalisti, fotografi e passanti. Tutti gli occhi erano puntati sulla facciata ripulita del Museo, dove spiccava il grande orologio. Nel cortile d'ingresso, impettiti, se ne stavano il Sindaco, il Rottweiler e altre personalità pompose e irrigidite nelle loro uniformi, divenute un po' troppo strette. Una musica attirò l'attenzione e tutti restarono in silenzio, da una finestra apparve lui: Arlecchino. Aveva un bellissimo costume e una maschera scura gli copriva il viso. Accoglieva la gente e invitava tutti nella Casa dei Quadri urlando in un megafono! Le altre finestre si aprirono e come giocolieri, altri arlecchini si calarono con le corde colorate, continuando a muoversi come marionette. Era come assistere a un grande spettacolo di burattini. Gli occhi erano sgranati e ad ogni azione le bocche si spalancavano di stupore. A un tratto, una foresta di grandissimi palloncini si alzò davanti alla facciata, danzando su e giu a ritmo di musica. Una bellissima melodia di archi a scandire il loro lento e fluido movimento. Era quasi il momento del grande spettacolo, quello che aveva stupito e convinto il Rottweiler quando Arlecchino si era presentato per proporle di seguire l'organizzazione della festa. Ma mentre tutti godevano dello spettacolo, all'interno del Museo qualcosa non stava funzionando...

- Come sarebbe, si è rotta una caviglia?? I-m-p-o-s-s-i-b-i-l-e! - ruggì la direttrice.
- Signora, vede, il suo numero era in effetti molto pericoloso e sembra che nella prima fase di vol..
- Non è possibile! Non qui! Devi aggiustarle la caviglia!
Lucina azzardò una risposta, ma il Rottweiler divenne una furia. Non poteva controllarsi e tanta rabbia era dovuta al non sapere come risolvere quella situazione. Arlecchino aveva puntato tutto su quel numero, avrebbe lasciato tutti di stucco: altro che sala delle statue! Ma ora l'artista che avrebbe dovuto interpretare il ruolo principale se ne stava sdraiata e sdolorante in attesa dell'ambulanza. Arlecchino era tranquillo e quando, nel trambusto generale, fischiò con decisione tutti si voltarono ammutoliti.
- Non c'è nessun problema - proferì ancora con la maschera sul volto.
Si avvicinò a Lucina, le prese la mano e con un inchino la baciò. Quella divenne paonazza e il rossore giunse fino alle orecchie dove, inutilmente, cercava di far restare le sue solite ciocche di capelli castani.
- Sarai tu la ballerina. - Disse la maschera.
Nessuno aggiunse niente. Nessuno.
Così, nel cortile, senza che nessuno si potesse accorgere di nulla, lo spettacolo continuò. Quando gli artisti vestiti da bianche statue di marmo si aggrapparono alla cancellata del Museo e quando la musica si fece più intensa, tutti sollevarono lo sguardo perché un grande, grandissimo grappolo di palloncini bianchi volava sui tetti delle case vecchie sorreggendo la figura esile di una ballerina. Le braccia sottili della figura disegnavano danze nel cielo nero. Leggera giunse sopra la cancellata e salutò il suo Arlecchino, davanti agli occhi increduli della città meravigliata. Una notte di stelle chiuse il sipario sul cielo e aprì le porte del Museo... Ogni opera risplendeva nella sua cornice, grazie ai colori ritrovati, ogni sala profumava di nuovo e una bella luce illuminava tutto come mai prima. I ritratti ordinati osservavano i primi visitatori curiosi, dai loro scranni preziosi e bellissime Madonne rivolgevano i loro dolci sorrisi ai più attenti. Una fiumana di gente, passi e occhi invase ogni sala, osservò ogni cambiamento e apprezzò ogni lavoro. Lo spettacolo era compiuto. In una notte di Primavera, il Museo era tornato alla sua città, alla sua gente. La casa dei quadri era stata riaperta per accogliere tutti i visitatori, invitandoli a scrutare nelle tele, a scoprirne i segreti creando quel dialogo nel tempo che lega ogni pittore ai suoi spettatori di ora e di sempre. Signori bambini, riapre il Museo, che la magia abbia inizio.

Che ne sarà stato dei nostri amici? Beh, Arlecchino se ne ripartì subito con il suo fagotto e con il suo libro di POESIA, verso chissà quale meta seguendo chissà quale rotta. Il Rottweiler divenne ancora più potente e influente in città, ma non si sa bene per quale motivo, iniziò persino a rivolgere qualche saluto e qualche parola alla gente, evitando, ma solo a volte, di abbaiargli contro. E Lucina? Potremmo pensare che sia partita con il romantico Arlecchino? Oppure che sia rimasta al suo posto, accanto alla magnifica direttrice? O ancora, che sia diventata una famosa ballerina?
Signori Bambini, la storia non ha fine, ma accende una nuova storia. A voi la scelta.


27.11.14

I sogni di Agostino - La buca degli angeli

Dopo la scuola, Agostino si avviò verso casa da solo, mangiucchiando qualche fetta di mela essiccata. Era l'unica frutta che riuscisse a mangiare. Mentre camminava con un piede davanti all'altro lungo il filare di pioppi che lo conduceva al borgo, qualcosa distrasse i suoi pensieri. C'era una figura rossa che attraversava i campi di granoturco. Era uno svolazzare nel vento del pomeriggio, un movimento fluido e regolare, non troppo veloce. Sgranando gli occhi, Agostino riconobbe lei: Alice. Ora, un bambino della sua età non avrebbe MAI potuto ammettere nemmeno a se stesso di avere un debole per una femmina. Le femmine sono fiocchi e stupidaggini, passano il tempo a ridacchiare in gruppo e Agostino proprio non le capiva. Però lei era strana, aveva qualcosa che le altre bambine non avevano. Però i maschi si interessavano di lucertole e rane, biciclette e motori, battaglie e fortini. Mica di femmine. Stava correndo verso il borgo, ma non stava sulla strada, lei attraversava il campo. Ogni tanto si fermava, chissà a fare cosa. Era tutto intento a guardarla, che non si accorse di aver lasciato la strada e aver preso a camminare sulla terra morbida e riversa del campo. La osservava: aveva una mantellina rossa, una di quelle che non se ne vedono più in giro. Portava dei calzoncini corti in jeans e delle scarpe da ginnastica di tela. Una camicia bianca con dei piccolissimi fiori rossi annodata sul ventre, i capelli biondi spettinati, raccolti in una coda che ne lasciava scappare la maggior parte sul viso. Era bella. Molto bella. Alice. Forse avrebbe potuto fare una corsa e raggiungerla, ma si! Avrebbero fatto insieme la strada verso casaaaaaaaaaahhhhhhhhhh!!! Dove era finito? Agostino si tocco la testa, le braccia. Era tutto intero. Si guardò intorno e non vide nulla. Buio. Lo prese il panico, forse era finito in un pozzo, ma in quel momento alzò lo sguardo e una luce rassicurante gli colpì gli occhi, costretti a chiudersi per riabituarsi a quell'energia positiva. Quando li riaprì, un cielo turchino lo sovrastava e delle grosse, spumose nuvole bianche come panna attraversavano quello cerchio di cielo che riusciva a scorgere. Era come se fosse caduto in una buca, la cui cima era ornata da un'elegantissima balaustra di marmo bianco, con decori scuri e intagli raffinati. Sforzandosi di vedere meglio, notò che su quella balconata circolare c'era qualcuno. Agostino guardò meglio, ma gli occhi non lo tradivano: sul bordo del balcone, un pavone se ne stava appollaiato tranquillamente, mentre dei bambini gli ridacchiavano attorno, facendo capolino fra i marmi lucidi e lisci. Notò soltanto in un secondo momento che quei bambini erano nudi e... avevano le ali! Erano angioletti giocherelloni, ma con loro c'era anche una donna. Era bellissima. Portava i capelli raccolti sulla nuca, proprio come la principessa del drago e il suo sorriso delicato sembrava irradiare tutta la luce che giungeva fino a lui, in fondo alla buca. Attorno a lei, c'erano le sue damigelle che ridevano scioccamente. Le stava accanto una donna nera e impassibile, che sembrava proteggerla da qualsiasi cosa le fosse intorno. Ad un tratto, la dama gettò lo sguardo su Agostino, che arrossì senza motivo e abbassò la testa nel buio. La dama sembrò preoccuparsi molto e prese a strattonare la donna al suo fianco che, senza scomporsi, scomparve e ricomparì con una corda che calò nella buca. Agostino vi si aggrappò e si sentì trascinare dolcemente verso l'alto, verso la luce. Aprì gli occhi e vide suo padre che lo fissava preoccupato, attorniato da un sacco di altra gente. Gli spiegarono che era inciampato in un vecchio pioppo caduto la notte precedente, a causa del forte vento, e che probabilmente aveva picchiato la testa e perso i sensi. Già. Ma era già la seconda volta quel giorno...
Il suo babbo lo prese per mano e lo riaccompagnò a casa. Mentre camminavano, la mente del babbo si affollò di pensieri... chissà se lo stava crescendo bene, se avesse tutto quello di cui aveva bisogno. L'affetto della sua mamma sicuramente gli mancava e lui non poteva proprio farci nulla. Agostino, come se leggesse i suoi pensieri, lo guardò e gli disse: - Ti voglio bene papà - .

7.8.14

Il Folletto dei Calzini

C’era una volta, all’ombra del Resegone, un piccolo paesino adagiato in una conca verde e fiorita. Le montagne proteggevano la cittadina da tempo: prima dalle scorribande dei popoli del nord, sempre alla ricerca di guai, poi dalle truppe del sultano, avido di potere e desideroso di nuove conquiste. Inoltre, si raccontava che le montagne fossero una protezione magica del Grande Essere Obrun, la divinità degli antichi popoli del posto, contro l’Uragano Zino, uno fra i tanti tentativi del cattivissimo, crudele, spietato Bigione, il potente e malefico mago della Grigna. La lotta tra il Grande Essere Obrun e Bigione era una leggenda che ancora si narrava nelle lunghe sere d’inverno. I nonni raccontano che da piccoli la ascoltavano attorno al fuoco, oppure nelle stalle dove il calore degli animali li riscaldava dal gelo della neve e della tormenta. Oggi capita sempre meno di ascoltare queste storie vecchie, ma alcuni bambini si divertono ancora a sentirle narrare dai propri nonni o animate dai personaggi del teatrino delle marionette. Ad ogni modo, la protezione che le montagne avevano da sempre garantito faceva sì che la gente gli fosse affezionata e ne prendesse cura, pulendone i sentieri, rispettandone l’ambiente , evitandone il degrado e l’abbandono. Gli abitanti del paesino vivevano di ciò che quella terra gli offriva: prati verdi e ricchi di nutrimento per le loro bestie, da cui ricavare un latte buonissimo e fresco ogni giorno, adatto per preparare ottimi formaggi; boschi ricchi di grandi alberi per fabbricare mobili pregiati; una sorgente zampillante con proprietà benefiche da imbottigliare e vendere anche in pianura. Una terra ricca e tranquilla, in cui la vita trascorreva in maniera semplice e i bambini giocavano per le strade in un vociare allegro. Non c’erano pericoli e le battaglie di guardie e ladri venivano disputate vicino alla cascata della Troggia, il prezioso e ambito premio destinato ai vincitori. Ogni bambino del paesello sognava di conquistare la Troggia almeno una volta. Il piccolo Riccardo non era da meno. Riccardo era un bimbo gracile, esile, più piccolo dei suoi compagni. Aveva grandi occhi azzurri e un viso coperto da lentiggini color nocciola. I suoi capelli erano ramati e liscissimi, sottili come fili da cucito. Riccardo portava il nome di un grande re conosciuto per il suo immenso coraggio: Riccardo cuor di leone. La sua mamma aveva scelto questo nome perché il suo cuore era piccino e debole così sperava che potesse diventare forte e robusto, permettendo al piccolo Riccardo di dare prova di tutto il suo coraggio! Date le sue condizioni, Riccardo non poteva uscire a giocare spesso quanto i suoi compagni. I pochi pomeriggi di sole, quando il bosco risultava meno umido del solito, Riccardo aveva il permesso di raggiungere gli altri bambini che, non si dimostravano mai troppo entusiasti di farlo entrare in una squadra. Riccardino, così lo chiamavano tutti, non era troppo veloce nella corsa, si stancava in fretta e risultava perciò un compagno troppo debole. Lui se ne accorgeva e ci provava in tutti i modi a correre più forte che poteva a resistere per fingere di non fare fatica, ma proprio non gli riusciva. Un giorno come tanti altri, Riccardino e compagni si erano ritrovati in paese, per una partecipare al torneo dei rioni che coinvolgeva bambini e adulti in avvincenti e appassionanti partite di calcio. Riccardino era in panchina, ma non aveva mancato per un solo minuto di incitare i suoi compagni, facendo un tifo appassionato. [ L’orologio del campanile segnava già la fine del primo tempo e l’arbitro fischiò la fine. Forse ci sarebbe stato tempo per lui nel secondo tempo della partita. Scesero negli spogliatoi festosamente dato che Emilio, un bambino in villeggiatura con i nonni, aveva segnato il gol del vantaggio. Emilio era forte, atletico, veloce… era proprio tutto quello che Riccardino avrebbe voluto essere. Dopo l’intervallo, ritornarono in campo, anche se il cielo prometteva pioggia a catinelle, viste le grosse nubi dense che si stavano raccogliendo sopra il paesino. Qualche curioso che si era fermato ai bordi del campo per vedere giocare i monelli, si scoraggiò e se ne tornò verso casa prima che quelle nubi scaricassero tutto il loro contenuto. La partita continuò e l’altra squadra cercava in tutti i modi il gol del pareggio, erano ben determinati a segnare e alla fine ci riuscirono. Sembrava una partita del campionato. L’arbitro, un ragazzino, si affannava qua e là per il campo, cercando ogni tanto di dare un morso a una delle merendine che si era infilato nelle tasche. Anche lui non era quel che si dice un bambino agile. Riccardino stava in piedi, ai bordi del campo, senza perdere di vista l’orologio del campanile e cercando di incontrare lo sguardo di Emilio, sperando che lo facesse entrare. Quello se ne stava in mezzo al campo, con una faccia tesa e lo sguardo fisso sul pallone. Non si sarebbe mai sognato di farlo entrare in un momento così delicato. ] Le lancette dell’orologio del campanile fecero il loro giro e scoccò l’ultimo minuto del secondo tempo: 1-1. Le due squadre tornarono negli spogliatoi abbattute e tristi. Il torneo era a scontri diretti, perciò si passava prima ai supplementari e poi ai rigori. Emilio spronò i compagni a darsi da fare, ma nemmeno i supplementari cambiarono la situazione. Si andava ai rigori. Riccardino, nel suo piccolo cuore malconcio, nutriva una speranza. Emilio la frantumò quando nominò i ragazzi che avrebbero calciato i rigori, ma questo non abbatté Riccardino che tifò fino alla fine i suoi compagni, che vinsero e si aggiudicarono così la finale… la finale! Non stavano nella pelle, cominciarono a correre per tutto il campo, abbracciandosi e ridacchiando, buttandosi a terra senza sentire la pioggia battente che aveva iniziato a cadere e usando le pozzanghere per saltarci a piè pari e ridere ancor più a crepapelle. Quando si ritrovarono tutti nello spogliatoio, le docce fumanti riempirono la stanza di vapore e il te caldo servito dall’organizzazione addensò quella nebbiolina, profumandola di limone. Al momento di rivestirsi però, avvenne qualcosa di inaspettato… tutti i calzettoni dei ragazzi erano stati tagliati! Sia sulle punte che sui talloni! Ma che scherzo era questo?? Riccardino, frugando nella sua borsa, notò che il suo paio di calze era intonso. Cercò di nasconderlo, ma Paolone, l’arbitro mangione, quasi soffocandosi mentre trangugiava un pangocciolo, si mise a urlare per far notare che le calze di Riccardino fossero state risparmiate dal taglio! Tutti lo squadrarono con sguardo accusatorio e per contro il piccolo rispose che sarebbe stato sciocco fare quello scherzo evitando le proprie calze, dato che sarebbe stato subito riconosciuto come colpevole. I compagni si accontentarono di quella spiegazione, ma Emilio non sembrava convinto. Tornando a casa, Riccardino incontrò Paolone e sua sorella. Paolone chiese scusa per aver fatto la spia, ma ovviamente la cosa era risultata molto strana e al momento, pensava fosse proprio colpa di Riccardino. Emma, la sorella più piccola di Paolone, ascoltando il discorso dei due bambini concluse che doveva per forza trattarsi del folletto. I due la guardarono increduli. Emma era una bambina intelligentissima e studiosa, non era da lei parlare di assurdità come folletti o altre diavolerie. Eppure, i suoi grandi occhi blu fissarono convinti lo sguardo degli altri due, Emma era perfettamente consapevole di quello che stava dicendo. Propose a Paolone e a Riccardino di avviarsi verso il parco, avrebbe raccontato loro tutta la storia all’ombra del grande Faggio e magari, mangiandosi un bel ghiacciolo al limone. I tre si avviarono verso il chiosco dei gelati e si sedettero sotto i rami del possente albero. Emma si mise davanti a loro. Riccardino arrossì, gli era sempre piaciuta quella bambina. Emma aveva una lunga coda bionda, portata con la riga al centro della sua testolina rotonda. Indossava dei grandi occhiali tondi, che rendevano i suoi occhi blu ancora più grandi e il suo sguardo vispo ancora più attento e vigile. Bravissima a scuola, sapeva sempre tutto ed era una tipa tosta, che sapeva farsi rispettare. Riccardino riuscì a lasciare i suoi pensieri proprio quando Emma stava iniziando a raccontare la storia del folletto. Sembrava che nel tempo ci fossero state diverse manifestazioni della presenza di un essere dispettoso e magico in paese. Non si trattava di sole voci, ma c’erano anche atti ufficiali di denuncia alla guardia, trascrizioni nei registri del parroco e uno o due articoli de Il Giornale di Lecco che trasformava qualche racconto perplesso di alcuni concittadini in un caso di Mistero, coinvolgendo maghi e sensitivi vari. Quello che sembrava accadere da un bel po’, erano episodi come quello dello spogliatoio: erano diverse le famiglie che si ritrovavano con calzini, canotte, sottane tagliuzzate in lungo e in largo. Emma raccontò che questi episodi si ripetevano da anni, anzi, da secoli e tutti venivano spiegati con la presenza di un folletto all’interno della torre del paese. La torre, un’imponente costruzione in piedi da 900 anni, rappresentava un luogo misterioso, nessuno ci entrava volentieri da solo. La torre aveva vegliato sulla cittadina e dopo tanti anni, tutte quelle avventure pesavano sulle sue mura, arricchendole di storie, fantasticherie e leggende. Il folletto, così come veniva descritto, doveva essere alto poco più di una cinquantina di cm; esile e scattante, con capelli verderame, occhi verdi e pupille grandi e scure. Orecchie appuntite e naso all’insù, capace di ogni trucco, dall’invisibilità alla trasformazione in animali. Erano creature create dal Grande Essere Obrun per spiare le cattiverie e i malefici del mago della Grigna. Emma aggiunse che i folletti erano esseri permalosi e bisognava stare molto attenti con loro! i tre amici decisero di dare la caccia a questo folletto e si accordarono per incontrarsi la sera stessa dopo cena, per entrare nella torre. Emma compilò una lista di oggetti utili e diede l’ordine di ritrovarsi allo stesso punto due ore più tardi. E così fu. Era una fresca serata di fine estate, le giornate avevano già preso ad accorciarsi e dopo poco avrebbe fatto buio. Riccardino aveva tribolato non poco per avere il permesso da sua madre per uscire. Mentre stavano raggiungendo i piedi della torre e Paolone sgranocchiava rumorosamente un pacchetto di cracker integrali, Emilio li scorse e sbeffeggiandosi di Riccardino-taglia-calzini per farsi grande con Emma, li seguì cercando di ficcare il naso nei loro programmi. Cercando ancora di attirare l’attenzione di Emma, Emilio fece presente che a Milano frequentava il gruppo scout ed era quindi la persona più adatta per fare da guida, ovunque stessero andando. Emma rispose con tono stizzito che aveva già organizzato il gruppo di spedizione e se lui avesse voluto fare qualcosa, avrebbe potuto fare da apripista, ma solo seguendo le sue indicazioni. Non gli restava che accettare. Aprirono un varco attraverso una finestra a nord, era la più bassa e la più accessibile. All’interno l’aria era umida e fredda e il pavimento era ricoperto da uno strato bagnato e scivoloso, come notò Paolone pochi secondi dall’ingresso, scivolando rovinosamente. I tre bambini avevano torce e lampade frontali per ovviare all’oscurità, come aveva suggerito Emma il pomeriggio, Emilio si costruì una torcia con un vecchio straccio trovato fuori dalla torre, ma nonostante il calore emanato dalla torcia, aveva i brividi! Camminavano in fila indiana uno appiccicato all’altro ed Emma li guidò fino alla stanza del Consiglio in cui, secondo la leggenda, doveva trovarsi il rifugio del folletto. Per attirare la sua attenzione, Emma aveva portato con sé qualche barattolo di pesche sciroppate, sembrava che i folletti ne andassero matti. Giunti alla sala del consiglio, fecero un po’ di luce. Posizionarono i barattoli aperti tutto attorno e infine uno al centro. Poco dopo, una folata di vento spense la torcia di Emilio e inspiegabilmente anche tutti i frontali degli altri. I bambini si raggrupparono e Riccardino subito gridò per puntare lo sguardo di tutti alla loro destra. Incredibile, il folletto esisteva. Quando gli altri cominciavano appena ad abituare i loro occhi al buio, Riccardino si sposò a sinistra per seguire la rotta del goloso folletto, ma questo scomparve. Gli altri bambini non vedevano nulla e quando Riccardino fece notare che il folletto fosse sparito, lo guardarono senza capire. Soltanto lui poteva vederlo. Improvvisamente le lampade si riaccesero e con loro persino la torcia di Emilio riprese a bruciare… ma come era possibile? Emilio era ancora inebetito quando gli altri scoppiarono a ridere: era rimasto in mutande! Emma aggiunse subito che la sua teoria sui tagli degli abiti era corretta e il folletto non mancava di colpire i più maleducati con i suoi dispetti. Per calmare la sua voglia era necessario, oltre a una fornitura di pesche sciroppate, eliminare la causa del suo malumore. E la causa si chiamava Emilio. I folletti sono esseri molto permalosi, ma anche sensibili. Non tollerano le ingiustizie e non sopportano che ci si approfitti delle debolezze altrui, per farsi belli e grandi agli occhi degli altri. Emilio rappresentava tutto questo alla massima potenza. Emma propose di ritrovarsi il giorno dopo, alle 4 in punto ora della merenda, sempre alla torre. Emilio avrebbe dovuto chiedere pubblica ammenda dal punto più alto della torre, in modo che tutti lo sentissero. Solo così il folletto si sarebbe calmato. Lasciarono ancora qualche barattolo e mentre se ne andavano, Riccardino scorse il folletto in un angolo, con la bocca impiastricciata dallo sciroppo che gli fece l’occhiolino con fare compiacente. La mattina successiva, gli amici distribuirono i volantini preparati da Emma in modo da radunare una folla numerosa all’incontro. Riccardino non era il solo ad essere preso in giro da Emilio, lo stesso Paolone era una delle sue vittime. Con loro altri bambini accolsero volentieri l’invito delle scuse ufficiali. Prima delle 4, attorno alla scacchiera gigante sotto la torre c’era già un bel vociare e questo avrebbe già bendisposto il folletto. Emilio rientrò nella torre da solo e mentre raggiungeva la loggia, lasciò qualche barattolo di pesche. Una volta in cima, si affacciò e a voce alta urlò la filastrocca che Emma gli aveva scritto: Buongiorno a tutti, ma soprattutto al folletto A cui chiedo scusa, per evitare lo scherzetto. Lui taglia calzini, canotte e pantaloni Ma le mie prese in giro creano tristi emozioni. A lui e a tutti voi chiedo ammenda Sperando che si risolva la faccenda Dichiaro a tutti di essere pentito E spero pertanto di esser capito. Chiedo al folletto un po’ di rispetto. In cambio pesche con lo sciroppo prometto. Grazie a tutti di avermi ascoltato Adesso per tutti un grande gelato! Il folletto da quel giorno ebbe una fornitura garantita delle sue amate pesche sciroppate ed Emilio i vestiti integri. Tutta la storia servì da lezione ai bambini sbruffoncelli e prepotenti, tanto che ancora oggi le mamme li sgridano ricordando lo scherzetto del folletto dei calzini.

12.12.13

La vera storia di Santa Lucia

In questa fredda e lunga notte, voglio raccontarvi la storia di Santa Lucia. La conosciamo tutti Santa Lucia, è vero, ma soprattutto per i suoi bellissimi regali, per la chiesina dove portiamo le nostre letterine e per il suo simpatico amico asino. Ma chi era veramente Santa Lucia? La sua storia inizia tanti tanti anni fa, Lucia nasce al caldo di Siracusa in un'importante e ricca famiglia della città. La sua mamma si prende cura di lei e la cresce con amore, educandola alla fede seppur di nascosto. Presto Lucia dovrà prendersi cura della sua mamma malata e grazie alle sue preghiere autentiche riuscirà a farla guarire. Lucia diventa una bella e giovane donna e i suoi pretendenti cominciano a farsi avanti, proponendosi come mariti per lei. Promessa a un giovane, Lucia non si cura di questo e decide di non sposarsi, ma di dedicarsi ai poveri donando tutte le sue ricchezze ai bisognosi della città. Questo gesto umile e generoso farà andare su tutte le furie il suo fidanzato che, scoprendo anche che Lucia è cristiana, la denuncerà facendola arrestare. Durante il processo, Lucia viene più volte invitata a rinnegare la sua fede in onore degli dei romani, ma ferma Lucia si rifiuta convincendo così i suoi persecutori a condannarla a morte. Si racconta che gli aguzzini dovettero impiegare tutte le loro forze per portare via Lucia, divenuta forte e irremovibile non soltanto nella sua fede, ma anche nel suo esile corpo. La leggenda ci racconta che la povera Santa Lucia perse anche i suoi occhi, ma questo non ci viene raccontato nelle storie del suo martirio. Santa Lucia è una figura forte, determinata e decisa. Tutti noi abbiamo da imparare da lei! Non si lascia scoraggiare e non prova paura! Non tiene per sè i suoi giocattoli e le sue cose belle, ma ha il coraggio di regalarle. Ecco cosa farci portare questa sera... Buona Santa Lucia a tutti!

15.11.12

Mela. La bambina-ape

In molti hanno immaginato un mondo futuro, pieno di teconologia e comodità. Che mondo potrebbe immaginare una bambina con poteri immensi, ma inspiegabilmente sola? Mela immagina il suo Microcosmo, come nelle lezioni di Microcosmatica dell'illustrissimo e illuminatissimo regio maestro Mondo... e senza saperlo, crea un'epoca, un modo di vivere, che noi conosciamo molto bene.

C'era un volta nel paese di Nonso, una piccola bambina-ape. Non vestiva altro che il suo costume da ape, quello che ogni altra bambina avrebbe indossato il giorno di Carnevale o di Halloween. Mela era così orgogliosa del suo vestito che portava sempre e solo quello, nonostante il suo armadio rosa, con stelle brillantinate appiccicate sulle ante, contenesse molti altri capi: maglioncini colorati, con pois e bottoni multi.-forma, pantaloni in velluto, gonnelline e camicette.
A scuola nel paese di Nonso si studiavano le materie più interessanti del mondo: Tortologia e creme, Microcosmatica, Fiabe, Storia della Giocoleria, Incanto e Trucchi, Principi di Addomesticamento (nella cura e nella crescita di draghi, fenici e altri animali). Mela era bravissima in tutto, tutte le materie eerano per lei preferite e favolose, perchè, semplicemente, le piaceva andare a scuola. Questa sua predisposizione le creava non pochi grattacapi: Milla, la sua vicina di casa, era invidiosa del suo talento e per vendicare la sua rabbia, la prendeva in giro per il suo "ridicolo e consunto straccetto", riferendosi al suo costume da ape. Milla era molto popolare a scuola, quindi la sua cerchia sosteneva il rancore e le cattiverie della beniamina contro la piccola Mela che, nonostante non nutrisse alcun desiderio di legare con la smorfiosissima Milla, era pur sempre costretta alla solitudine. A dire la verità non sembrava molto turbata dalla sua condizione, anzi, il suo essere solitario e introverso ben si adattava al silenzio e ai luoghi appartati e lontani dalle folle. Poteva pensare, immaginare e questo non aveva confronti. Qualche volta, durante l'intervallo Mela si arrampicava in cima all'albero di Marmellata e sognava ad occhi aperti, immaginando un mondo in cui la gente volava su strane scatole di metallo, andava a comprare il cibo in luoghi assordanti e affollati e parlava dentro a marchingegni pieni di tasti. In quel mondo non esistevano i prati, le lettere e le penne e non serviva nemmeno avere degli amici... bastava avere un marchingegno in grado di creare un Microcosmo personale. Ogni persona viveva all'interno del suo Microcosmo, senza preoccuparsi dei suoi vicini. Mmm. Mela, come tutti gli altri bambini della sua età, soffriva per la mancanza di amici e per questo si rintanava nei suoi pensieri, immaginando un mondo vuoto, pieno di macchine in cui ogni individuo progettava e immaginava il suo mondo.
Un giorno Nonsoquando, arrivò nel paese di Nonso Bio. Bio aveva i capelli ricci e rossi, un faccione rotondo pieno di lentiggini. Portava una camicia verde mela, con pantaloni a quadri. La preside lo accompagnò nella classe di Mela e lo fece accomodare proprio accanto a lei, dove nessun'altro si sarebbe mai seduto.
- Ciao, io sono Bio! - Il bambino allungò vero Mela una mano paffutella e sudaticcia - Vuoi dei cracker bio-integrali? - continuò con un sorriso dal quale mancava qualche dentino.
- Ciao... io sono Mela, no grazie, sono intollerante al glutine, non posso mangiare crackers... - replicò timidamente Mela.
- EH!! (questa esclamazione veniva ripetuta spesso e senza nessun significato da Bio! Dopo un po', Mela ci fece l'abitudine e non se ne accorse nemmeno più) Anch'io sono intollerante! Ma questi sono di farina di kamut! E' una gran fortuna essere seduti vicini! EH!!
Mela sorrise al bambino, forse per la prima volta nella sua vita. Sgranocchiarono qualche crackers e seguirono attentamente la lezione, anche Bio sembrava molto bravo e studioso, tanto che si accordarono per vedersi nel pomeriggio alla Città dei Libri, dove avrebbero fatto insieme i compiti.
Mela era agitata per il suo incontro, era la prima volta che vedeva qualcuno dopo la scuola e non sapeva davvero come comportarsi. Bio però era un bambino molto allegro ed espansivo e senza che nemmeno lei se ne accorgesse, mise Mela a suo agio, facendola chiacchierare, ridere e divertire. I due bimbetti diventarono ottimi amici e ogni giorno si incontravano dopo la scuola per studiare, leggere, catalogare insettoidi o fiorisauri, che ancora non erano stati scoperti e studiati nel mondo di Nonso. Mai una volta Bio si interessò al vestito da ape di Mela, mai una volta le chiese il perché o il per come di tale costume. Così, un giorno, Mela indossò un vestito normale e lo stupore fu tale, che tutti i bambini nel cortile della scuola si fermarono ammutoliti per guardarla passare. Bio semplicemente le disse che stava molto bene, del resto come tutti gli altri giorni. Da quando aveva conosciuto Bio, il suo fantasticare sul mondo pieno di macchine e persone isolate aveva lasciato spazio a esplorazioni, gite in canoa sul fiume Latticino o arrampicate. Mela era felice e non creò mai quel mondo triste, in cui tutti sarebbero stati soli e collegati soltanto da macchine, senza chiacchierate vere, senza gite, senza profumi... Diventò grande e guadagnò la stima di tutti grazie alle sue innumerevoli scoperte e invenzioni, ma ciò che la rese davvero felice fu l'amicizia di tante persone care, che la sostennero nei suoi studi e nei suoi grandi progetti!

19.7.11

L'hotel - 2. Un pomeriggio in bibicletta

L'indomani, fu la quiete dopo la tempesta. Un sole deciso e giallo illuminava le foglie appiccicate sul manto della strada e filtrava nelle persiane della casa della nonna. Era mercoledì, perciò la nonna si era alzata presto per sbrigare le faccende di casa e uscire a fare la spesa al mercato. Mila si stava vestendo in camera, mentre la nonna e il fratello erano già pronti per uscire. Si era svegliata più stanca della sera prima e ogni gesto le costava molta più fatica del solito. Si avviarono insieme lungo il vialetto di casa, chiacchierando delle famiglie della via, che da lì a qualche giorno avrebbero fatto ritorno dalle loro vacanze al lago e al mare. In fondo alla strada, svoltarono nella ex-ferrovia, il tracciato ora divenuto un percorso ciclabile e pedonale, che si snodava praticamente lungo tutta la valle. La nonna propose ai nipoti di andare a farsi un giro in bicicletta nel pomeriggio, per ingannare il tempo e arrivare a cena con un po' più di appettito... il marmocchio non era una buona forchetta, avrebbe mangiato soltato panini imbottiti e patatine di plastica.
Il mercato era un caos. Ogni banchetto era fornito di tende parasole per proteggere la merce esposta alla bell'e meglio, mentre i venditori strillavano per attirare le signore. Le clienti passeggiavano qua e là, con pesanti borse di plastica issate sulle braccia, contenenti frutta, verdura, pesce e ogni altra bontà, osservando con interesse le bancarelle di abbigliamento e di merceria, ormai una rarità fra i prodotti scadenti cinesi. Qualche gruppetto di signore coglieva l'occasione per fare quattro chiacchiere con le amiche e si formava una fiumana di gente lungo tutto il percorso, interrotta da qualche ragazzino in sella alla propria bici e qualche cane al guinzaglio in preda a un attacco euforico, davanti al banchetto dei polli arrosto. Erano soprattutto i fruttivendoli ad essere urlatori accaniti, in grado di strappare un sorriso (e un chilo di pesche) a molte signore, compiaciute dai festori complimenti sbandierati ai quattro venti. Non era il caso della nonna. Il suo modo di scegliere la merce non veniva influenzato da simpatie o abitudini, nè tantomeno dalle urla dei venditori, ma semplicemente dai suoi sensi. Gentilmente, chiedeva di poter tastare una pesca, ovviamente con un fazzoletto di lino, ricamato, oppure di poter odorare il profumo dei meloni, di battere dolcemente i cocomeri. Solo così era certa di comprare i prodotti migliori. Avevano ormai terminato il loro giro, mancava soltanto il banchetto del pesce, quando la nonna si accorse di aver perso di vista la nipote. Strinse il bambino a sè e si guardò in giro trafelata, quando vide i capelli rossi della nipote fra la folla, diretti verso la via di casa. Si affrettò a fare il suo ordine e si avviò verso di lei, ma subito la perse, nuovamente, di vista. Mila era in mezzo alla folla, si sentiva frastornata da quei rumori, da quel vociare, il caldo le stava dando alla testa, aveva bisogno di appartarsi da quel marasma. Si stava sedendo sul muricciolo all'inizio del percorso ciclabile, quando vide qualcosa, o meglio, qualcuno. Aveva la testa china per rallentare i capogiri e fissava l'asfalto, quando poco distante dal suo piede strusciò l'orlo di un lungo abito scuro, bordato di perline in tinta, tintinnanti e sfaccettate. Chi mai era vestito in quel modo, in quella stagione e di mattina?? Fu solo per un secondo. Mila vide l'abito intrufolarsi fra la gente, che lo inghiottì senza accorgersi di alcuna stranezza. Cercò di farsi strada, per vedere di chi si trattasse, chi fosse, ma niente. Una donna la guardò sdegnata, commentando quanto fossero maleducati i ragazzini moderni. Chi mai poteva essere? Perché era vestita in quel modo? Di certo si trattava di una donna, con un abito lungo, da sera. Era ancora persa nei suoi pensieri, quando qualcuno la ritrasportò alla realtà con un brusco richiamo. La nonna aveva la faccia paonazza e suo fratello aveva un sorrisetto sarcastico stampato sulle labbra, soddisfatto che, per una volta, fosse stata lei a creare disagio. Mila ascoltò la ramanzina in silenzio, con la mente presa da altre questioni, poi chiese scusa e la nonna l'abbracciò a sè. Il marmocchio sbofonchiò qualcosa sotto voce, indispettito che la cosa si fosse già risolta. Una volta a casa, ci fu giusto il tempo di apparecchiare il tavolo della veranda e mettere sul fuoco qualcosa, per pranzare alle 12.30 come ogni altro giorno. Dopo il pasto, rimasero tutti seduti, sorseggiando il fresco te freddo preparato in casa dalla nonna, dissetante e rigenerante dopo il caldo della mattinanata. In veranda si stava benissimo, le vecchie piante del giardino riparavano quell'angolo dalla canicola del mezzogiorno ed era piacevole indugiare seduti nelle comode poltrone da giardino, rivestite di cuscini verde smeraldo. Nelle giornate tranquille si potevano sentire i colpi dei giocatori, dai vicini campi da tennis. Un rumore sordo, compatto e profondo.
Mila prese la bici della nonna, il marmocchio inforcò una vecchia mountain-bike. Si diressero a nord, in direzione dell'alta valla. L'aria era fresca, ma le salite richiedevano un po' di sforzo e qualche goccia di sudore imperlava le fronti dei due fratelli. Il tracciato era abbastanza facile e si incontravano ciclisti professionisti, come bambini alle prime armi senza rotelle. Di tanto in tanto, la pista si inoltrava in una delle antiche gallerie della ferrovia, che si illuminavano grazie a una fotocellula posta all'ingresso del tunnel. Dalle pareti gocciolava dell'acqua, gelida come l'aria all'interno dei passaggi. In quei tratti i due fratelli sfrecciavano ancora più veloci, forsi un po' impauriti da quei luoghi così antichi e suggestivi. Giunti alla fine del percorso, si mangiarono un gelato in una piazzola allestita con panche e tavoli, oltre a qualche gioco per i bambini. Mila non voleva tornare troppo tardi, sapeva che la sera l'arietta si sarebbe fatta più fresca e in bici l'avrebbero sentita ancora più fredda. Si rimisero in marcia per fare ritorno, sfidandosi per arrivare primi. Ad ogni pedalata acquistavano velocità, ma Mila era comunque in vantaggio, la bici della nonna era più nuova e aveva anche un ottimo cambio, senza contare che lei era più preparata fisicamente del fratello, un vero e proprio poltrone! Erano a metà percorso, quando Mila perse l'equilibrio per ... qualcosa... che le attraversò la strada, proprio in una delle gallerie. Mila toccò i freni, ma il suolo, bagnato dall'umidità della galleria, non le permise di rimanere in equilibrio e cadde, sbucciandosi un ginocchio. Il marmocchio l'aveva appena superata e frenò, facendo stridere i vecchi cuscinetti arrugginiti. Solo allora si resero conto di essere al buio. La fotocellula non era scattata e le luci non si erano attivate. Forse era solo suggestione, forse non era stato un bel niente a farla ruzzolare, solo un sasso o un ramo in mezzo alla strada. Forse. Si tranquillizzarono a vicenda e Mila si rimise in piedi, quando, osservando l'altro capo del tunnel rabbrividì di colpo. Qualcosa di chiaro fluttuava al centro dell'arco del tunnel, proprio in fondo, sopra l'uscita. Senza lasciarsi prendere dal panico, attivò la dimo e suggerì al fratello di fare lo stesso, in modo da non brancolare nel buio totale. Anche lui aveva visto quella...  cosa, lo capì dal tono della sua voce. Canticchiando e fischiando avanzarono a testa china, per non guardare la cosa, che comunque rimaneva là dove l'avevano vista. Solo giunti alla fine, si resero conto che si trattava di un vecchio celophane strappato, rimasto impigliato in una delle luci. Entrambi trassero un silenzioso respiro di sollievo e fecero finta di nulla, continuando a pedalare, forse con più foga rispetto all'andata. In un batter d'occhio raggiunsero il paese e in fondo alla via della nonna, proprio dietro l'hotel, Mila incontrò un'amica che non vedeva dall'estate precedente. Il fratello le disse che sarebbe andato ad avvisare la nonna del loro ritorno e di rimanere pure con Chicca. Le due ragazzine si abbracciarono e cominciarono a raccontarsi un anno di scuola, di pallavolo e di equitazione e tutto ciò che non si erano potute scrivere tramite e-mail. Poi i genirtori di Chicca la chiamarono, salutando Mila da lontano. Le due si diedero appuntamento per la sera stessa, dopo cena, in modo da recuperare il tempo perduto. Mila prese la bici e la spinse su per la salita che conduceva alla casa della nonna. Arrivata al tornante, alzò distrattamente lo sguardo verso l'hotel, ma qualcosa attirò la sua attenzione: in tutta la facciata a nord, solo una finestra aveva le persiane aperte. Non aveva mai notato se fossero sempre state così o no, ma notò in quel momento, che in quella finestre erano spalancate. Scansò i pensieri foschi, per quel giorno ne aveva abbastanza. Affrettò il passo e chiuse il cancellino dietro di sè, sentendosi finalmente al sicuro.
Quella sera, la cena fu consumata velocemente, la nonna doveva andare in piazza per il cinema d'essay e il marmocchio l'avrebbe accompagnata, senza troppa voglia e Mila aveva appuntamento con Chicca, non stava più nella pelle. L'aria della sera era fresca e il cielo luminoso si offuscò a causa di qualche nube da ovest. L'indomani forse sarebbe tornata la pioggia, ma le due amiche avevano troppo da condividere per notare i cambiamenti metereologici; i segreti furono sussurrati al chiarore di una luna spettrale, che faceva capolino da una lunga nuvola scura, presagio di nuovi temporali e misteri da svelare.
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La parola di oggi
Canicola - Calura, caldo, solleone, definisce un periodo dell'estate, in cui il caldo è molto intenso e soffocante. In questo caso si intende un caldo insopportabile.

13.7.11

L'hotel - 1. Una pizza per cena e te al bergamotto

La tazza di latte era già pronta in tavola, con la scatola di biscotti e la mela, tagliata a fettine sottili, spruzzata di limone e succo di pompelmo. Dalla cucina arrivavano, attutiti, rumori di stoviglie, borbottio di pentole piene di verdure e bontà. Le persiane lasciavano entrare un'aria fresca del mattino e qualche raggio di un sole ancora tiepido. Nel corridoio la pendola rintoccava ogni minuto. Mila amava svegliarsi a casa della nonna, perché era una casa viva, piena di suoni, colori e profumi. La sua casa era asettica e monocromatica. Stroppiciandosi gli occhi, diede un'occhiata al cellulare per accorgersi che il suo corpo era ancora abituato alla sveglia della scuola. Erano solo le 7.15, ma tanto valeva alzarsi, sapeva che non sarebbe riuscita a prendere sonno. Mila scese in cucina, dove trovò la nonna già indaffarata e suo fratello già davanti alla tv. Diede un bacio con schiocco alla nonna che ricambiò con un sorriso ancora sdentato (la dentiera riposava in bagno, probabilmente, dentro a un bicchiere di acqua frizzante, che la teneva pulita secondo la donna). Suo fratello alzò distrattamente la mano, dopo il saluto della sorella. Era bellissimo potersi sedere con calma e gustare la colazione già pronta, scambiando quattro chiacchiere con la nonna; a casa non succedeva mai. La mamma era sempre di fretta e prendeva una tazza di caffè nero in piedi, mandando un'e-mail e parlando al cellulare con l'ufficio e papà usciva molto prima di quando loro si svegliavano. Mila doveva prepararsi qualcosa da sola e fare lo stesso per il marmocchio.
Era una strana giornata di metà giugno. Quell'anno l'estate sembrava non arrivare mai, ogni giorno una pioggia fitta inumidiva i prati e rendeva scintillante l'asfalto sulle strade. Delle nubi basse restavano in sospeso sui lunghi pomeriggi senza sole e le frequenti piogge provocavano ancora malanni di stagione. Il marmocchio c'era già ricaduto, la sua salute era davvero cagionevole e bastava un colpo di vento per fargli venire mal di gola, tosse e raffreddore. Quel giorno non c'erano programmi. Tutti i ragazzi con cui i due fratelli avevano fatto comunella erano partiti per le vacanze e non sarebbero rientrati fino alla settimana successiva. Non era giorno di mercato. Così, Mila si mise sul terrazzo della cucina, all'ombra della Passiflora della nonna, una bellissima pianta dai fiori rigogliosi e violacei, con uno dei suoi amati libri sulle ginocchia. Suo fratello era invece stravaccato sul'ottomana all'interno, dove la nonna lavorava ai ferri un filo di cotone lucido e scarlatto. Non si staccava mai da quel aggeggio, la pla-qualcosa... il dramma era che ora aveva anche la versione portatile. I loro genitori cercavano di compensare la loro assenza con generosi regali, spesso totalmente sbagliati, soprattutto nel caso di Mila. Borse e altri oggetti fashion non facevano per lei, ma sua madre sembrava non aver ancora afferrato il concetto. Il discorso non valeva certo per la nonna, che conosceva i due nipoti come le sue tasche, del resto, li aveva vresciuti lei. Infatti, quando Mila e il marmocchio erano ancora piccoli anche loro vivevano nel paesino della nonna, anche se non possedevano alcun ricordo di quel periodo. La nonna aveva raccontato a Mila che il papà non era ancora proprietario della sua azienda e il denaro scarseggiava. Dopo tanti sacrifici, però, la famiglia si era trasferita in città, un luogo più comodo per glia affari e certamente più mondano. I loro genitori non facevano che sottolineare quanto fosse stato vantaggioso il loro trasferimento: ottime scuole, riduzione degli spostamenti in auto, tempo guadagnato, maggiori opportunità erano espressioni frequenti del loro vocabolario di genitori-imprenditori. Mila non la pensava esattamente nello stesso modo, mentre suo fratello, semplicemente, non si poneva il problema. Mila era presa dalla lettura, ma cominciò a sentire qualche brivido sulla pelle, forse le maniche corte non erano adatte a quella giornata poco estiva. Entrò in casa per prendere una felpa e trovò la nonna a ravanare in un vecchio scatolone in camera sua, con il marmocchio che le ciondolava intorno, con aria di attesa. Stavano cercando una vecchia foto della nonna, di quando era soltanto una ragazza  e già era a servizio presso una famiglia facoltosa che si trasferiva in paese in villeggiatura durante l'estate. In effetti era molto strano che suo fratello si interessasse a qualcosa di diverso e che, soprattutto, non avesse a che fare con computer e videogame. Nel baule era racchiusa un'intera vita: scatole accuratamente riposte conservavano i ritagli della vita della nonna e del nonno, in altre erano custoditi i ricordi più importanti, come il cappello da alpino del nonno, il bouquet della nonna o la coperta in cui era stata avvolta la mamma appena nata. Mila adorava sedersi sul tappeto davanti al grande letto in ferro battuto a cercare in quello scatolone, quando era piccola si travestiva con le cose della nonna e si faceva fotografare in posa da modella. La nonna era seduta su un piccolo pouf rivestito di velluto color crema e ad ogni oggetto accompagnava una breve descrizione e un aneddoto legato a quelle cinafrusaglie di tanto tempo prima. I ragazzi si persero in quei racconti e ne furono così rapiti da non  accorgersi che fuori era scoppiato un forte temporale. Ad un tratto, una persiana sbattè sul serramento della finestra facendo tremare i vecchi vetri e la nonna corse a chiuderle, chiedendo ai nipoti di fare lo stesso nelle altre camere: più che un temporale sembrava un vero uragano! Dalla finestra della cucina si poteva scrutare quel finimondo. La pioggia scendeva fitta, continua e veloce, picchiettando contro i vetri fino a tramutarsi in grandi e pesanti chicchi di grandine. Sembrava avesse nevicato. Un guizzo luminoso squarciò il cielo e subito un fragoroso tuono irruppe nello scrosciare di acqua e vento. La corrente saltò all'interno della casa, così come all'esterno, dove i lampioni si erano accesi per il buio plumbeo, nonostante fossero soltanto le 17.55. La nonna accese qualche candela e invitò i nipoti a sedersi accanto a lei, per recitare una preghiera mentre si accingeva a bruciare qualche foglia di ulivo della Domenica delle Palme. Entrambi, forse perchè spaventati, ubbidirono. La preghiera fu effettivamente ascoltata, perchè il vento prese a calmarsi e anche la pioggia rallentò la sua discesa incessante, fino a smettere del tutto. La luce non tornò e i nuvoloni scuri non facevano filtrare alcun raggio di sole. La nonna riprese le sue normali attività pomeridiane, alla luce dei lumi tremolanti, sotto gli occhi vigili dei suoi nipoti. Niente corrente, niente tv e niete videogame! Il marmocchio si era dimenticato di caricarlo e il dispositivo giaceva inerte sul divano, abbandonato e stanco. La nonna propose di preparare la pasta della pizza, perchè anche se non fosse tornata la corrente, si poteva sempre far cuocere nel camino! I ragazzi si lasciarono coinvolgere dalla proposta e indossati due grembiuli a quadretti cominciarono il loro lavoro. La nonna aveva sempre tutto, nel suo frigorifero c'erano verdure, carni congelate, preparati per pasta, pizza, formaggi, dolci! La sua dispensa era sempre attrezzata per preparare qualcosa di buono e gustoso... non esattamente come i mille armadietti della cucina hi-tech di mamma e papà... un deserto. Mentre erano tutti indaffarati nella preparazione della pizza, la nonna sembrava turbata, senza il suo solito sorriso dolce e delicato stampato sulle labbra, ma con una profonda ruga sopra le sue sopracciglia ingrigite dagli anni. C'era qualcosa che non la lasciava tranquilla, ovviamente se ne accorse soltanto Mila, il marmocchio era troppo preso dalla decorazione del suo angolo di teglia. Mentre Mila e la nonna riassettavano la tavola per apparecchiare, il marmocchio si affacciò alla finestra, scoprendo i disastri provocati dal maltempo: lungo il ciglio della strada scorreva ancora una ruscello di acqua e foglie, che avevano tappato tutti i tombini; alcuni rami del viale giacevano a terra spezzati; non si vedeva nessuno in giro e il fiume gorgogliava in lontananza. Il vento doveva essere stato fortissimo. Improvvisamente tornò la luce, per lasciare la casa nel buio qualche secondo dopo. In quel momento Mila era davanti alla finestra con il fratello e osservava il lato est del gigantesco edificio che si trovava in fondo alla loro strada... si era accesa la luce in una stanza, ne era sicura. Si ritrasse indietro spaventata, senza dire una parola, mentre suo fratello aveva già sulle labbra una risata di schernimento. La nonna e la nipote si scambiarono uno sguardo intenso, ma nessuna disse nulla.

Quella sera, cenarono in cucina, anche se la nonna aveva insistito per preparare comunque la tavola nel soggiorno, dove era solita accogliere i suoi ospiti che fosse uno o dieci non faceva differenza.I due fratelli preferirono restare in cucina, dove il camino aveva creato un certo tepore, che si sentiva volentieri, visto il drastico calo di temperatura  dopo il temporale del pomeriggio. La pizza era fragrante e gustosa, tanto che si cenò in silenzio, sgranocchiando fetta dopo fetta. Il trancio del marmocchio avrebbe dovuto mantenere il suo disegno di un pallone realizzato i wurstel a rondelle, ma tutto si era squagliato, mischiandosi con la fontina filante. Era quella di Mila ad avere un disegno, che però lei non aveva previsto. La nonna, offrendole il piatto, lo ritrasse dopo averlo guardato e Mila chiedendo spiegazioni, ottenne un'altra porzione. La nonna tagliò la pasta velocemente, rovistando sulle guarnizioni con la forchetta, come se dovesse cancellare qualcosa. La sua ruga era ancora più evidente. Ormai terminata la cena, tornò finalmente la corrente, che illuminò tutta la casa, riportando un clima meno cupo e tetro. Anche l'ultimo piano del grande edificio prese a brillare, come ogni altra sera, illuminando indirittamente la vecchia e scassata insegna: "Grand Hotel".  Mila dava una mano alla nonna con i piatti e suo fratello se ne stava stravaccato sul tavolo, leggendo la sezione sportiva del quotidiano locale. Erano tutti in cucina, quando la tv nel salotto si accese nel buio della sera. Il volume assordante fece sussultare tutti e Mila tirò lo strofinaccio addosso al fratello, convinta che fosse il responsabile dello scherzo. Il canale provinciale dava un programma di storia e cultura locale e stavano mandando un servizio proprio sul paese e sul vecchio hotel. La nonna staccò la presa dell'apparecchio e propose ai nipoti di uscire per prendere un gelato o una cioccolata calda, visto il clima. Era molto turbata, ma non disse nulla. Giunti in fondo alla strada, la nonna affrettò il passo, per attraversare quella che un tempo era la piazza della stazione e raggiungere presto il ponte, che portava nel centro del piccolo paesino. In giro c'era soltato qualche faccia stanza, obbligata a uscire per le incombenze di qualche amico a quattro zampe. Un lampione del ponte era stato danneggiato dal temporale e la sua luce funzionava ad intermittenza. Sotto, le acque del fiume erano scure e il livello alto faceva quasi tremare i pilastri della struttura. Si sedettero ai tavolini del caffè sotto il portico, quello sull'angolo, sorseggiando te al bergamotto e sgranocchiando qualche bacio di dama, i preferiti di tutti in famiglia, tranne della mamma, ovviamente. Dopo aver pagato il conto, ritornarono a casa, superando l'edificio dell'hotel con lo stesso passo frettoloso, scatenando le lamentele del marmocchio. La casa era illuminata dalla luce di un lampione. Il vecchio cancello cigolò alla spinta della nonna, che osservò le foglie sparpagliate ovunque sul prato e sul vialetto. La casa era silenziosa e tranquilla, come il resto della via. La nonna viveva in una zona tranquilla, un quartiere residenziale dove il nonno, con non pochi sforzi era riuscito a comprare una grande villa. Negli anni, la coppia aveva fatto diversi sacrifici per riuscire a sistemare e mantenere la casa, ma sempre con la gioia di avere la loro dimora dei sogni. Si trattava di una villa Liberty, come molte altre in paese ed era appartenuta al custode dell'hotel, nonchè giardiniere, manutentore... e tante altre cose. Il nonno l'aveva conosciuto quando fece alcuni lavori di manutenzione al quarto piano dell'hotel, con la sua impresa e da allora restarono sempre buoni amici fino alla loro scomparsa, avvenuta esattamente lo stesso giorno, a distanza di un anno l'uno dall'altro, in situazioni pressochè simili. Quando si incontrarono, l'uomo era già molto anziano e la casa era divenuta troppo grande per lui, così aveva deciso di venderla e trasferirsi negli alloggi all'interno dell'hotel, in disuso dopo la chiusura definitiva della struttura. Nonostante l'hotel fosse chiuso, il sig. Putti continuò a dedicarsi all'attività di custode, finanziato dai vecchi proprietari, scappati chissà dove dopo il tracollo e la disgrazia... Ma quella sera non ci fu più tempo per i ricordi, il temporale aveva spazzato via quello strano e nostalgico pomeriggio ed era ormai ora di riposarsi e dormire. Dopo qualche minuto, la luce del bagno al secondo piano si spense, per lasciare spazio a quella della cameretta, che lasciò la casa nel buio dopo il rito della lettura e le preghiere della sera con la nonna.

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La parola di oggi
Cagionevole - Esile, fragile.

21.5.11

La sorella ciabattina

C'era una volta una ciabatta gialla di lana cotta, con un fiore ricamato sopra. La ciabatta gialla di lana cotta, con un fiore ricamato sopra era molto infelice perché tutte le sue amiche avevano un fratellino gemello, con cui giocare, fare i compiti e andare a nanna, raccontandosi le storie di paura nel buio della notte, ma lei non aveva nessuno.
La ciabatta gialla di lana cotta, con un fiore ricamato sopra ricordava che quando era piccina e ancora dentro la carta velina leggera della sua scatola c'era qualcuno con lei avvolto nella carta sottile, ma era passato troppo tempo e non poteva ricordare niente di più, se non una sagoma oltre lo strato di carta velina.
Un bel giorno, la ciabatta gialla di lana cotta, con un fiore ricamato sopra scoprì un nuovo armadio pieno di tantissimi amici: ciabattine, pantofoline, scarpette di vernice, scarponcini e stivaletti in gomma. Cercando di giocare con qualcuno, otteneva sempre la stessa risposta:
- Abbiamo già una sorellina con cui giocare, perché tu non ce l'hai?
La ciabatta gialla in lana cotta con un fiore ricamato sopra era molto triste, il suo fratellino l'aveva abbandonanta, perché nessuno fra tutti quei compagni le somigliava almeno un pochino! Ad un tratto, guardando due calzature strane, ne vide una terza giocare con loro... Avvicinandosi, la ciabatta gialla in lana cotta, con un fiore ricamato sopra, scoprì che si trattava di due Geta, i tipici zoccoli del Giappone, due fratellini così identici da non distinguere Destro da Sinistro. I due Geta giocavano con una piccola ciabatta amaranto in lana cotta, con un'ape ricamata sopra... ma era la sorellina della ciabatta gialla in lana cotta, con un fiore ricamato sopra!! La piccola ciabatta amaranto con un'ape ricamata sopra sorrise alla sorellina e si abbracciarono forte, forte, felici per essersi ritrovate.
Parlottando, le due sorelline capirono che si erano perse a causa del loro padroncino che, ricevendole in dono, non le aveva volute, perchè troppo diverse e abbandonandole in angoli diversi della casa. Ma dopo qualche tempo, la mamma aveva fatto ordine, mettendo via le scarpine scappate del suo bambino, facendo la felicità delle due ciabattine in lana cotta colorata.

25.4.11

Il suono della pace

C'era una volta una città guerriera, in cui gli abitanti continuavano a combattere. Non c'era bisogno di un vero e fondato motivo, la guerra contro i paesi confinanti o contro quelli molto lontani, era da fare, era da portare avanti ed era da vincere.
Nessuno degli abitanti della città guerriera aveva una casa, perché sapeva che presto o tardi, questa sarebbe stata distrutta dai fuochi di qualche battaglia. Nessuna scuola esisteva nella città guerriera, nessun campo, nessuna strada. C'erano soltanto rovine, macerie di una città vecchia, passata, di cui non restava quasi più traccia. Il fumo dei cannoni e degli spari restava per giorni nella città guerriera, oscurando i raggi del tiepido sole che cercava di fare capolino sui monti. Non c'era musica, perché nessuno aveva voglia di ballare, cantare o semplicemente ascoltare. Le orecchie fischiavano anche nel sonno, perché il rumore assordante della guerra lasciava nell'aria il suo frastuono, cancellando anche il silenzio della placida notte.
Se vi state chiedendo se ci fossero bambini nella città guerriera, la risposta è sì. Purtroppo sì. Nella città guerriera c'erano ancora tanti bambini, quante le dita di una mano. Piccoli, sporchi e poveri si nascondevano sulla collina Miravalle, un luogo appartato, lontano dai campi di battaglia e dalle brutte e orribili scene dei grandi. Soltanto uno dei grande aveva deciso di stare con loro, perché lui la guerra proprio non la capiva. Così, il piccolo gruppo di pace viveva ai margini di quella città guerriera, cercando la serena tranquillità del bosco e della natura.
Non era facile però. Il rombo dei missili troncava qualsiasi dialogo o canto, il bagliore delle bombe rompeva il buio del riposo e il dolore per i propri cari non dava tregua ai piccoli bambini e al loro custode. Un giorno, Antonio, il custode dei cinque bambini, decise che così non si poteva continuare. Lo decise in un pomeriggio di fumo, grigio di polvere e spari, pieno di boati spaventosi e pianto di bambini. Basta a quelle atrocità, basta a quel continuo guerreggiare. Antonio stette sveglio tutta la notte a pensare, il suo pensiero continuò a lavorare instancabilmente, le sue mani disegnarono, scrissero e appallottolarono quelle bozze di idee, fino a quando, d'improvviso, il suo pensare raggiunse l'idea giusta. Antonio svegliò tutti i bambini, li fece vestire e li preparò per mettersi in cammino. Nel cuore della notte, al lampeggiare degli spari, i cinque bambini, cinque asinelli e Antonio loro custode si misero in cammino, nel freddo del bosco e degli sbadigli, ma riscaldati da un piccola e forte speranza, riposta nel cuore.
Giunti a valle, i piccoli portatori di pace disciolsero il loro gruppo e raggiunsero gli angoli della loro città guerriera, dove erano appostati gli eserciti nemici. Antonio s'incamminò invece nel cuore della città, alla ricerca del campo dei soldati della sua città. Come prestabilito, ognuno avrebbe sottratto uno dei cannoni, con l'aiuto dei piccoli asini grigi. Nel rimbombo degli scoppi, i bambini e il loro custode agirono indisturbati, rincontrandosi un'ora dopo all'inizio della mulattiera che li avrebbe ricondotti alla loro collina. I primi, timidi, sorridi sbocciarono su quei visini impauriti. Non era ancora finita. A passo svelto, presero il sentiero e camminando uno dopo l'altro trascinarono i pesanti cannoni fino a colle Miravalle, dove il fuoco li avrebbe fusi in un unico, potente strumento di pace. Lavorarono con impegno a lungo, riscaldati dal fuoco e dal loro grande desiderio. Ogni ora il metallo si faceva più denso, fino a divenire un liquido incandescente nel freddo di quella notte di primavera. Antonio raccolse tutto il metallo fuso in un grande stampo e i bambini, dopo aver gettato nello stampo cinque bellissimi fiori di campo, si addormentarono esausti. Quando ancora tutti i bambini e i loro asini grigi dormivano, Antonio controllò il loro operato e scoprì che fu cosa buona e ben fatta. Il metallo guerriero dei cannoni era stato sciolto e purificato per creare uno strumento in grado di sconfiggere tutte le armi della città: una bellissima campana magica, che avrebbe dovuto diffondere la pace ad ogni suo rintocco. E così fu.
La grande campana fu forgiata in quella stessa notte e al successivo albeggiare, fu posta sull'estremità del colle, dove s'imponeva maestosa sulla città guerriera. I cinque bambini e il loro custode si riunirono intorno alla grande campana, chiedendo che il suo rintocco divenisse strumento di pace, in grado di porre fine agli orrori della guerra. Le preghiere dei piccoli e di Antonio si raccolsero sotto la campana, rilasciando una forte energia.
Al tramonto, i piccoli asini grigi misero in moto il meccanismo della campana. Lentamente, il suo ondeggiare provocò il primo maestoso rintocco: dooooOOOOoooOOONNN! I bambini sorrisero, piansero e si abbracciarono in un grande girotondo e arrivò il secondo rintocco: dooooOOOOoooOOONNN! Ad ogni rintocco, si spegnevano i fuochi nella città guerriera, perché le armi si dissolvevano nel suono ritmato della grande campana: dooooOOOOoooOOONNN! La campana aveva ascoltato le loro preghiere, perché la città era ormai visibile e il fumo grigio degli spari già lontano nel vento della sera. Dopo l'ultimo rintocco, il piccolo gruppo scese nuovamente lungo il sentiero e raggiunse la città. C'era ancora tanto dolore, ma le battaglie, le armi e la polvere non esistevano più. Tutti gli accampamenti nemici si erano messi in viaggio, liberando gli antichi campi di frumento, di avena e di mais. Le donne facevano capolino fra le macerie e i soldati facevano ritorno alle loro case.
Da quella sera, ogni rintocco della grande campana portò nella città fiori, scuole, nuove case, ponti e strade, ma soprattutto la pace nel cuore di tutti i suoi abitanti.