Scrivere è sempre nascondere qualcosa, in modo che poi venga scoperto.

- Italo Calvino -

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11.5.15

La signora Vasca e i tre faggi

C'era una volta una Vasca da bagno in ghisa, smaltata di bianco ed esterno verniciato bianco latte. Aveva quattro zampe leonine in ottone lucido e se ne stava accucciata in un vecchio bagno piastrellato di verde. Sopra di lei, le piastrelle erano state dipinte e un grande bosco lussureggiante allietava gli ospiti della signora Vasca da bagno.
Gli ospiti erano diversi: un bambino rosa e piccolissimo, che entrava da lei in compagnia di un'anitra galleggiante. Una bambina dai boccoli di rame e dalla pelle bianca quanto lo smalto della signora Vasca. Un vecchio barbuto e bruno, pieno di rughe e pieno di motivi di cui lamentarsi. Una donna robusta che lavava se stessa e il bambino, oltre alla signora Vasca che, per questo, le era molto grata. Un bambino sempre sporco di terra, erba e patacche di marmellata rinsecchita. 
La signora Vasca era stanca e demotivata. Non le bastava più ascoltare le canzoni dei suoi ospiti, i monologhi che tenevano fingendo le situazioni più Assurde. Lei voleva andarsene. Una mattina mentre la donna robusta spazzava il pavimento realizzò un qualcosa di fenomenale: lei aveva i piedi. Subito stiracchiò le sue zampette in ottone, si pompò di coraggio e bolle e proclamò solennemente: io partirò! 
La signora Vasca si mise in viaggio e attraversò dapprima il corridoio, quindi le scale ed infine la strada. Era nel mondo. Davanti a lei una stradina portava a un bosco proprio come quello delle piastrelle! Si mise in cammino e per giorni vide alberi, salutò ruscelli, incontrò animali e ne portò qualcuno con sé. Una volpe dalla coda lunga e voluminosa fece un tratto di strada con lei e, con la scusa di guidarla verso il bosco delle piastrelle, scroccò un passaggio gratis al suo interno. 
Dopo giorni di cammino la signora Vasca era esausta e decise di fermarsi. Era giunta su una collina dove, tre imponenti alberi la fissavano ombrosi. Il primo, quello a sinistra, le guardava i piedi. Il secondo stava cantando e non sembrava non aver fatto caso a lei. Il terzo le chiese chi fosse. 
- Buongiorno, io sono Vasca, voi chi siete? - sussurrò timida.
- Noi siamo i tre Faggi - rispose il terzo - Che ci fai qui? - continuò.
- Sono partita per un viaggio, per trovare un bosco che era dipinto a casa mia e che mi sembrava bellissimo, poi una volpe...
- Non puoi stare qui. C'è spazio solo per noi. - Disse il primo Faggio, quello che le aveva guardato i piedi.
La Vasca guardò la collina: non era poi tanto piccola. Il primo Faggio sembrò capire i suoi pensieri e si fece minaccioso, gracchiando che non poteva restare in quel luogo e che senza un permesso avrebbe dovuto sloggiare. Lei guardò implorante gli altri due, ma uno se ne stava intento a cantare e l'altro distolse lo sguardo. La Vasca non sapeva dove andare. Si trovava in un luogo lontano da casa, c'era un'aria di pioggia e cominciava ad avere paura. Era sola. Decise di tornare un pochino indietro sul sentiero, forse nel bosco avrebbe trovato riparo. Iniziò a piovere e le venne da piangere, ma tirò su con il suo tubo/naso e trattenne le lacrime. Aveva voluto partire e doveva sapere che qualcosa poteva andare storto! Non poteva e non voleva piangere, lei era una vasca adulta. In quel momento, qualcosa di un azzurro indescrivibile brillò fra gli alberi. Ancora accecata da quel bagliore, quando riuscì a vedere qualcosa, non poté credere ai suoi rubinetti: era un Elfo dell'ordine stellare di Wlonc. Era bellissimo. Una figura snella e alta, indossava un abito azzurrissimo con rifinitura dorate e il suo incarnato perfetto sembrava risplendere nella notte. I suoi occhi erano ancora più azzurri dell'azzurro e davvero erano luminosi! La Vasca restò impietrita e l'Elfo la accarezzò, dicendo:
- Non temere amica. Qui nel bosco la vita è dura e i suoi abitanti temono ciò che non conoscono. Ecco perché non hanno saputo accoglierti. Ho qui il permesso per restare sulla collina, se è quello il posto che ti piace, potresti lavorare come abbeveratoio per i miei pony e avresti le serate libere per cacciare le stelle e i sogni. Cosa ne pensi? -
La Vasca non stava più nella sua vernice e accettò la proposta felice come una doccia all'aperto! Come il sapone che scivola sul pavimento, come le bolle che scappano nell'aria! Aveva un suo posto e aveva un lavoro. Poteva guadagnarsi da vivere e inseguire le sue passioni quando era libera. Dopo qualche tempo, persino i tre Faggi diventarono suoi amici e molti furono i pomeriggi trascorsi a chiacchierare delle grandi Domande con loro. Oggi la Vasca è ripartita per un nuovo viaggio e di lei si sono perse le tracce. Per ricordarla, i Pony eressero un monumento attorno al suo posto, che ancora oggi domina la collina dei tre Faggi.







30.4.15

La ballerina venuta dal cielo

Il vecchio Museo se ne stava chiuso già da un po', addormentato sotto la polvere dei lavori di restauro, sotto la neve di due inverni o più e sotto i pensieri della gente, che ormai l'aveva dimenticato. Qualche anno prima, infatti, la direttrice aveva deciso di rinnovare tutto il Museo: riverniciatura delle persiane, sostituzione dei coppi ammaccati, restauro degli affreschi, pulizia dei marmi, ecc. ecc. Da allora il Museo era stato chiuso.
La divina direttrice. La super direttrice. La sua parola era legge, persino il Sindaco non osava contraddirla. Il Rottweiler, così la chiamavano tutti segretamente, era una donna di mezza età, robusta e altera. Fitti capelli corvini le inquadravano il viso in un caschetto preciso e dei sottili occhiali dorati le incorniciavano gli occhi piccoli e vispi. Conosceva ogni tela e ogni altra opera del suo Museo o, più precisamente, conosceva tutte le opere del mondo! Vestiva sempre di nero e si avvolgeva in grandi sciarpe di tessuti pregiati dai colori intensi, che venivano da mondi lontani. Si portava sempre appresso una borsona a tracolla piena di documenti segretissimi e non parlava mai con nessuno. Impartiva ordini, a tutti.  
Fra i suoi collaboratori, la sua esile segretaria era quella che più doveva sopportare, capire, eseguire e correre di qua e di là per fare, in fretta e furia, tutto ciò che il Rottweiler abbaiava di fare. Emhhhh! Non abbaiava, diceva! Lucina era sottile come un insetto stecco, un viso lungo e lisci capelli color castagna. La sua figura snella sembrava fatta apposta per scattare agli ordini della direttrice e il suo temperamento delicato e paziente era il solo che potesse sopportare lo sbraitare asciutto e severo della direttrice. Quando veniva ripresa per qualcosa (e questo includeva ritardi di un solo minuto, dimenticanze della stessa direttrice e altre cose assurde) Lucina arrossiva, abbassando lo sguardo a terra, sistemandosi i capelli dietro le orecchie e aggiungendo infine: "Mi scusi signora, non accadrà mai più". 
Un giorno, mentre sul cantiere regnava il gelo più assoluto per la visita del Rottweiler seguita a ruota da Lucina, si presentò per un colloquio un tale che cercava lavoro. In realtà non si stava cercando proprio nessuno e questa comparsata infastidì molto la direttrice, seccata dall'interruzione così inopportuna di Lucina che l'avvisava di questo tizio. 
- Chi diavolo è? Sai bene che non avevo appuntamenti in agenda, dammi quindi una buona ragione per cui dovrei incontrare questo arrivista
Arrivista. Ora, signori bambini, arrivista è sicuramente una parola difficile e qui usata senza motivo. 

> Un arrivista è colui che venderebbe la propria mamma per raggiungere il successo e i suoi obiettivi, una persona che vede nella propria realizzazione e nella propria felicità la sua unica ragione di vita. Un arrivista è in realtà una persona molto sola. Abbiatene compassione, signori bambini e scusate l'interruzione. <

- Signora mi scusi, l'arrivista, ehm, volevo dire, il signore che è venuto per incontrarla dice di chiamarsi Gianni.
- Lucina sono perplessa e inorridisco davanti al tuo pressapochismo. Come puoi essere così poco precisa nel presentarmi un inutile arrivista che viene a disturbarmi?? Come potrei mai sapere chi sia un Gianni senza un cognome? Per tutte le cornici, tutti hanno un cognome! Qual è il suo?!
- Si signora, mi scusi. Ecco, il cognome di questo Sig. Gianni è... - Lucina non sapeva come pronunciare quel nome, senza scatenare l'ira del Rottweiler - Ecco, dice di chiamarsi Sig. Arlecchino!
- Fallo entrare.
- Scusi?
- Sei sorda? Fal-lo en-tra-re - abbaiò il Rottweiler scandendo ogni sillaba.
Il Sig. Gianni Arlecchino era un individuo strano. Portava un berretto nero, stretti jeans un po' strappati e una giacca a quadretti color verde-bruco e bordeaux-scialle-della-nonna. Aveva uno strano modo di camminare, come se molleggiasse e una parlata beffarda, sorniona che sembrava prendere in giro chiunque. Lucina arrossì, abbassò lo sguardo e sistemò le ciocche di capelli fuggiasche dietro le orecchie, facendo strada a quel signore fino all'ufficio della direttrice. Lo lasciò sulla porta e lei gli disse di entrare. Nessuno seppe mai cosa si dissero.
Il giorno seguente, il cantiere attaccò a sbuffare di mattina presto. Arlecchino si presentò alle 10, con stuzzicadenti in bocca e un libro con mille orecchie in una delle tasche sformate della giacca. Era un manuale di vita, così lo definì lui. Gli altri leggevano soltanto "POESIE" di chi, non se ne interessò nessuno. Arlecchino svolazzava qua e là per il cantiere, appiccicando nastri colorati con del biadesivo e canticchiando, scattava fotografie con il suo telefonino, prendeva misure con un metro-scimmia estendibile e sorrideva compiaciuto. Un giorno si presentò con un soffiatore, a cui fissò un sacchetto di coriandoli bianchi e ridacchiando ne gettò ovunque.
I giorni trascorsero, la neve si sciolse, l'erba crebbe e poi seccò. Le foglie caddero stanche e fragili, cullate da un vento sempre più sottile e pungente. La neve coprì ancora ogni cosa e infine, l'erba tornò perché questo era il volere del Tempo.
La fine dell'inverno segnò una svolta decisiva nei lavori al cantiere del Museo. I giornali e le tv si accalcarono ai cancelli per rubare un'intervista o una semplice abbaiata alla direttrice, ma questa escogitò un percorso alternativo, nessuno seppe mai quale, per entrare nel Museo senza essere disturbata da microfoni e fotocamere indiscrete. La riapertura del Museo era vicina. La direttrice era sempre più nervosa, aveva rimproveri per tutti. Tranne uno. Cominciarono ad arrivare grandi casse bianche, trasportate su furgoni blindati. Una sfilata di cubi che se ne andavano dalla piazza fino alle porte del Museo, in un lento susseguirsi di passi. Erano le opere che tornavano a casa. Dentro alle casse, i quadri non stavano più nelle loro cornici! Finalmente a casa, finalmente ancora nelle sale, ben illuminate, ma soprattutto, ammirate. Che bello era avere tutti quegli occhi addosso! L'emozione più bella dopo quella provata quando vennero disegnate, scolpite, spennellate e rifinite dai loro padri: gli artisti. Tutti quegli occhi lì per loro, ancora una volta. Che gran festa per il Museo! E così doveva essere, Una grande festa per celebrare la riapertura, il risveglio del Museo dopo anni di sonno profondo. Nessuno però immaginava che la festa potesse essere così. Né che qualcosa di straordinario potesse accadere proprio in città...

Il giorno della riapertura cadde in una tiepida giornata di Aprile. Gli alberi della piazza erano carichi di foglie, l'aria tiepida portava con sé profumi di pane, dal forno in fondo alla strada, di pasticcini fragranti e anche un aroma intenso di caffè, quello del bar sull'angolo. Il Sig. Ortivivi aveva esposto le sue piante più belle fuori dal suo negozio di fiori e le gallerie d'arte avevano preparato stuzzichini per tutti i curiosi. La via era bella, viva, piena di musica e parole. La gente cominciò ad arrivare da ogni direzione: bambini, famiglie, nonni e maestre dagli occhiali a farfalla, giovani coppie ingenuamente innamorate, appassionati, giornalisti, fotografi e passanti. Tutti gli occhi erano puntati sulla facciata ripulita del Museo, dove spiccava il grande orologio. Nel cortile d'ingresso, impettiti, se ne stavano il Sindaco, il Rottweiler e altre personalità pompose e irrigidite nelle loro uniformi, divenute un po' troppo strette. Una musica attirò l'attenzione e tutti restarono in silenzio, da una finestra apparve lui: Arlecchino. Aveva un bellissimo costume e una maschera scura gli copriva il viso. Accoglieva la gente e invitava tutti nella Casa dei Quadri urlando in un megafono! Le altre finestre si aprirono e come giocolieri, altri arlecchini si calarono con le corde colorate, continuando a muoversi come marionette. Era come assistere a un grande spettacolo di burattini. Gli occhi erano sgranati e ad ogni azione le bocche si spalancavano di stupore. A un tratto, una foresta di grandissimi palloncini si alzò davanti alla facciata, danzando su e giu a ritmo di musica. Una bellissima melodia di archi a scandire il loro lento e fluido movimento. Era quasi il momento del grande spettacolo, quello che aveva stupito e convinto il Rottweiler quando Arlecchino si era presentato per proporle di seguire l'organizzazione della festa. Ma mentre tutti godevano dello spettacolo, all'interno del Museo qualcosa non stava funzionando...

- Come sarebbe, si è rotta una caviglia?? I-m-p-o-s-s-i-b-i-l-e! - ruggì la direttrice.
- Signora, vede, il suo numero era in effetti molto pericoloso e sembra che nella prima fase di vol..
- Non è possibile! Non qui! Devi aggiustarle la caviglia!
Lucina azzardò una risposta, ma il Rottweiler divenne una furia. Non poteva controllarsi e tanta rabbia era dovuta al non sapere come risolvere quella situazione. Arlecchino aveva puntato tutto su quel numero, avrebbe lasciato tutti di stucco: altro che sala delle statue! Ma ora l'artista che avrebbe dovuto interpretare il ruolo principale se ne stava sdraiata e sdolorante in attesa dell'ambulanza. Arlecchino era tranquillo e quando, nel trambusto generale, fischiò con decisione tutti si voltarono ammutoliti.
- Non c'è nessun problema - proferì ancora con la maschera sul volto.
Si avvicinò a Lucina, le prese la mano e con un inchino la baciò. Quella divenne paonazza e il rossore giunse fino alle orecchie dove, inutilmente, cercava di far restare le sue solite ciocche di capelli castani.
- Sarai tu la ballerina. - Disse la maschera.
Nessuno aggiunse niente. Nessuno.
Così, nel cortile, senza che nessuno si potesse accorgere di nulla, lo spettacolo continuò. Quando gli artisti vestiti da bianche statue di marmo si aggrapparono alla cancellata del Museo e quando la musica si fece più intensa, tutti sollevarono lo sguardo perché un grande, grandissimo grappolo di palloncini bianchi volava sui tetti delle case vecchie sorreggendo la figura esile di una ballerina. Le braccia sottili della figura disegnavano danze nel cielo nero. Leggera giunse sopra la cancellata e salutò il suo Arlecchino, davanti agli occhi increduli della città meravigliata. Una notte di stelle chiuse il sipario sul cielo e aprì le porte del Museo... Ogni opera risplendeva nella sua cornice, grazie ai colori ritrovati, ogni sala profumava di nuovo e una bella luce illuminava tutto come mai prima. I ritratti ordinati osservavano i primi visitatori curiosi, dai loro scranni preziosi e bellissime Madonne rivolgevano i loro dolci sorrisi ai più attenti. Una fiumana di gente, passi e occhi invase ogni sala, osservò ogni cambiamento e apprezzò ogni lavoro. Lo spettacolo era compiuto. In una notte di Primavera, il Museo era tornato alla sua città, alla sua gente. La casa dei quadri era stata riaperta per accogliere tutti i visitatori, invitandoli a scrutare nelle tele, a scoprirne i segreti creando quel dialogo nel tempo che lega ogni pittore ai suoi spettatori di ora e di sempre. Signori bambini, riapre il Museo, che la magia abbia inizio.

Che ne sarà stato dei nostri amici? Beh, Arlecchino se ne ripartì subito con il suo fagotto e con il suo libro di POESIA, verso chissà quale meta seguendo chissà quale rotta. Il Rottweiler divenne ancora più potente e influente in città, ma non si sa bene per quale motivo, iniziò persino a rivolgere qualche saluto e qualche parola alla gente, evitando, ma solo a volte, di abbaiargli contro. E Lucina? Potremmo pensare che sia partita con il romantico Arlecchino? Oppure che sia rimasta al suo posto, accanto alla magnifica direttrice? O ancora, che sia diventata una famosa ballerina?
Signori Bambini, la storia non ha fine, ma accende una nuova storia. A voi la scelta.


27.11.14

I sogni di Agostino - La buca degli angeli

Dopo la scuola, Agostino si avviò verso casa da solo, mangiucchiando qualche fetta di mela essiccata. Era l'unica frutta che riuscisse a mangiare. Mentre camminava con un piede davanti all'altro lungo il filare di pioppi che lo conduceva al borgo, qualcosa distrasse i suoi pensieri. C'era una figura rossa che attraversava i campi di granoturco. Era uno svolazzare nel vento del pomeriggio, un movimento fluido e regolare, non troppo veloce. Sgranando gli occhi, Agostino riconobbe lei: Alice. Ora, un bambino della sua età non avrebbe MAI potuto ammettere nemmeno a se stesso di avere un debole per una femmina. Le femmine sono fiocchi e stupidaggini, passano il tempo a ridacchiare in gruppo e Agostino proprio non le capiva. Però lei era strana, aveva qualcosa che le altre bambine non avevano. Però i maschi si interessavano di lucertole e rane, biciclette e motori, battaglie e fortini. Mica di femmine. Stava correndo verso il borgo, ma non stava sulla strada, lei attraversava il campo. Ogni tanto si fermava, chissà a fare cosa. Era tutto intento a guardarla, che non si accorse di aver lasciato la strada e aver preso a camminare sulla terra morbida e riversa del campo. La osservava: aveva una mantellina rossa, una di quelle che non se ne vedono più in giro. Portava dei calzoncini corti in jeans e delle scarpe da ginnastica di tela. Una camicia bianca con dei piccolissimi fiori rossi annodata sul ventre, i capelli biondi spettinati, raccolti in una coda che ne lasciava scappare la maggior parte sul viso. Era bella. Molto bella. Alice. Forse avrebbe potuto fare una corsa e raggiungerla, ma si! Avrebbero fatto insieme la strada verso casaaaaaaaaaahhhhhhhhhh!!! Dove era finito? Agostino si tocco la testa, le braccia. Era tutto intero. Si guardò intorno e non vide nulla. Buio. Lo prese il panico, forse era finito in un pozzo, ma in quel momento alzò lo sguardo e una luce rassicurante gli colpì gli occhi, costretti a chiudersi per riabituarsi a quell'energia positiva. Quando li riaprì, un cielo turchino lo sovrastava e delle grosse, spumose nuvole bianche come panna attraversavano quello cerchio di cielo che riusciva a scorgere. Era come se fosse caduto in una buca, la cui cima era ornata da un'elegantissima balaustra di marmo bianco, con decori scuri e intagli raffinati. Sforzandosi di vedere meglio, notò che su quella balconata circolare c'era qualcuno. Agostino guardò meglio, ma gli occhi non lo tradivano: sul bordo del balcone, un pavone se ne stava appollaiato tranquillamente, mentre dei bambini gli ridacchiavano attorno, facendo capolino fra i marmi lucidi e lisci. Notò soltanto in un secondo momento che quei bambini erano nudi e... avevano le ali! Erano angioletti giocherelloni, ma con loro c'era anche una donna. Era bellissima. Portava i capelli raccolti sulla nuca, proprio come la principessa del drago e il suo sorriso delicato sembrava irradiare tutta la luce che giungeva fino a lui, in fondo alla buca. Attorno a lei, c'erano le sue damigelle che ridevano scioccamente. Le stava accanto una donna nera e impassibile, che sembrava proteggerla da qualsiasi cosa le fosse intorno. Ad un tratto, la dama gettò lo sguardo su Agostino, che arrossì senza motivo e abbassò la testa nel buio. La dama sembrò preoccuparsi molto e prese a strattonare la donna al suo fianco che, senza scomporsi, scomparve e ricomparì con una corda che calò nella buca. Agostino vi si aggrappò e si sentì trascinare dolcemente verso l'alto, verso la luce. Aprì gli occhi e vide suo padre che lo fissava preoccupato, attorniato da un sacco di altra gente. Gli spiegarono che era inciampato in un vecchio pioppo caduto la notte precedente, a causa del forte vento, e che probabilmente aveva picchiato la testa e perso i sensi. Già. Ma era già la seconda volta quel giorno...
Il suo babbo lo prese per mano e lo riaccompagnò a casa. Mentre camminavano, la mente del babbo si affollò di pensieri... chissà se lo stava crescendo bene, se avesse tutto quello di cui aveva bisogno. L'affetto della sua mamma sicuramente gli mancava e lui non poteva proprio farci nulla. Agostino, come se leggesse i suoi pensieri, lo guardò e gli disse: - Ti voglio bene papà - .

17.3.14

I sogni di Agostino - La mamma e il lanciatore di coltelli

In un paesino disperso fra le dolci colline toscane, abitava Agostino, un bambino di 8 anni vivace e con due grandi occhi verdi che spiccavano sul suo incarnato bruno e olivastro. Il suo papà lavorava come sagrestano nella Parrocchiale del paesino e si occupava anche delle altre 6 chiese, delle 15 cappelline e delle stazioni decorate delle due vie-crucis che il comune di nemmeno 1000 anime vantava. Ovviamente c'era poi il santuario. La mamma di Agostino, invece, era partita già da qualche anno per inseguire il suo sogno: diventare la donna del lanciatore di coltelli, per provare quell'ebrezza adrenalinica che solo la paura può garantire. Le chiacchiere in paese raccontavano altro, ma questa è un'altra storia. Dopo la partenza di Ortensia, questo era il nome della mamma, il papà di Agostino dovette rinunciare al suo sogno e cercare di guadagnarsi da vivere per permettere a lui e al bambino di avere un'esistenza dignitosa. Questo però non era sufficiente per quell'omino laborioso e instancabile, perché in cuor suo restava un desiderio grande: far studiare il suo figliolo e garantirgli un avvenire roseo e di successo, quello che lui non aveva potuto nemmeno rincorrere. La Ortensia gli rubò il cuore quando ancora erano due ragazzini e l'annuncio dell'arrivo di Agostino affrettò i preparativi delle nozze di quei due bambinetti o poco più. Gia' allora la sua attività di pittore passò in secondo piano, perché era necessario un lavoro più redditizio per mantenere la nuova famigliola e così il babbo iniziò a lavorare nella fabbrica di guanti di pelle giù in città. Ogni mattina se ne partiva con la sua bicicletta un po' scassata, con lo zaino in spalla, dove custodiva il suo pranzo e uno dei suoi quaderni per fissare uno dei fiori del cortile, un passero attratto dalle briciole del suo panino o qualsiasi altra scena che colpendo il suo sguardo, avesse potuto tracciare a colpi di carboncino. Il lavoro era pesante, ma non si lamentava mai e quando tornava a casa, aveva sempre un sorriso per la sua Ortensia e energie per i giochi con il suo Agostino. Quando lei se ne andò, la casa e il bambino necessitavano la sua presenza e il lavoro in città lo teneva via troppo tempo. Così, liberatosi il posto di sagrestano, lo accettò con umiltà e riconoscenza. Le sue mansioni erano le più svariate: spazzare, lustrare, raccogliere le offerte, allestire la chiesa a festa, disallestire la chiesa, parare a lutto, portar fiori e ciotole da una cappella all'altra, contar particole, suonar le campane, riporre i lumini, cantare alla Messa ecc... C'era sempre da fare, ma ogni tanto, nella tranquillità delle prime ore della mattina, quando ancora la notte non se n'era andata del tutto, c'era una cosa che il sagrestano amava del suo lavoro. A quell'ora, quando fuori ancora era buio, si concedeva un piccolo lusso che il prevosto non avrebbe mai approvato: sgattaiolando in sagrestia, dal pannello elettrico accendeva le sole luci che illuminavano le grandi pale d'altare, solo quelle, lasciando nel buio completo il resto della Parrocchiale. Tornando in chiesa lo spettacolo era maestoso: le grandi e imponenti tavole dei maestri del '400 risplendevano sotto la luce che ne valorizzava la perfezione e l'uso sapiente del colore. Che delizia per gli occhi di quel povero pittore mancato! Grandi opere tutte per lui. Ogni tanto, quando il parroco era via per qualche pellegrinaggio o in città per le visite in Curia, anche Agostino era invitato a quello spettacolo privato. Lo andava a svegliare da quel suo sonno sereno, quello che solo i bambini possono dormire, per poi caricarselo sulle spalle ancora mezzo addormentato e portalo in chiesa, dove gli svelava i segreti della prospettiva, delle sfumature o i significati delle allegorie. Agostino non ci capiva un granché e non capiva come mai si dovesse andare tanto presto a vedere quelle pitture che se ne stavano tutto il giorno appese al loro posto, senza muovere un passo.

2.4.13

L'oca e la capra della collina

Era la domenica sera il momento che Cloè adorava. In quella serata, tutta la famiglia si riuniva nella grande casa sulla collina, dalla nonna. Si partiva nel tardo pomeriggio, in quelle prime lunghe giornate di aprile, con il sole che, ormai stanco dopo una giornata a risplendere, salutava la città e i suoi boschi ancora umidi nel loro fitto fogliame. Cloè osservava i rossi e gli arancioni di quei pomeriggi e li riportava in grandi macchie colorate sul sul quadernetto rivestito in pelle, un regalo della nonna, anch'essa amante della pittura e del disegno.
Ogni domenica sera, si preparava una grande e festosa cena, a cui tutti contribuivano con un piatto gustoso, nuovo, ma anche legato ai sapori di quella terra così ricca. Cloè aspettava però il momento del dopo cena, dopo il dolce, dopo il caffè e persino dopo i sigari dei grandi. Solo a quel punto la nonna sedeva sulla grande poltrona imbottita, davanti al camino e solo allora, togliendo lentamente gli occhiali, raccontava una delle sue splendide storie...
Su quale collina abitano i nostri amici?
www.artesilva.it 

C'era una volta, nel campo in fondo alla strada della collina, un fattore che possedeva un piccolo pollaio, un cavallo, due cani, una capra e un'oca. Il fattore ogni giorno lavorava il suo campo e accudiva le sue bestie, senza chiedersi il perché o il per come, ma semplicemente sudando sette camicie e guadagnado così il pane per sè e per la sua famiglia. Ogni giorno, di ogni settimana, di ogni mese, di ogni anno. Non c'era riposo, se non la domenica mattina quando, vestito della festa, il fattore accompagnato dalla sua famiglia raggiungeva il villaggio per la messa prima.
In realtà, il piccolo mondo del campo in fondo alla strada della collina era molto più complesso di quanto immaginasse il suo proprietario. Il fattore non sapeva e non poteva sapere tante cose dei suoi animali. Le galline, benchè piuttosto ottuse e poco brillanti, la facevano da padrone, se non altro perché maggiori di numero. Il cavallo, bonario e gran lavoratore, non faceva altro che asserire, per evitare discussioni e problemi. I due cani  bighellonavano qua e là, senza occuparsi della gestione o dei diritti propri e dei loro compagni di campo. Infine, c'erano la capra e l'oca, gli individui più strani e più sfuggenti di tutta la fattoria. Persino la moglie del fattore risultava essere meno complicata di quei due. La capra aveva un caratteraccio burbero e chiuso, tanto da mal sopportare la compagnia degli altri. L'oca era indecisa, combattuta fra quella parentela labile che sembrava legarla alle galline e i suoi principi, che cozzavano con le idee senza capo né coda delle lontane cugine. I due non si piacevano e cercavano di evitarsi, rispettando un reciproco e condiviso silenzio.
Successe un giorno che il fattore, senza nemmeno volerlo, cambiò inesorabilmente le sorti di quei due. Quel giorno, il fattore si presentò di buon ora alla fattoria, con un lungo tubo in plastica e un misterioso e profumato sacco, che attirò tutte le galline e, in maniera meno evidente e chiassosa, anche l'oca. La capra osservava da lontano. Il fattore si sedette e scrollando il sacco per agitare ancor più le sue fameliche amiche, ottenne ciò che voleva: l'oca lo avvicinò abbastanza da poterla afferrare per il collo. La capra ebbe un sussulto. L'oca prese a dimenarsi, starnazzando all'impazzata fra la fuga generale di tutte le galline e l'abbaiar dei cani. Preso il tubo, il fattore cercò a più riprese di infilare quest'ultimo nel becco dell'oca. Impresa ardua, visti i convulsi movimenti dell'oca spaventata. La capra raspava a terra. Il fattore non si dava per vinto e continuava con i suoi tentativi: portare a termine quel compito gli avrebbe garantito il doppio dei guadagni che l'oca gli avrebbe dato con le sole sue carni. Infine, il tubo passò il becco e si conficcò nel lungo collo dell'oca, facendole assunmere un'innaturale postura rigida e soffocante. Gli occhi dell'oca arrossati per lo sforzo incontrarono quelli della capra. Questa non perse un attimo e caricando si scagliò sul fattore, facendo ruzzolare via il suo seggiolino e provocandogli un forte dolore al fondoschiena, dove andò a conficcare le sue piccole corna aguzze. Alzandosi, il fattore estrasse involontariamente il tubo dalla gola dell'oca, permettendo a quest'ultima di fuggire lontano, accompagnata dalla sua nuova compagna di avventura, la capra. Il fattore cercò in vano di raggiungerle, ma dolorante com'era non poteva certo credere di prenderle.
Le due compagne corsero e corsero, fino a incrociare sul loro cammino di fuga e salvezza una bimba con le trecce che non esitò ad aprire il cancello del suo giardino, facendo entrare le due bestiole. Da allora, capra e oca non si lasciarono mai più: non c'era angolo del giardino della bimba con le trecce in cui non apparissero insieme, una al fianco dell'altra. In un apparente silenzio, se ne stavano per ore a crogiolarsi al sole o a rinfrescarsi nelle lunghe e tiepide notti d'estate. Se sarete fortunati, anche a voi capiterà di vederle.... basta salire sulla collina più vecchia della città*....




* - La mia città è Bergamo e fra i suoi colli, uno è conosciuto per la sua vecchiaia :) Proprio lì potrà capitarvi di trovare le due bestie di questa storia.

11.3.13

Il Gran Ballo e le cipolle candite


C'era una volta, nella cucina ordinata di un grandioso palazzo, un piccolo cassetto, in cui venivano riposti gli attrezzi che si usavano meno.
Nella cucina c'era sempre un gran fermento. Gli chef, con i loro grandi e gonfi cappelli candidi si muovevano veloci e sicuri tra fiamme, pentoloni, griglie e piastre, verdure e lame, carni e sapori esotici, venuti da lontano sui grandi bastimenti attraccati al porto la mattina di buon'ora. Le merci arrivavano appunto ogni mattina dal porto, gli incaricati della brigata di cucina controllavano gli ordini del Grande Chef e accettavano i prodotti, dopo essersi accertati della loro qualità e dell'assoluta freschezza di ogni materia prima. Nessun pesce che non fosse stato pescato durante la notte precedente, nessuna verdura che non fosse arrivata la stessa mattina, nessuna spezia che avesse perduto il suo aroma intenso e spiccato, queste erano le regole. Ogni strumento era ordinato con cura e alla fine di ogni servizio, tutto veniva pazientemente lavato, asciugato e riposto nello spazio dedicato. Ognuno aveva il suo compito e il suo ruolo; nella cucina regnava una ferrea disciplina diretta dal Grande Chef. Nessuno osava contraddirlo o disobbedirlo. Il Grande Chef lavorava nel ristorante da sempre, non c'erano altri che fossero lì da più tempo. Nessun altro, se non Javier il lavapiatti, ma di lui non si curava pressoché nessuno.
Ma torniamo al cassetto degli attrezzi poco usati, perché lì, dimenticato fra cianfrusaglie e ciarpame di vario tipo, si nasconde il protagonista di questa storia. In ogni cucina esiste un cassetto un po' in disordine, in cui alla rinfusa, si chiudono tutte quelle cose che non servono o magari troppo vecchie o semplicemente dimenticate e seppellite sotto tutto il resto. Nella cucina del Grande Chef, il cassetto del disordine si trovava in un angolino, vicino alla plonge*, dove tutti evitavano di passare, se non perché costretti da una punizione del Grande Chef. La nostra storia guarda proprio in quell'angolino e in particolare in quel cassetto, sotto a vecchi trinciapolli arrugginiti, coltellacci non più affilati, cucchiai in legno bruciacchiati, tappi in sughero dimenticati, mestoli ammaccati e schiumarole piegate. Un cassetto di cui non si curava pressoché nessuno. Nessuno, se non Javier.
Una mattina di Primavera, nel palazzo iniziarono i preparativi per il Gran Ballo, l'evento più importante di tutto l'anno, a cui partecipavano dame e cavalieri da ogni luogo del mondo conosciuto. Servivano settimane prima che tutto fosse pronto: i tappeti andavano sbattuti, lavati e fatti asciugare, l'argenteria doveva essere lucidata, tutte le candele sostituite, i pavimenti ramazzati, le maniglie e i corrimano in ottone lustrati, i vetri puliti... e tanto altro ancora. Immaginate una grande casa in subbuglio, con cameriere e maggiordomi affaccendati qua e là, i giardinieri al lavoro e gli stallieri altrettanto. Ovviamente, in cucina non si stava in panciolle. Carichi, ordini e pulizie per preparare tutto in ordine e pronto per il grande evento. In queste occasioni, il Grande Chef si irrigidiva ancor di più, tanto che i suoi sottoposti ne erano letteralmente terrorizzati. Non erano ammessi errori.
Alla vigilia del Gran Ballo, accadde però quello che noi tutti definiamo come imprevisto, sfuggevole al comando persino del Grande Chef. Tre dei suoi migliori aiuti si beccarono il potentissimo virus influenzale che li costrinse a letto con febbre, dolori vari e altri disagi. Non c'era più tempo di preparare qualcuno per coprire i loro ruoli e non c'era tempo per preparare tutto. Il giorno del ballo, il Grande Chef si presentò in cucina prestissimo, prima di tutti gli altri, così che quando i primi si presentarono alla porta della cucina, trovando la stufa già accesa, presagirono il peggio... e così fu. Rabelais, questo era il nome del Grande Chef, diede su tutte le furie: lanciò dei tegami per terra, scagliò delle patate sul muro e con un fiume di parole travolse i poveretti che si erano semplicemente presentati al solito orario. Intanto, in fondo, alla plonge, Javier lavorava in silenzio, da prima che chiunque mettesse piede in cucina. Mezzogiorno arrivò in fretta e anche se Rabelais era organizzatissimo, sapeva bene che il banchetto della sera incombeva su di lui e sulla sua cucina e non avrebbe mai potuto garantire il pantagruelico menù senza i suoi tre migliori aiuti (che furono licenziati in tronco lo stesso giorno...). Il sudore imperlinava la sua fronte, mescolandosi con i suoi pensieri, le sue mani si muovevano con precisa velocità, ma non c'era tempo. Tutti lavoravano in silenzio assoluto, soltanto lo sbuffare del pentolame e il crepitio del fuoco, accompagnato dall'acciottolio delle stoviglie rompevano quel rigido e gelido clima di lavoro. Finito il servizio del pranzo, tutto doveva ruotare attorno al banchetto serale. Rabelais aveva gli occhi arrossati, le labbra tirate e i muscoli del collo in una tensione massima. Alla minima imprecisione, si scagliava contro il malcapitato, con offese, grida in un affanno di rabbia e disperazione. Le 16. Non c'era tempo, non più. Con ormai un filo di voce, Rabelais prese a ragguardire uno degli sguatteri, un ragazzino esile quanto una gamba di sedano, perché aveva gettato della scorzetta d'arancia senza sapere che sarebbe servita come guarnizione di un piatto. Ogni disattenzione rappresentava una consistente perdita di tempo per tutta la brigata. Javier continuava, a capo chino, il suo lavoro.
Le 18. Ormai era questione di una manciata di ore. Proprio allo scoccare delle sei, Rabelais chiese all'entremetier** di portare la teglia con le cipolle da candire in forno. Il poveretto dapprima arrossì, poi paonazzo si guardò attorno in cerca di aiuto nei suoi compagni, infine scoppiò in un pianto soffocato dai singhiozzi e Rabelais riuscì ad intendere "dimenticato", in una serie di "mi scusi" e "sono desolato". Inutile dire che Rabelais perse le staffe. Raccolse tutta la voce rimasta nella sua gola per accanirsi sull'uomo, sul suo aiutante e con essi, tutti gli altri, non risparmiò proprio nessuno, quando una voce lo sovrastò. Un silenzio pesantissimo si raccolse attorno a quell'angolo della cucina che nessuno mai osservava dove, assorto nel suo lavoro, Javier aveva osato rispondere a Rabelais. Quest'ultimo verde di rabbia, inspiegabilmente restò in silenzio. Fu allora che Javier, senza nessuna inutile furia, prese il controllo di tutto e con estrema calma rimise tutti al lavoro. Prima di fare ciò, mandò l'aiuto dell'entremetier a prendere le casse di cipolle da candire, ancora riposte nel magazzino e chiese all'o stesso entremetier di prendere dal cassetto del disordine i piccoli coltelli dal manico rosso. Imbarazzato, l'uomo raggiunse il cassetto e quando vide lo strumento comandato, non seppe di che farsene, guardando sbigottito il nuovo capo. Javier ne prese uno e, con una manualità impressionante, prese a sbucciare le cipolle con tale rapidità che tutti, Rabelais compreso, rimasero di stucco. Così, dopo aver impartito gli ordini agli altri chef-de-partie***, raccolse tutti gli sguatteri e mostrato loro come fare, riuscì a far sbucciare e affettare tutte le cipolle, infornandole poco in ritardo rispetto alla tabella di marcia. Javier aveva risolto la situazione, con calma e pazienza. Il banchetto fu un successo e mentre le portate uscivano in sala perfette, la brigata di cucina gli si fece intorno e togliendo gli alti cappelli bianchi, presero a battere le mani. Tutti. Tranne uno, Rabelais che in un angolo sfogò il suo sconforto in un pianto a dirotto. Javier gli si avvicinò e posando una mano sulla sua spalla, lo invitò al centro. In fondo era stato lui a organizzare tutto per la festa. I complimenti fioccarono anche da parte di tutti gli ospiti e anche i padroni, che mai si erano scomposti in un complimento, già dopo le prime portate, affidarono agli chef-de-rang**** i loro omaggi per il Grande Chef. A questo punto però, chi era il Grande Chef?
La cucina era acefala, Rabelais si sentiva così deluso dal suo fallimento che quando Javier gli si avvicinò, gli consegnò il suo cappello stellato, che venne prontamente rifiutato. I due si guardarono negli occhi e Javier gli disse che non doveva sentirsi abbattuto, ma che la squadra era fatta per non crollare e lui aveva solo fatto ciò che sapeva fare, ma riconosceva in lui il genio creativo di sempre. Rabelais rimase esterrefatto e per la prima volta, sorrise a quell'uomo così umile e pieno di risorse. In vano offrì a Javier il posto come sous-chef, perché lui sempre lo rifiutò, ma in cucina, da quella sera, regnò un'armonia mai avuta. Rabelais si dimostrava più paziente e comprensivo con i suoi sottoposti e scrutava il loro lavoro, anche nei reparti più indegni, perché il talento poteva nascondersi ovunque. Inoltre, imparò anch'egli a riconoscere la bravura dei suoi aiutanti e non soltanto gli errori.
Resta ancora un mistero da svelare, anzi due. Il piccolo coltello dal manico rosso, così a lungo dimenticato... che magie nascondeva nella sua lama? Un vecchio ambulante aveva lasciato una partita di quei coltelli in omaggio a seguito di un acquisto considerevole di merce, ma nessuno ci aveva mai dato importanza. Mai nessuno tranne Javier. Per le sue dimensioni ridicole, il coltello prese il nome di spelucchino e da quella serata nel grande palazzo, divenne un aiuto fondamentale in cucina... E l'altro mistero? Chi era Javier? Dove aveva imparato a dirigere la brigata? Come sapeva riconoscere l'uso di uno strumento mai visto? Perché non accettò mai un posto migliore di quello da plongeur? Ma queste sono domande che raccontano un'altra storia...

Parole nuove dal Francese:
* Lavaggio
** Addetto alla preparazione di verdure, legumi e uova
*** Capo partita
**** Responsabili di sala


15.11.12

Mela. La bambina-ape

In molti hanno immaginato un mondo futuro, pieno di teconologia e comodità. Che mondo potrebbe immaginare una bambina con poteri immensi, ma inspiegabilmente sola? Mela immagina il suo Microcosmo, come nelle lezioni di Microcosmatica dell'illustrissimo e illuminatissimo regio maestro Mondo... e senza saperlo, crea un'epoca, un modo di vivere, che noi conosciamo molto bene.

C'era un volta nel paese di Nonso, una piccola bambina-ape. Non vestiva altro che il suo costume da ape, quello che ogni altra bambina avrebbe indossato il giorno di Carnevale o di Halloween. Mela era così orgogliosa del suo vestito che portava sempre e solo quello, nonostante il suo armadio rosa, con stelle brillantinate appiccicate sulle ante, contenesse molti altri capi: maglioncini colorati, con pois e bottoni multi.-forma, pantaloni in velluto, gonnelline e camicette.
A scuola nel paese di Nonso si studiavano le materie più interessanti del mondo: Tortologia e creme, Microcosmatica, Fiabe, Storia della Giocoleria, Incanto e Trucchi, Principi di Addomesticamento (nella cura e nella crescita di draghi, fenici e altri animali). Mela era bravissima in tutto, tutte le materie eerano per lei preferite e favolose, perchè, semplicemente, le piaceva andare a scuola. Questa sua predisposizione le creava non pochi grattacapi: Milla, la sua vicina di casa, era invidiosa del suo talento e per vendicare la sua rabbia, la prendeva in giro per il suo "ridicolo e consunto straccetto", riferendosi al suo costume da ape. Milla era molto popolare a scuola, quindi la sua cerchia sosteneva il rancore e le cattiverie della beniamina contro la piccola Mela che, nonostante non nutrisse alcun desiderio di legare con la smorfiosissima Milla, era pur sempre costretta alla solitudine. A dire la verità non sembrava molto turbata dalla sua condizione, anzi, il suo essere solitario e introverso ben si adattava al silenzio e ai luoghi appartati e lontani dalle folle. Poteva pensare, immaginare e questo non aveva confronti. Qualche volta, durante l'intervallo Mela si arrampicava in cima all'albero di Marmellata e sognava ad occhi aperti, immaginando un mondo in cui la gente volava su strane scatole di metallo, andava a comprare il cibo in luoghi assordanti e affollati e parlava dentro a marchingegni pieni di tasti. In quel mondo non esistevano i prati, le lettere e le penne e non serviva nemmeno avere degli amici... bastava avere un marchingegno in grado di creare un Microcosmo personale. Ogni persona viveva all'interno del suo Microcosmo, senza preoccuparsi dei suoi vicini. Mmm. Mela, come tutti gli altri bambini della sua età, soffriva per la mancanza di amici e per questo si rintanava nei suoi pensieri, immaginando un mondo vuoto, pieno di macchine in cui ogni individuo progettava e immaginava il suo mondo.
Un giorno Nonsoquando, arrivò nel paese di Nonso Bio. Bio aveva i capelli ricci e rossi, un faccione rotondo pieno di lentiggini. Portava una camicia verde mela, con pantaloni a quadri. La preside lo accompagnò nella classe di Mela e lo fece accomodare proprio accanto a lei, dove nessun'altro si sarebbe mai seduto.
- Ciao, io sono Bio! - Il bambino allungò vero Mela una mano paffutella e sudaticcia - Vuoi dei cracker bio-integrali? - continuò con un sorriso dal quale mancava qualche dentino.
- Ciao... io sono Mela, no grazie, sono intollerante al glutine, non posso mangiare crackers... - replicò timidamente Mela.
- EH!! (questa esclamazione veniva ripetuta spesso e senza nessun significato da Bio! Dopo un po', Mela ci fece l'abitudine e non se ne accorse nemmeno più) Anch'io sono intollerante! Ma questi sono di farina di kamut! E' una gran fortuna essere seduti vicini! EH!!
Mela sorrise al bambino, forse per la prima volta nella sua vita. Sgranocchiarono qualche crackers e seguirono attentamente la lezione, anche Bio sembrava molto bravo e studioso, tanto che si accordarono per vedersi nel pomeriggio alla Città dei Libri, dove avrebbero fatto insieme i compiti.
Mela era agitata per il suo incontro, era la prima volta che vedeva qualcuno dopo la scuola e non sapeva davvero come comportarsi. Bio però era un bambino molto allegro ed espansivo e senza che nemmeno lei se ne accorgesse, mise Mela a suo agio, facendola chiacchierare, ridere e divertire. I due bimbetti diventarono ottimi amici e ogni giorno si incontravano dopo la scuola per studiare, leggere, catalogare insettoidi o fiorisauri, che ancora non erano stati scoperti e studiati nel mondo di Nonso. Mai una volta Bio si interessò al vestito da ape di Mela, mai una volta le chiese il perché o il per come di tale costume. Così, un giorno, Mela indossò un vestito normale e lo stupore fu tale, che tutti i bambini nel cortile della scuola si fermarono ammutoliti per guardarla passare. Bio semplicemente le disse che stava molto bene, del resto come tutti gli altri giorni. Da quando aveva conosciuto Bio, il suo fantasticare sul mondo pieno di macchine e persone isolate aveva lasciato spazio a esplorazioni, gite in canoa sul fiume Latticino o arrampicate. Mela era felice e non creò mai quel mondo triste, in cui tutti sarebbero stati soli e collegati soltanto da macchine, senza chiacchierate vere, senza gite, senza profumi... Diventò grande e guadagnò la stima di tutti grazie alle sue innumerevoli scoperte e invenzioni, ma ciò che la rese davvero felice fu l'amicizia di tante persone care, che la sostennero nei suoi studi e nei suoi grandi progetti!

23.11.11

La Clinica per Pelosi del dottor Beaver

Un sole giallo e caldo illuminava la facciata arancione della bella villa. L'erba del prato era stata tagliata da poco e un buon profumo riempiva l'aria fredda d'autunno. Sarebbe stata una bellissima giornata per giocare al parco, rincorrendo qualche uccellino in cerca di provviste o solo per una passeggiata, c'era un ma...

"Una vocina squillante ci accolse, appena varcata la soglia. Era una dottoressa e portava un camice verde bosco, con una cuffietta, da cui spuntavano due piccole orecchie tonde. Ci disse che avremmo dovuto aspettare qualche minuto e si girò sui tacchi, mostrando una folta e curatissima codona bicolore. (Per fortuna non era spaventata, ghghgh! aggiunse Muffin sotto i baffi) Ma non era il momento di scherzare. La sala d'attesa era tappezzata di poster sulla corretta alimentazione, sull'importanza di una vita attiva, sul rispetto del bosco e delle sue creature... tutte cose che mi avrebbero appassionata e interessata, ma la mia testa era troppo piena di pensieri in quel momento e per lo più ero sola. Papà Manitoba era via per lavoro, già da qualche giorno e purtroppo non era con me a sostenermi in quella prova così dura... Macaron è il mio piccolino. C'era anche un distributore di croccantini a vari gusti e i piccoli si agitavano già da un po' attorno alle lucine colorate e allettanti, sghignazzando e facendo progetti sui loro acquisti. Io volevo solo che mi dicessero di entrare subito e sapere... ed essere tranquillizzata e..."

"Mamma Cake è molto agitata. Mio fratello non sta bene e ha la nausea da più di due giorni. Non mangia e non parla. Papà Manitoba è lontano per lavoro, lui ha tanti impegni. Siamo arrivati alla clinica, ma non ci fanno entrare ed è molto noioso. Ovvio, mi dispiace molto per Macaron, ma mi annoio lo stesso e anche Candy non vuole continuare ad aspettare in silenzio. Così ci siamo messi a giocare alla spesa, immaginando di comprare tutte le provviste per l'inverno dal distributore e di sistemarle nella grande dispensa del Letargo, il piano più caldo e asciutto della nostra splendida e adorata tana. Mi piacerebbe proprio essere a casa... potrei giocare e divertirmi, magari anche Macaron si sentirebbe meglio... invece siamo qui... uffi. Mamma mi ha guardato storto... sarà meglio che mi sieda quieto. Uffaaa, ma quando ci fanno entrare??"

"Perchè non mi chiama? In fondo, sa bene quanto io sia preoccupato e star loro lontano in questa situazione, raddoppia la mia ansia. Dovrebbero già essere arrivati da un pezzo alla clinica... Forse gli è successo qualcosa?? Forse dovrei rientrare a casa, Cake avrà certamente bisogno di me... Certo, qui il cantiere non può continuare senza la mia presenza, ma Macaron ha bisogno di me e gli affari possono aspettare. Cosa ci faccio ancora qui? Forza, chiudiamo il lavoro alle tubature con l'aiuto di Tube e mettiamoci in viaggio, la città non è di certo dietro l'angolo!"

La famiglia Otter era in piena agitazione. Da qualche giorno Macaron, uno dei gemellini più piccoli soffriva per una forte nausea che gli aveva rubato l'appetito e la voglia di giocare. Mamma Cake aveva già provato con tutti i rimedi del bosco, ma niente aveva potuto aiutare il suo cucciolo. Nemmeno il medico del bosco, il sig. Beaver, era riuscito a capire cosa lo facesse stare così male. La Clinica per pelosi era l'unica soluzione. Mamma Cake era già abbastanza agitata e un viaggio sola, di notte, verso la città non era quello che avrebbe preferito affrontare, ma non ci pensò due volte e si mise in viaggio, con i suoi cucciolini al seguito. Papà Manitoba era via per lavoro, ma non riuscì a restarvi a lungo, così raggiunse la sua famiglia in città, quando la dottoressa stava facendo entrare tutti nel reparto...
La sala visite era ordinata e pulitissima. I cucciolini forse avrebbero combinato qualche danno, ma leggendo nei pensieri di mamma Cake, la dottoressa che li aveva accolti, Miss Fitch prese per mano i piccoli di casa Otter e li accompagnò in una sala in fondo al corridoio: il regno di ogni cucciolo. C'erano ciotole con croccantini, acqua e bibite fresche, bacche e legni su cui rifarsi unghie e dentini, latte condensato e cremosi omogenizzati di frutta e delizie del bosco. C'era persino un mini ruscello per cuccioli di castoro! I piccoli Otter avevano trovato il modo di sconfiggere la noia. Nella sala visite, il silenzio era pesantissimo. Dopo qualche minuto si presentò il primario della clinica, il Dott. Fitcher, un elegante esemplare di puzzola, rinomato in tutto il bosco e in città per le sue conoscenze e le sue doti nella cura dei malanni animali.  Macaron venne posto sul tavolo per le visite e con un affanno, il piccolo si lasciò sistemare sul dorso. Dopo una visita accurata, il Dott. Fitcher compilò la scheda del paziente in silenzio, inserì i dati nel suo computer e solo dopo allora, si rivolse alla famiglia Otter, indicando che il paziente sarebbe dovuto rimanere in clinica per opportuni accertamenti. Cake si sentì svenire. Rianimata la signora Otter il dottore spiegò, finalmente con un po' di dolcezza, che non potevano comprendere il motivo di tale disturbo e avrebbe preferito curare il piccolo con liquidi re-idratanti, essendo molto provato dal vomito e dal digiuno di acqua e cibo dei giorni precedenti. Il giorno seguente, si sarebbe consultato con la sua collega e avrebbe stabilito il da farsi. Mamma Cake decise che si sarebbe fermata a vegliare il suo Macaron e Manitoba sarebbe tornato a casa con il resto della famiglia.
Organizzare tutti per la nanna fu un bel da fare, in clinica come a casa Otter! Nonostante la clinica fosse una struttura moderna e pluri-accessoriata, la signora Otter proprio non sapeva da che parte girarsi. Un po' l'agitazione, un po' la lontananza dalla sua bella tana sicura, continuava a rigirarsi nella sua brandina, gettando occhiate verso il lettuccio del suo cucciolo, verso la porta poi e ancora all'orologio... A tana Otter, Manitoba era ancora più impacciato. I cuccioli erano iper-attivi! Cuscini e coperte divennero un pretesto per buttare tutto all'aria. Dopo un po' di trambusto, Manitoba richiamò i piccoli in raccoglimento per unirsi in una piccola e semplice preghiera per il fratellino malato. La calma tornò nella tana e i cuccioli si misero ordinatamente in cerchio, con i loro testoni chini. Infine, tutti caddero in un profondo sonno ristoratore.
L'indomani, fu una sorpresa a risvegliare la vita nel bosco. Il piccolo Macaron era alla finestra a osservare a occhi sgranati il sole nascente. Quando un occhietto nero della signora Otter si aprì su quella visione, la lontra quasi trasalì! Non sapeva se per l'entusiasmo o per lo spavento di vedere il figlioletto in giro per la stanza, con quei fili attaccati alla zampina tosata. Lo abbracciò forte a sé e il piccolo, ignaro di tutto, sorrise sotto i sottili baffoni. La bella notizia si sparse in fretta: il piccolo Macaron era guarito. Così come era venuto, il suo malanno se n'era andato, per andare a disturbare chissà chi altro in giro per il bosco. A tana Otter lo schiamazzo fu tale che le povere cornacchie (le pettegole vicine di casa) svolazzarono via spaventante, gracchiando quanto fossero maleducati e selvatici quei cuccioli di lontra. Non importava! Macaron stava bene! L'allegra carovana partì verso la clinica, con il cuore alleggerito e pieno di gioia. Prima di entrare nell'ospedale, il papà ragguardì i suoi piccoli in modo che si comportassero bene all'interno della struttura. Giunti nella camera, trovarono mamma e il fratellino già pronti per tornare a casa e con un grande sorriso stampato sui musini. Fra gli abbracci, i gridolini comparve il Dott. Fitcher. Calò il silenzio, come se tutti ne avessero soggezione. Il dottore, con un sorriso spontaneo, annunciò che il piccolo Macaron avrebbe potuto fare ritorno a casa con il resto della famiglia e per festeggiare, avrebbero brindato e sgranocchiato le crocche del distributore all'ingresso tutti insieme! Wow! Il grido di gioia scoppiò in un battibaleno e tutti si recarono nella sala d'attesa, mentre Miss Fitch, alzava il volume dello stereo. Quel giorno tutti festeggiarono, i cuccioli Otter visitarono tutti i malati e donarono loro tempo prezioso, tornando a casa la sera, ricchi di speranze, sogni e semplice felicità.

I PERSONAGGI DELLA STORIA

La famiglia Otter



Otter in inglese significa lontra. Ecco mamma Cake e papà Manitoba in un ritratto di famiglia.






I medici della Clinica per Pelosi

Dott. Fitcher e Miss Fitch (Fitch puzzola in inglese) nella loro casa nel bosco (dopo aver conosciuto gli Otter, i due medici si sono uniti in matrimonio e si sono trasferiti nel bosco, aprendo un ambulatorio)




Il Dott. Beaver, l'anziano medico del bosco


Il Dott. Beaver, finalmente in pensione, nell'oasi relax per castori anziani. Il vecchio medico si dedica oggi alla composizione di poesie sul bosco e sulla vita che lo anima. Beaver significa castoro in inglese.




Qualche parola di Inglese:
Cake - torta
Muffin - chi non li conosce? Dolce da forno, spesso aromatizzato. I più diffusi sono al cioccolato o ai mirtilli.
Candy - dolcetto, caramella.

Ci sono gli altri due componenti della famiglia che non ho tradotto... Manitoba, si tratta di un tipo di farina adatto per cucinare pane, ma anche dolci! E Macaron... un delizioso dolcetto francese che diventerà famoso quanto e più dei simpatici Muffin!

7.11.11

L'inverno nell'isola lontana


In un'isola lontana, al di là del mare, al di là delle terre d'ambra e dei boschi di smeraldo, si trovava Hikuri. Viveva in un palazzo bianco come la neve, con il tetto appuntito e decorato di rosso. Hikuri apparteneva a un'importante famiglia, legata alla tradizione più che a ogni altra cosa. Hikuri non la pensava allo stesso modo. Hikuri frequentava una scuola prestigiosa, che pochi potevano permettersi. I suoi compagni venivano da famiglie come la sua e non giocavano con gli altri ragazzi, in realtà non li incontravano nemmeno. Mai.
Un giorno d'inverno, nel giardino della scuola di Hikuri, comparve un ragazzo nuovo. Il cortile era vuoto, l'orologio suonava le 11.00 in punto, di un mattino gelido e grigio. I passi del ragazzo e del suo accompagnatore risuonavano nel silenzio pungente dell'inverno, mentre sottili fili di pioggia scendevano sull'ombrello aperto. Non era come loro, ma indossava la stessa divisa. Qualche minuto dopo, la porta shoji della classe di Hikuro si aprì mostrando il preside e il ragazzo. Tutti si alzarono in uno scatto composto e salutarono il preside con il rei. Il ragazzo fu invitato a prendere posto. Hikuro notò l'ultimo bottone della sua divisa: era slacciato.
Le lezioni terminarono alle 12.30 e tutti si riversarono nei corridoi, creando un chiacchericcio simile a un brusio costante e noioso. Tutti tranne Hikuro, già alla finestra. I suoi occhi neri osservavano la pioggia e le nuvole, cercando di leggere qualcosa del loro lungo viaggio, qualcosa che parlasse di altri paesi, altre storie. Il ragazzo era seduto al suo banco e mangiava un piatto istantaneo comprato in un supermarket della città. Hikuro si voltò di scatto. Odiava il suo bento, ma quella zuppa aveva un'aria pessima. Le sfuggì un sorriso. Il ragazzo lo notò, abbassò lo sguardo e capì.
Il giorno seguente era la vigilia di Omedeto, il Natale giapponese. La scuola cominciò puntuale, i ragazzi entrarono in file ordinate e presero posto nelle aule. In silenzio. Hikuro era agitata. Il furoshiki che aveva scelto era scuro, con un ricamo rosso lacca, delle piccole foglie di acero. Il tempo non trascorreva veloce quanto avrebbe dovuto. Parole, storia, parole, tradizione, parole, gli anziani, parole. Il ragazzo trascriveva ogni sillaba, il suo sguardo era perso. La pausa delle 10.00 volò in un secondo e Hikuro rimase come al solito alla finestra. Il ragazzo era nel corridoio e parlava nella sua lingua al suo accompagnatore, lo stesso del giorno prima, che cercava di rassicurarlo. Lui era giapponese. Il resto delle lezioni passò in un vuoto ovattato, in cui un'ansia frenetica e nuova animava la piccola Hikuro. Le 12.00. Tutti uscirono. Il ragazzo ancora scriveva nel suo foglio. Hikuro si alzò senza rumore. Si avvicinò a lui. Il ragazzo si alzò, muovendo la sedia in un frastuono di metallo stridente. Le sue guance si arrossarono nel pallore del suo viso. Lei lo guardò, per un istante, fisso negli occhi. Le sue mani bianche lasciarono cadere il pacchetto avvolto nella seta pregiata. Poi se ne andò correndo, come nessuno avrebbe mai fatto.
 
Credits
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TaNte PaROLe NuOve:

Shoji - la tipica porta giapponese scorrevole. E' tradizionalmente realizzata in legno e carta ricavata dal gelso, che permetta alla luce di filtrare creando un'atmosfera soffusa.

Rei - il saluto, un importante aspetto della vita in oriente. Assume una connotazione profonda di rispetto, sincerità.

Bento - pranzo preparato per i figli o per i propri mariti. Gradevole agli occhi, dovrebbe comporsi di diversi tipi di cibo, presentati ordinatamente. Tradizione ancora perpetrata nelle famiglie giapponesi che, a quelli preconfezionati, continuano a preferire quelli homemade.

Omedeto - il Natale in Giappone non viene festeggiato dalla maggior parte della popolazione che è atea. La Vigilia però è celebrata in maniera romantica, quasi come un San Valentino occidentale, con scambi di doni e pensieri teneri.

31.10.11

La notte delle Zucche


La notte era gelida, scura e brillante. Il cielo era cosparso di piccoli e lucenti diamanti, cuciti sul velluto nero della mezzanotte. Un venticello birbante invitava le foglie in un ballo lento, in un turbinio di rosso, giallo e arancione. I lampioni di luce bianca illuminavano lo scalpitio d'ali di qualche pipistrello in cerca di un pasto. Una stella attraversò il cielo con un bagliore e lei chiuse gli occhi in un sorriso, trovando subito il suo desiderio...

Lumilla se ne stava seduta sui gradini gelati del vialetto di casa. Il suo tutù giallo e nero la incorniciava nel silenzio della notte. Quell'anno era vestita da ape. Contava il suo bottino e con cura divideva la cioccolata dai marsh-mallows, gli zuccherini dalle mentine, i biscotti dai cornetti. Quest'anno era andata proprio bene. Prima di rientrare in casa doveva aspettare Gilbert, suo fratello maggiore che, come al solito, era in ritardo. Si erano accordati per bene, in modo che i genitori li lasciassero in pace almeno la vigilia di Ognissanti. Però faceva freddo, dove si era cacciato quel briccone? Per ingannare l'attesa, Lumilla decise di scartare una delle barrette cioccolatose che si era guadagnata. La carta era di un argento scintillante, con delle saette blu elettrico e la scritta rosso lacca. Si aprì facilmente e l'aroma intenso della cioccolata raggiunse il nasino a punta della bambina, che già si leccava i baffi. Mentre stava addentando il primo pezzetto, una luce dalla strada catturò l'attenzione di Lumilla. Doveva essere lui... finalmente. Si alzò e fece qualche passo per andargli incontro, ma subito notò che quella non era l'auto del fratello. Due fari gialli e rotondi non le permettevano di vedere altro, però Gilbert aveva appena ritirato il suo catorcio a quattro ruote che di certo non aveva fari di ultima generazione come quelli che le stavano di fronte. Dall'abitacolo si sentiva una musica elettronica a tutto volume... doveva essere qualche amico imbecille di Gilbert, per forza. C'era un però. Se quella super-car fosse stata di un arrogante amico di suo fratello, il fortunato amico avrebbe guidato bene, in modo sicuro e arrogante e non procedendo a singhiozzi lungo tutto il viale alberato, per inchiodare rumorosamente di fronte ai posteggi! Lumilla era curiosa come una scimmia, perciò si alzò ripulendo il suo culetto congelato, dalla sabbiolina del vialetto e si avvicinò all'auto, con aria scrutatrice. Non aveva MAI visto un'auto simile a quella, prima di allora. Si trattava di una piccola utilitaria, quel tipo di macchina che avrebbe avuto ogni mamma... ma... vedendola sembrava più che altro un carrozzone funebre rimpicciolito! Nera, un po' sporca, cromature, gomme larghe, minigonne ai lati e mini-alettone! Qua e là c'erano un po' di ammaccatura, la controprova dell'abilità di guida di chi sedeva al volante! La musica assordante, che doveva immergere l'abitacolo in una sorta di apnea acustica, cessò di colpo e una delle porte si aprì con un clack. Lumilla era un po' timorosa, ma troppo ansiosa di sapere per andarsene...
- Tefe l'avefevofo defettofo chefe avrefemmofo dofovufutofo gifirafarefe! - Dall'interno, una voce gracchiante, controbattè prontamente: - Zifittafa! Sefemprefe dofopofo!
Lumilla non credeva nè ai suoi occhi, nè alle sue orecchie! Per tutti i muffin del mondo... chi erano quelle??

*
La lite continuò in maniera molto agitata, per poi concludersi in una specie di risata, quando anche la pilota di turno lasciò il posto di guida, per scendere e presentarsi agli occhi spalancati di Lumilla. Dopo di lei, scesero dai sedili posteriori anche due... animali... ovviamente parlanti (e chiacchieroni come le loro compagne di viaggio!) Quell'allegra carovana aveva qualcosa di spettrale... prima di tutto quell'auto. In seconda battuta l'abbigliamento delle due donne. E infine, vogliamo considerare i due animali da compagnia?? Un varano e una nutria spelacchiata?! Ora, Lumilla era vestita da ape, quindi non è che fosse molto più presentabile di quelle due (per lo meno Palmiro, il suo criceto obeso, era rimasto al caldo della sua ovatta) però... lei era mascherata, quelle avevano tutta l'aria di non indossare altro che vestiti simili a quelli! La donna pilota, più anziana dell'altra, indossava un abito in velluto dall'aria antica e malconcia, da sotto la gonna rigonfia, sbucavano due gambotte ricoperte da calze a righe, bucate qua e là. La seconda aveva invece una gonna amaranto, abbinata a una specie di corpetto arancione con maniche a sbuffo. Capelli malamente acconciati e arruffati coronavano le teste di entrambe. Proprio mentre lo sguardo attonito di Lumilla si posava sulle scarpe, una luce fuxia l'abbagliò e l'attimo dopo... le due erano totalmente diverse. Lumilla si stroppicciò gli occhi, li chiuse per vedere se qualcosa cambiasse, ma in effetti, si erano cambiate da capo a piedi: due abitini in maglia nera avvolgevano le due donne, con occhiali da maestrine ed eleganti cucù ben saldi e in ordine sulle nuche. Stava impazzendo?! L'unico capo che non si mosse da dov'era, erano i lunghi guanti neri... Le due signore si avviarono verso il marciapiede e Lumilla non ebbe altra scelta che gettarsi nella siepe vicino agli scalini d'ingresso, per nascondersi da quelle due carampane, improvvisamente ringiovanite. Lumilla pensò che sarebbe stato bello se anche la mamma avrebbe potuto trasformarsi in quel modo... ma subito cacciò via quel pensiero, come se offendesse la sua adorata mammina.
Lumilla e Gilbert erano i figli adorati e iper-protetti dei Carvendale, una coppia anzianotta e per questo molto apprensiva verso la prole, oltre che molto affettuosi e teneri. Entrambi non avevano nessun interesse per la moda o le tendenze, cosicchè il loro aspetto risultava fuori moda, facendoli apparire ancora più vecchi della loro età. Allo stesso modo, la loro casa era arredata senza uno stile vero e proprio, era più che altro funzionale e comoda, le sole caratteristiche che una casa avrebbe dovuto avere per la famigliola. La signora Carvendale se era una cuoca superlativa non nutriva la stessa passione verso piumini e spazzettoni così, un non più leggero strato di polvere e il disordine totale reganvano incontrastati all'interno della casa. In giardino era un altro discorso, dato che era il regno del signor Carvendale, un uomo estremamente pignolo e ordinato, capace di posare i rastrelli in ordine d'altezza. Del resto si sa, gli opposti si attraggono.

*

Lumilla era ancora assorta nei suoi pensieri quando, con un sussulto, ritornò alla realtà. Le due strane tipe la stavano guardando da dietro i loro occhiali (pieni di brillantini sulle punte, data la forma a farfalla). Lumilla arretrò spaventata a morte. E fu la sua fortuna, visto che poi presero parola, sputacchiando qua e là!
- Sefeifi tufu Lufumifillafa, cafarafa?
- Mafa cofosifì lafa spafavefentifi! Lafasciafa fafarefe afa mefe! Cafarafa, nofoifi siafamofo defellafa Agefenzifiafa... sofonofo ifin cafasafa mafammafa e pafapafà? - la interruppe la più anziana.
Lumilla era pietrificata e non rispose nulla. In quel momento arrivò suo fratello che vedendo la scena, saltò addosso alla donna e l'atterrò. Questa schiamazzando con l'amica, cercò in qualche modo di rialzarsi, senza ottimi risultati. Nel caos generale, la luce dell'ingresso illuminò l'uscio e comparvero i signori Carvendale che, con uno sguardo imbambolato, osservavano la scena in silenzio. Come due automi si diressero verso Gilbert, affermando con un tono robotico che era tutto a posto e sorrisero senza spontaneità alle due donne, che ricambiarono con una fila di denti giallastri e ammaccati (la trasformazione non era stata così profonda, pensò Lumilla sghignazzando dietro i baffi!). Entrarono tutti in casa, anche se Gilbert continuò a tener controllate le due tizie, si accomodarono tutti sul morbido divano e la signora Carvendale si offrì di preparare del tea caldo, con qualche biscottino fatto in casa. Erano le 11 passate, forse un po' tardino per uno spuntino così tipicamente pomeridiano, no? Comunque tutti accettarono contenti. Seguirono una serie di chiacchiere futili e piene di sputacchi delle due ospiti, le quali spiegarono di essere le rappresentanti di una strana Agenzia per il Buon Andamento della Casa e R.D. meglio conosciuta come A.B.A.C.R.D. (parte di acronimo rimasta segreta), giunte presso i Carvendale, per ottimizzare la gestione familiare e casalinga, ma soprattutto per migliorare la vita dei componenti della famiglia... progetto un po' ambizioso, non credete? Lumilla era rimasta a bocca aperta ascoltando attentamente le parole delle due strane collaboratrici domestiche, affascinata dai loro gesti così, così esplicativi! Sembrava che roteando le lunghe mani nascoste sotto i guanti neri e lisci, già provvedessero a realizzare ciò di cui parlavano. Inoltre, se la donna anziana sembrava rispondere a tutte le esigenze della mamma, l'altra era la perfetta interlocutrice di papà. Era come se parlando e parlando riuscissero a convincere i due delle loro ostinazioni, correggendoli senza che loro se ne accorgessero, o così sembrava a Lumilla. Suo fratello era troppo impegnato a guardare nel generoso decolletè delle due, per capire di che cosa parlassero. Era come se quelle due donne riuscissero a incantare tutti quanti, con un lento e pacato susseguirsi di spiegazioni e parole, parole, parole... (e sputacchi!)

*

Lumilla era ancora vestita da ape. Si svegliò per il sottile raggio di sole che filtrava dalla griglia e andava ad illuminare i suoi grandi occhioni ancora addormentati. Non accese la luce per abituare gli occhi chiarissimi al nuovo giorno e scendendo dal letto a castello, trovò le pantofoline pronte per essere calzate. Strano. Andò verso la scala, ma allo scricchiolio del primo gradino, la mamma la richiamò per mandarla in bagno a lavarsi il faccino. Molto strano. In bagno, una salvietta arancione era piegata a forma di zucca e riposta vicino al suo spazzolino. C'era qualcosa di diverso. In cucina aleggiava un profumo delizioso, ma questo era tipico della mamma. Ciò che era del tutto inaspettato era l'ordine e la pulizia: il lavandino conteneva solo la tazza di papà, uscito da poco a ritirare pane, latte e giornale; il tavolo era apparecchiato con delle stuoiette arancioni e addobbato con alcuni ragnetti, ma soprattutto era lindo e lucidato. Stranissimo!
- Mamy, sono state le signore a sistemare tutto? - chiese Lumilla pucciando un bisotto a forma di pipistrello nel latte.
- Quali signori, puffetta della mamma?
- Le due dell'Agenzia A.B.A.C.R.D., quelle che erano in salotto ieri sera...
- Patata della mamma, fai colazione, da brava. Vedtai che poi sarai più contenta.
Lumilla non voleva essere contenta, voleva sapere se quel cambiamento fosse dovuto a quelle e soprattutto era curiosa di sapere che fine avessero fatto. Mentre faceva questi pensieri, osservava la mamma, che con un sorriso stampato, maneggiava un frullatore o qualcosa di simile. Non faceva che inserire ingredienti e questo rispondeva prontamente elaborando biscotti, pasta per la pizza, sughetti, budini... il tutto diligentemente invasato e messo a conserva. Era una scatola magica! Finita la colazione, Lumilla andò svogliatamente in camera sua, già riassettata, fresca di aria pulita e profumata con una candela a forma di zucca, che altro? Un piccolo pacchetto attirò la sua attenzione. Era stato lasciato sul letto rifatto (opera della mamma??) ed era incartato con carta arancione e nera, con un grande fiocco. Un bigliettino portava scritto il nome della bambina, con due scarabocchi simili più a ragni che a firme. All'interno, Lumilla trovò un rotolo di pergamena arrotolato e sigillato con cera lacca arancione. Staccato il sigillo, si dipanò una lunghissima lettera che coprì tutto il pavimento della cameretta e buttò Lumilla sul letto, dove cominciò a leggere con attenzione:

Illuminatissima e lucentissima Lumilla,
è con estremo e gradito piacere che siamo a comunicare la....

Un fiume di lettere che diventavano parole, che divenivano frasi e frasi. Quando Lumilla arrivò in fondo a quel lungo rotolo, comprese tutto quanto. Niente fu più come prima. Il desiderio che aveva espresso prima di uscire per il classico giro Dolcetto o Scherzetto era stato ascoltato e presentato davanti all'alto ordine dell'A.B.A.C.R.D. Tutto il grande cambiamento trovato in casa, non era merito delle due compagne, ora sapeva che lo erano, ma soltanto suo. Lumilla era stata scelta e da quel girono di Ognissanti era entrata a far parte dell'Agenzia per il Buon Andamento della Casa e Realizzazione Desideri, l'ordine delle streghe buone operante da sempre su tutto il territorio del mondo.

E voi? Avete visto una stella attraversare il cielo?!

Volete stampare la storia? Eccola qui!

10.9.11

L'hotel - 4. L'ascensore

Foto scattata dal cellulare di Chicca
Il vecchio e immenso lampadario sembrava un ossuto ragno gigante. Le luci che un tempo rendevano quella sala così accogliente erano state tolte e poste chissà dove. Regnava un silenzio di polvere e umidità. Una bellezza decadente traspariva da quello strato di tempo, che ricopriva tutto. I pavimenti scricchiolavano ad ogni passo e facendo luce, i ragazzi notarono un elaborato rivestimento in legno, che creava una decorazione nel salone e lungo tutto il buio corridoio che portava all'ala est. Alcune sedie erano state abbandonate qua e là e una serie di porte a vetro smerigliato nascondevano altri rifiuti della storia. Nessuno dei ragazzi si azzardò ad aprirne una. Solo camminando nell'oscurità dell'hotel, cominciarono a rendersi conto di quello che stavano facendo. E poi... per cosa? Per cercare cosa? Mila sentiva di trovarsi nel posto giusto, ma capiva che gli amici cominciavano a trovare quell'avventura un po' inutile; decise di non dire nulla era convinta ad andare avanti per capire, vedere qualcosa... o... qualcuno che ricomponesse i pezzi del puzzle: la donna al mercato, la nonna così nervosa nei pressi dell'hotel, la storia di Maria.
Stavano avanzando lentamente, quando allo scricchiolio dell'antico parquet si aggiunse un nuovo rumore, uno scartocciare insistente. Non ci volle molto per capire che si trattava di Balù, alle prese con un sacchetto di carta, con cui aveva accuratamente confezionato un bel panozzo al salame e Taleggio! Addentando con voracità il filoncino, sbofonchiò a bocca piena che era il suo abituale spuntino notturno, chissà la colazione! Chicca, che dopo lo sgranocchiare di Balù sentì un languorino allo stomaco, offrì qualche cioccolatino che aveva preparato per eventuali crisi di fame improvvise. Dopo essere rincuorati dai dolcetti, ripresero a cercare, puntando le torce davanti a loro, sempre basse lungo il pavimento, quasi non volessero vedere qualcosa più in alto... 
Finalmente, giunsero in un'ampia sala, grandi finestre si ergevano su un lato e alcuni vecchi e pesanti tappeti erano ammassati sul fondo. La sala da ballo. In quella notte lontana, la festa era stata celebrata proprio nella stessa stanza. Mila immaginò l'atmosfera che doveva aleggiare fra quelle pareti: eleganti dame, decorate da abiti di tessuti finissimi dai colori sgargianti, ricchi gioielli ai lobi, sulle dita sottili e sui decolletè candidi. Galantuomini dai colletti inamidati, con bastoni di mogano, arricchiti da pietre dure, avorio, intarsi finissimi. Musica raffinata e leccornie servite su massicci vassoi in argento. Tutto doveva apparire bello e composto, un'immagine ben diversa da ciò che si intravedeva. In fondo alla sala, si apriva un varco che portava nel corridoio parallelo a quello che il gruppetto aveva appena percorso e lì, i ragazzi trovarono una porta che si apriva sul vano scala e sull'ascensore. L'avevano trovato. Un po' intimoriti, si avvicinarono alla macchina e Jules aprì le porte in legno. L'ascensore era attivo, le luci si accensero subito dopo l'apertura degli sportelli. Il gruppetto arretrò spaventato da quel bagliore improvviso nel buio, interrotto dai solo fasci di luce bianca delle torce. L'interno era molto piccolo rispetto agli ascensori moderni e rivestito di una tappezzeria bordeaux damascata. Sul lato di fronte alla porta era appeso uno specchio ovale, in cui si riflettevano le facce sbiancate dei quattro amici. Mila fece per entrare, quando Jules la bloccò, chiedendole se si fosse ammattita, ma la ragazzina si divincolò dalla presa ed entrò nella cabina, seguita da Chicca, curiosa quanto lei. In quattro non avrebbero mai potuto montare sull'ascensore, quindi Mila pigiò uno dei tasti e richiuse le porte. Un rumore di ferraglia inondò l'abitacolo, che cominciò a salire. Dal pianerottolo, i due ragazzi osservavano al di sopra della porta, per capire dove si sarebbero fermate le due amiche. Al terzo. I due schizzarono su per le scale, correndo più veloci di quanto si aspettassero e ritrovarono le due ragazzine, mentre lasciavano quell'aggeggio infernale. Mila si diresse verso il corridoio: un lungo cunicolo scuro, dove si srotolava un lungo tappeto rosso scuro. Cercò di aprire una delle porte sul lato sinitro, in modo da ritrovarsi sul davanti dell'hotel, ma era chiusa. Chicca estrasse dalla sua borsetta firmata una piccola forcina per capelli e in qualche secondo forzò la serratura, allibita quanto i suoi compagni d'avventura, dalla sua stessa abilità. La camera era ampia, lo scheletro di un letto e un minuscolo comodino, un guardaroba e un appendiabiti. Dalla finestra filtrava la luce dei lampioni del parco. Affacciandosi alla finestra, Mila comprese di non essere all'ultimo piano. Aveva osservato molte volte quella facciata e aveva contato che i piani erano quattro più il solaio, che da qualche mese veniva illuminato dall'amministrazione comunale, per dare risalto al restauro delle facciate. Eppure nell'ascensore c'erano soltanto tre bottoni, oltre allo zero. Seguita da Chicca e i ragazzi, Mila tornò nel corridoio e quindi nel vano scala, aprì le porte dell'ascensore e cominciò a osservare il pannello per attivare la corsa su e giu per i piani. In effetti, c'era una sorta di serratura, che probibilmente attivava i piani mezzanini. Non avendo nulla a disposizione, continuarono a salire lungo la rampa di scale, ma giunsero al solaio, senza trovare nessuna piano di mezzo, nonostante la rampa in più. Dovevano attivare l'ascensore, in qualche modo. Provarono con la forcina, niente. Erano a un punto morto e di certo non sarebbero riusciti a organizzarsi per un'altra incursione. Mentre sedevano sui gradini delle fredde scale di servizio, un rumore meccanico li fece sussultare. L'ascensore si era attivato. Osservando l'indicatore dei piani, con il fiato sospeso, notarono che si posizionò su un simbolo floreale, doveva essere il mezzanino che cercava Mila e c'era qualcuno. E quel qualcuno stava scendendo, probabilmente al pian terreno. Mila si catapultò giu per le scale e gli altri, ancora increduli rispetto a ciò che stava accadendo si gettarono dietro di lei. Arrivati a piano terra, l'ascensore stava ancora scendendo, spensero le torce e aspettarono, forse avrebbero visto, senza essere visti. L'indicatore scattò. Era al piano terra. Il respiro dei ragazzi si fece pesante, rumoroso, come se si sentisse a distanza di metri. L'adrenalina si faceva sentire. Le porte si aprirono davanti a loro e Mila si irrigidì davanti a quella visione. Era lei, ne era certa. L'abito lungo, inadeguato e fuori moda, era la stessa donna vista tra la folla al mercato. Senza potersi controlallare le si rivolse, gridando chi fosse. La donna indietreggiò spaventata e puntò una piccola torcia sui volti ancor più terrorizzati dei ragazzi. Solo allora, tutti compresero che su quel pianerottolo non c'era nessuna creatura ultraterrena, ma solo cinque esseri umani spaventati e sbigottiti dalla situazione. La donna osservò tutti i volti e scrutando quello di Mila,scoppiò in un inspiegabile pianto. Nessuno seppe come gestire quella reazione, finchè la stessa Mila le si avvicinò e le sorrise. Incoraggiata da quel gesto di affetto, singhiozzò qualche parola incomprensibile, indicando il corridoio verso cui si diresse seguita dai ragazzi. Si muoveva con lentezza, ma sicura e li condusse fino a una piccola cucina, sulla cui porta era ancora possibile leggere "Riservato al personale". Invitò i suoi ospiti a prendere posto attorno alla tavola, al centro della cucina. La stufa economica era accesa e rendeva l'ambiente sicuro e naturale. In silenzio, la donna prese da un armadietto delle tazze in porcellana bianca, con decori dorati. Mise un bollitore sulla piastra della stufa, preparò i piattini, il bricco del latte ed estrasse da una scatola di latta dei biscotti, che ripose con cura su un grande piatto coordinato al servizio da tea. Allo sbuffo del bollitore, versò l'acqua nella teiera e con un vassoio portò il tutto in tavola, dove prese posto.
- Dovrei chiedervi che cosa facciate qui, a quest'ora. Ma vorrei invece raccontarvi quello che suppongo vogliate capire.
Nessuno rispose e la vecchia signora prese a raccontare quasi mezzo secolo di vite, storie e disgrazie. Tutto sembrò improvvisamente più limpido e chiaro. La verità era stata liberata da anni di silenzi e i ricordi, riaffiorati lentamente nella mente della vecchia signora, erano stati condivisi con quattro ragazzi curiosi e legati a quelle vicende. Flò era la bellissima moglie inglese del sig. Salaroli, il proprietario dell'hotel, morto di crepacuore dopo la scomparsa dell'amatissima figlia Maria. Quella tragedia aveva gettato tutti nel panico, nella paura e nella colpa, rovinando e rompendo legami di amicizia, affetto e rispetto. La donna non sopportò il duplice lutto e tornò nella sua patria natale senza alcuna cerimonia di saluto o di addio, togliendo per sempre il saluto allo stanco e già pieno di sensi di colpa, sig. Putti. In certi casi non si può ragionare con freddezza e i sentimenti di rabbia e di dolore hanno la meglio sulla ragione, così Flò fece del sig. Putti il capro espiatorio di tutta quella tremenda faccenda. L'uomo si fece ancora più cupo e si ritirò fino alla sua fine nelle mura dell'hotel, dando adito a leggende di fantasmi e stranezze. Ad aggravare tale situazione, fu anche la travolgente passione che coinvolse i due, ovviamente segreto condiviso solo con pochi intimi.Quando anche il sig. Putti lasciò la sua vita terrena, Flò rientrò in Italia, ma troppo tardi per potersi chiarire con il vecchio e fidato custode, perciò prese il suo posto all'hotel conducendo un'esistenza schiva, solitaria e sterile, avendo ormai perso le amicizie di un tempo. La donna era infatti molto legata alla famiglia di Putti, i signori Riccotri e ai nonni di Mila, ma dopo il trambusto dell'ascensore le accuse e le calunnie spezzarono i bei rapporti che avevano tanto riempito i vecchi e felici pomeriggi d'estate di un tempo. Nonostante gli anni trascorsi, Flò riconobbe subito nei volti delle due ragazze, le amiche di una volta, soprattutto Antonia, la nonna di Mila. Le due donne diventarono grandi amiche dopo le trattative di vendita della casa, dove ancora oggi abitava la nonna di Mila. La perdita di Maria, però, seminò il dubbio nella mente di Flò che accusò Piero, responsabile dei lavori di manutenzione, e appunto il sig. Putti di essere la causa del dramma. Antonia non le perdonò tale risentimento e non volle più incontrare la donna, tanto che sentì la sua partenza per Londra come un sollievo. Una lite, l'orgoglio covato negli anni e alimentato dal silenzio... tutto il resto era solo suggestione, Mila sorrise, sorseggiando il suo tea, così piacevolmente caldo e rigenerante.
                                                                             -°-
L'indomani, un sole pieno e finalmente estivo risvegliò la piccola comunità del paese. I ragazzi si ritrovarono nell'appartamento di Jules senza nemmeno sapere come ci fossero ritornati. Quell'estate i quattro ragazzi trascorsero un sacco di tempo insieme, affrontando nuove avventure anche se nessuna fu paragonabile a quella notte fredda di Giugno. Mila insistè tanto finchè ottenne che la nonna ricevesse Flò a casa e dopo una lunga chiacchierata, le due donne si riscoprirono amiche e solidali l'una verso l'altra. Il velo fosco che era rimasto sulla donna inglese scomparve, lasciando spazio a una bellezza che, seppur matura, era ancora fiera e piena di fascino. Mila e Chicca si promisero di non litigare mai e scrissero nei loro diari i segreti di un'estate indimenticabile.

30.7.11

L'hotel - 3. Torce e mantelle da pioggia

I titoli di coda si accompagnarono alle prime gocce di pioggia. Un venticello fresco aveva invaso il paese rubando qualche foglia verde ai rami degli alberi nel giardino della fonte. La nonna stava già estraendo dalla sua borsa l'ombrellino pieghevole per sè e uno per il nipotino e per avviarsi con lui nella pioggia sempre più fitta, disperdendosi velocemente nel buio di quella sera d'estate. Quando giunsero all'inizio della salita, videro Mila seduta sul muretto della grande fontana al centro della piazza con Chicca, la sua amica. Subito la ragazzina corse incontro ai due e con un grande sorriso smielato, chiese alla nonna il permesso di restare a dormire da Chicca. Pensando di regalare alla nipote una serata con l'amica del cuore, la nonna accodiscese senza troppe storie. Ovviamente il programma riservava delle sorprese...
Chicca chiamò a casa dal suo cellulare rivestito di swarowsky rosa e avvisò che sarebbe andata da Mila per la notte, la madre le stava chiedendo se non tornasse a prendere le sue cose, ma Chicca aveva già riattaccato e saltellava di gioia con Mila, entrambe eccitate per la loro serata da brivido. Chiaramente c'era un complice in tutta questa faccenda e si chiamava Jules per tutti, ma all'anagrafe rispondeva al nome di Giulio Riccotri, il fratello di Federica Riccotri, meglio conosciuta come Chicca. Jules aveva qualche anno in più della sorella e qualche permesso in più, anche se i loro genitori non potevano definirsi severi. Se i genitori di Mila viziavano lei e il marmocchio per il loro frequente "assenteismo", quelli dei fratelli Riccotri li viziavano e basta, senza chiedersi il perché. Erano una famiglia agiata e potevano permettersi molti sfizi, che spesso apparivano assurdi anche a Mila che, di certo, non veniva da una famiglia in miseria. Jules aveva un suo appartamento al paesino e da tempo, vi trascorreva buona parte delle vacanze estive insieme ad amici e conoscenti vari. Quella sera toccò a sua sorella e amica. Dopo la loro missione, avrebbero potuto continuare la loro avventura, come ospiti di Jules, restando alzate fino all'alba. Sapendo che i genitori di Chicca uscivano spesso fuori a bere qualcosa fino alle 23.00, le due amiche decisero di tardare la loro uscita e di attendere i momento propizio da Jules.
L'appartamento si trovava in un grazioso complesso residenziale di recente ristrutturazione, in cui il signor Riccotri aveva svolto alcuni lavori ottenendo, oltre al suo compenso, un piccolo appartamento. Si trovava dall'altra parte del fiume rispetto alla casa della nonna di Mila, sul viale degli Ippocastani. Era una casa molto particolare: travi a vista, ma iper-moderna, soppalco adibito a spazio notte. La lunga finestra del soggiorno incorniciava il vecchio hotel alla perfezione e questo si ergeva imponente, sopra i rami degli ippocastani. Il piano era il seguente:
- aspettare le 23.00, in modo che i parents fossero già rincasati;
- uscire con mantelle anti-pioggia e torcia (le mantelle erano a casa della nonna, quindi niente da fare!)
- scavalcare la recinzione del parco e avvicinarsi all'hotel;
- eventualmente trovare un via d'accesso alla struttura e finalmente... vederci chiaro!
Le due amiche stavano discutendo sul da farsi accovacciate sul lettone e Jules se ne stava sdraiato sull'altro letto, con un sottofondo di musica ambient, che non gli impedì di origliare la conversazione e incuriosirsi. Non che fosse particolarmente interessato ai giochi della sorellina, ma in quel caso riguardava il vecchio hotel e... da sempre anche lui ne era estremamente affascinato.  Interrompendo i programmi delle due adolescenti, Jules si propose di accompagnarle con un amico, offerta che fu accolta con entusiasmo, vista la fifa che le due avevano a malapena nascosto l'una all'altra. La cosa si faceva interessante. Jules si dimostrò fin da subito appassionato alla storia di Mila e raccontò qualcosa che Mila ancora non sapeva:

Il signor Putti era un vecchio prozio dei signori Riccotri. Un tipo estroso e schivo, non amava mescolarsi con i suoi compaesani, forse anche perché di origini Pavesi, non si era mai realmente integrato nella piccola comunità montana e quindi un po' chiusa. Aveva molte passioni e il giardinaggio di certo era una di queste. Proprio grazie alla sua capacità nel generare ibridi di fiori ebbe l'ingaggio al Grand Hotel, un lavoro che lo accompagnò per gran parte della sua vita. Il signor Putti non dava confidenza a nessuno, nemmeno ai colleghi o agli ospiti dell'hotel, trascorreva le sue giornate dedicandosi alla cura delle piante e alla serra, per poi ritirarsi nella sua casa, in cima alla salita di via Belvedere.
Quando l'hotel era già divenuto vetusto per la sua clientela esigente e snob, si presentò la necessità di sistemare alcune camere al quarto piano dove l'umidità aveva arrecato parecchi danni. Fu in quell'occasione che il signor Putti, per la prima volta, entrò in confidenza con qualcuno... il nonno di Mila. I due erano uomini pratici, di poche parole e profondamente innamorati della natura ancora intatta del piccolo paese di montagna. Queste poche e semplici basi comuni li resero buoni amici.
Quando l'hotel chiuse, il signor Putti cominciò a trovare inutile la sua permanenza nella grande casa in via Belvedere, anche perché il suo nuovo compito di custode lo richiamava spesso, anche alle ore più tarde, al suo lavoro, giù all'hotel. Così, confrontandosi con Piero, pattuirono la vendita della casa, ancora di proprietà della famiglia Salaroli, i vecchi gestori dell'albergo, ormai rovinati dal fallimento e straziati dal dolore per la perdita della loro cara figliola Maria. In paese si bisbigliava che fosse una ragazza lunatica, dalle strane abitudini, in realtà doveva trattarsi semplicemente di una fanciulla timida e riservata.

Le due ragazze ascoltavano da sotto la coperta e continuavano a fare domande per capire, per collegare, ma Jules, prendendosi un pochino gioco di loro, le lasciava con il fiato sospeso...

L'hotel non funzionava da tempo. Il paesino aveva perso la sua attrattività e i villeggianti erano ormai divenuti una categoria turistica superata. I ben più moderni turisti viaggiavano in aereo, verso mete lontane e più esotiche e chi desiderava un soggiorno relax alle terme, si affidava alle cure e all'ospitalità di zone più al passo con i tempi. Ben presto, furono chiuse intere ale della grande struttura, per cercare di contenere i crescenti costi e soprattutto tutelando i pochi ospiti da eventuali pareti pericolanti o soffitti sull'orlo del collasso per le gravi perdite al sistema idraulico. Un vero e proprio inferno, ben lontano dalle immagine in bianco e nero che restituivano ambienti di lusso, arredati con mobili pregiati e affollati da eleganti figure di donne agghindate a festa e uomini lustri e tirati a puntino. Nonostante i numerosi e frequenti interventi di manutenzione, le cose non miglioravano e soprattutto nulla impedì che avvenisse la tragedia... Maria, l'unica amata figlia dei signori proprietari, volendo raggiungere il salone delle feste per il grande banchetto di Capodanno dell'anno 1950 e sua effettiva entrata in società, si servì dell'ascensore dell'ala est, rovinando per più di quattro piani, nella tromba di questo. Il suo corpo esanime fu trovato proprio dal signor Putti, che mai riuscì a darsi pace per quanto accaduto, ritenendosi direttamente responsabile del mancato funzionamento della macchina. Quel tanto moderno aggeggio, che i suoi genitori avevano così insistentemente voluto all'interno del loro lussuoso albergo, aveva ammazzato la loro unica figlia e gettato l'intera famiglia nella più completa e fosca disperazione. 
Da allora tutti sostenevano che il fantasma della giovane girovagasse nelle stanze e nelle sale vuote del vecchio edificio, piangendo la perdita della sua esile vita e del suo splendido hotel. Ciò che più stupì, fu la scomparsa del Signor Putti, il quale, ormai ricoverato nell'ospizio locale, morì nelle stesse circostanze della figlia dei suoi padroni. Inspiegabilmente, anche il nonno di Mila, ormai molto anziano e con una salute ormai precaria, passò a miglior vita in condizioni simili, a un anno di distanza dall'amico, nella casa che ancora oggi abitava la sua dolce compagna. Sembrava che un lungo filo rosso attraversasse gli anni e ricollegasse una serie di fatti e... persone. 

Un brivido percorse la schiena di Mila che, gettando uno sguardo all'amica, trovò un viso impallidito, nascosto dal bordo della coperta di cotone. Paura o no, era ora di andare. Jules fece uno squillo a Balù, un ragazzotto con cui usciva in paese e che conosceva da una vita e che tanto ricordava l'orso della Disney. Balù rispose con un sms, il trillo fece trasalire Chicca che rovesciò la Coca che stava versando in una gigante tazza da tea:

"Sono qua sotto, frà."

Uscirono verso le 23.30, per essere certi che eventuali parenti non fossero in zona. Avevano una torcia ciascuno e per star più tranquilli, Balù portò anche le luci da pesca usate da suo nonno per la pesca in notturna al lago. Si avviarono lungo una brillante strada nera, illuminata dalle luci dei lampioni, deserta e fredda.

Giunti all'hotel, decisero di entrare dal retro, dal lato che costeggiava il percorso ciclabile, sarebbe stato più sicuro, nonostante fosse più pauroso... non si vedeva quasi nulla. Mila scavalcò per prima, seguita da Jules, quindi da Chicca. Balù si fece attendere un pochino, la sua stazza non gli permetteva di essere troppo agile e veloce e le due amiche ridacchiarono sotto i baffi. Il parco era buio e umido. Le esili luci dei vecchi lampioni della ex-ferrovia riuscivano a malapena ad illuminare il perimetro, più in là era il buio completo. Per non attirare l'attenzione, decisero di procedere fino all'interno senza accendere le torce. Calpestandosi a vicenda e inciampando nelle grosse radici, raggiunsero il lato dell'hotel che presentava una piccola apertura, una bocca di lupo delle cantine, da dove Balù non sarebbe mai riuscito a passare. Dovevano dividersi. Chicca, così schifiltosa, vedendo qualche ragnatela sul bordo del passaggio, lasciò proseguire Mila con il fratello e decise di aspettare con Balù, che gli altri due forzassero qualche porta o alzassero una persiana dell'ingresso. Da buon cavaliere, Jules scivolò per primo nell'angusta feritoia e fu subito ingoiato da un buio ancora più fitto di quello che già accerchiava i quattro avventurieri. Da sotto arrivò la sua voce rassicurante e un fascio di luce, smorzato dal cappellino. Mila si fece coraggio e sedendosi sul bordo, si sentì prendere da Jules e si lasciò cadere. Erano dentro. La puzza di muffa e umidità era fortissima. Un fitto strato di polvere e ragnatele rivestiva ogni cosa: vecchi tavoli accatastanti, poltroncine coperte da pesanti teli damascati, damigiane vuote, addirittura un piccolo calesse. Tutto appariva color seppia, giallastro per il cono di luce della torcia, così sottile rispetto a quell'ambiente enorme. Avanzarono nella sala, alla ricerca delle scale per accedere al piano terra. Si muovevano vicini e dopo qualche passo, Jules prese la mano di Mila. Finalmente trovarono le scale, anguste e ripide. Lo scricchiolio di un gradino fece stringere le loro mani ancora più forte. Sbucarono al piano terra, anche se il passaggio era ricoperto da un pesante arazzo, probabilmente uno dei rimasugli dellle aste che fino a qualche anno prima si tenevano all'interno dell'hotel, per sbarazzarsi della chincaglieria che era rimasta, cercando di racimolare qualche soldo. Si trovarono in un lungo e ampio corridoio, su cui si affacciavano... innumerevoli porte in vetro e legno. Puntando le torce in avanti, il riflesso sui vetri dava l'impressione che ci fosse qualcuno in quelle sale, nascoste dietro le porte. I due ragazzi procedevano lentamente, guardandosi più volte le spalle. Fuori Chicca continuava a sbuffare, chiacchierando continuamente, per riempire quel vuoto che era così spaventosamente fermo, incolore e privo di vita. Dopo qualche minuto, Jules notò che la stanza si apriva e un po' di luce filtrava dall'alto, attraverso alcune vetrate, su cui ancora era leggibile l'insegna del vecchio hotel. Erano nel salone di ingresso. Un immenso scalone in marmo bianco si ergeva alle loro spalle, intrecciandosi in due imponenti rampe di scale, che continuavano a salire verso i piani più alti, dove risiedevano i proprietari. Jules cercò di sollevare una delle tapparelle, ma dopo qualche centimetro, la vecchia corda si sfilacciò facendo ricadere con un pesante tonfo la tapparella. Balù sobbalzò, risvegliandosi dal torpore in cui era caduto con le chiacchiere di Chicca. Corsero entrambi in direzione del rumore e sentirono che gli amici si trovavano dall'altra parte della finestra. Balù recuperò una sedia in ferro dalla veranda, mentre Jules tentò la fortuna con la tapparella di fianco alla prima. Una volta che fu sollevata di mezzo metro, Balù piazzò sotto la sedia, così da garantirsi una via di fuga, quando sarebbero usciti.
Si trovavano al centro dell'hotel, sopra di loro un grande, grandissimo lampadario in ferro battuto ricadeva dal soffitto. Un tempo doveva essere stato un luogo... maestoso. Il solo lampadario non sarebbe entrato nell'appartamento di Jules! Davanti a loro, la serie di gradini bianchi. Decisero di portarsi nell'ala est, dovevano trovare l'ascensore.


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La parola di oggi:

Vetusto - Vecchio, antico, superato, datato.