Dopo la scuola, Agostino si avviò verso casa da solo, mangiucchiando qualche fetta di mela essiccata. Era l'unica frutta che riuscisse a mangiare. Mentre camminava con un piede davanti all'altro lungo il filare di pioppi che lo conduceva al borgo, qualcosa distrasse i suoi pensieri. C'era una figura rossa che attraversava i campi di granoturco. Era uno svolazzare nel vento del pomeriggio, un movimento fluido e regolare, non troppo veloce. Sgranando gli occhi, Agostino riconobbe lei: Alice.
Ora, un bambino della sua età non avrebbe MAI potuto ammettere nemmeno a se stesso di avere un debole per una femmina. Le femmine sono fiocchi e stupidaggini, passano il tempo a ridacchiare in gruppo e Agostino proprio non le capiva. Però lei era strana, aveva qualcosa che le altre bambine non avevano. Però i maschi si interessavano di lucertole e rane, biciclette e motori, battaglie e fortini. Mica di femmine. Stava correndo verso il borgo, ma non stava sulla strada, lei attraversava il campo. Ogni tanto si fermava, chissà a fare cosa. Era tutto intento a guardarla, che non si accorse di aver lasciato la strada e aver preso a camminare sulla terra morbida e riversa del campo. La osservava: aveva una mantellina rossa, una di quelle che non se ne vedono più in giro. Portava dei calzoncini corti in jeans e delle scarpe da ginnastica di tela. Una camicia bianca con dei piccolissimi fiori rossi annodata sul ventre, i capelli biondi spettinati, raccolti in una coda che ne lasciava scappare la maggior parte sul viso. Era bella. Molto bella. Alice. Forse avrebbe potuto fare una corsa e raggiungerla, ma si! Avrebbero fatto insieme la strada verso casaaaaaaaaaahhhhhhhhhh!!!
Dove era finito?
Agostino si tocco la testa, le braccia. Era tutto intero. Si guardò intorno e non vide nulla. Buio. Lo prese il panico, forse era finito in un pozzo, ma in quel momento alzò lo sguardo e una luce rassicurante gli colpì gli occhi, costretti a chiudersi per riabituarsi a quell'energia positiva. Quando li riaprì, un cielo turchino lo sovrastava e delle grosse, spumose nuvole bianche come panna attraversavano quello cerchio di cielo che riusciva a scorgere. Era come se fosse caduto in una buca, la cui cima era ornata da un'elegantissima balaustra di marmo bianco, con decori scuri e intagli raffinati. Sforzandosi di vedere meglio, notò che su quella balconata circolare c'era qualcuno. Agostino guardò meglio, ma gli occhi non lo tradivano: sul bordo del balcone, un pavone se ne stava appollaiato tranquillamente, mentre dei bambini gli ridacchiavano attorno, facendo capolino fra i marmi lucidi e lisci. Notò soltanto in un secondo momento che quei bambini erano nudi e... avevano le ali! Erano angioletti giocherelloni, ma con loro c'era anche una donna. Era bellissima. Portava i capelli raccolti sulla nuca, proprio come la principessa del drago e il suo sorriso delicato sembrava irradiare tutta la luce che giungeva fino a lui, in fondo alla buca. Attorno a lei, c'erano le sue damigelle che ridevano scioccamente. Le stava accanto una donna nera e impassibile, che sembrava proteggerla da qualsiasi cosa le fosse intorno. Ad un tratto, la dama gettò lo sguardo su Agostino, che arrossì senza motivo e abbassò la testa nel buio. La dama sembrò preoccuparsi molto e prese a strattonare la donna al suo fianco che, senza scomporsi, scomparve e ricomparì con una corda che calò nella buca. Agostino vi si aggrappò e si sentì trascinare dolcemente verso l'alto, verso la luce.
Aprì gli occhi e vide suo padre che lo fissava preoccupato, attorniato da un sacco di altra gente. Gli spiegarono che era inciampato in un vecchio pioppo caduto la notte precedente, a causa del forte vento, e che probabilmente aveva picchiato la testa e perso i sensi. Già. Ma era già la seconda volta quel giorno...
Il suo babbo lo prese per mano e lo riaccompagnò a casa. Mentre camminavano, la mente del babbo si affollò di pensieri... chissà se lo stava crescendo bene, se avesse tutto quello di cui aveva bisogno. L'affetto della sua mamma sicuramente gli mancava e lui non poteva proprio farci nulla. Agostino, come se leggesse i suoi pensieri, lo guardò e gli disse: - Ti voglio bene papà - .
Benvenuti! La Baita di Vetro è il rifugio dopo una lunga camminata, è la tazza fumante di te, la fetta di torta e il piumone piegato sul letto, dopo aver trascorso la serata con il naso all'insù fra le stelle.
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17.3.14
I sogni di Agostino - La mamma e il lanciatore di coltelli
In un paesino disperso fra le dolci colline toscane, abitava Agostino, un bambino di 8 anni vivace e con due grandi occhi verdi che spiccavano sul suo incarnato bruno e olivastro. Il suo papà lavorava come sagrestano nella Parrocchiale del paesino e si occupava anche delle altre 6 chiese, delle 15 cappelline e delle stazioni decorate delle due vie-crucis che il comune di nemmeno 1000 anime vantava. Ovviamente c'era poi il santuario. La mamma di Agostino, invece, era partita già da qualche anno per inseguire il suo sogno: diventare la donna del lanciatore di coltelli, per provare quell'ebrezza adrenalinica che solo la paura può garantire. Le chiacchiere in paese raccontavano altro, ma questa è un'altra storia. Dopo la partenza di Ortensia, questo era il nome della mamma, il papà di Agostino dovette rinunciare al suo sogno e cercare di guadagnarsi da vivere per permettere a lui e al bambino di avere un'esistenza dignitosa. Questo però non era sufficiente per quell'omino laborioso e instancabile, perché in cuor suo restava un desiderio grande: far studiare il suo figliolo e garantirgli un avvenire roseo e di successo, quello che lui non aveva potuto nemmeno rincorrere. La Ortensia gli rubò il cuore quando ancora erano due ragazzini e l'annuncio dell'arrivo di Agostino affrettò i preparativi delle nozze di quei due bambinetti o poco più. Gia' allora la sua attività di pittore passò in secondo piano, perché era necessario un lavoro più redditizio per mantenere la nuova famigliola e così il babbo iniziò a lavorare nella fabbrica di guanti di pelle giù in città. Ogni mattina se ne partiva con la sua bicicletta un po' scassata, con lo zaino in spalla, dove custodiva il suo pranzo e uno dei suoi quaderni per fissare uno dei fiori del cortile, un passero attratto dalle briciole del suo panino o qualsiasi altra scena che colpendo il suo sguardo, avesse potuto tracciare a colpi di carboncino. Il lavoro era pesante, ma non si lamentava mai e quando tornava a casa, aveva sempre un sorriso per la sua Ortensia e energie per i giochi con il suo Agostino. Quando lei se ne andò, la casa e il bambino necessitavano la sua presenza e il lavoro in città lo teneva via troppo tempo. Così, liberatosi il posto di sagrestano, lo accettò con umiltà e riconoscenza. Le sue mansioni erano le più svariate: spazzare, lustrare, raccogliere le offerte, allestire la chiesa a festa, disallestire la chiesa, parare a lutto, portar fiori e ciotole da una cappella all'altra, contar particole, suonar le campane, riporre i lumini, cantare alla Messa ecc... C'era sempre da fare, ma ogni tanto, nella tranquillità delle prime ore della mattina, quando ancora la notte non se n'era andata del tutto, c'era una cosa che il sagrestano amava del suo lavoro. A quell'ora, quando fuori ancora era buio, si concedeva un piccolo lusso che il prevosto non avrebbe mai approvato: sgattaiolando in sagrestia, dal pannello elettrico accendeva le sole luci che illuminavano le grandi pale d'altare, solo quelle, lasciando nel buio completo il resto della Parrocchiale. Tornando in chiesa lo spettacolo era maestoso: le grandi e imponenti tavole dei maestri del '400 risplendevano sotto la luce che ne valorizzava la perfezione e l'uso sapiente del colore. Che delizia per gli occhi di quel povero pittore mancato! Grandi opere tutte per lui. Ogni tanto, quando il parroco era via per qualche pellegrinaggio o in città per le visite in Curia, anche Agostino era invitato a quello spettacolo privato. Lo andava a svegliare da quel suo sonno sereno, quello che solo i bambini possono dormire, per poi caricarselo sulle spalle ancora mezzo addormentato e portalo in chiesa, dove gli svelava i segreti della prospettiva, delle sfumature o i significati delle allegorie. Agostino non ci capiva un granché e non capiva come mai si dovesse andare tanto presto a vedere quelle pitture che se ne stavano tutto il giorno appese al loro posto, senza muovere un passo.
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2.4.13
Pronti per una nuova storia?
E' PrIMaVERa!
Ci siamo lasciati le uova e ormai anche le vacanze alle spalle, così domani ritorniamo con una nuova storia!
Ci saranno due protagonisti molto singolari :)
Nessuna anticipazione!
Per ora, buon ultimo giorno di vacanza.... godetevelo e fate qualcosa di speciale:
- cacciare farfalle
- saltellare nelle pozzanghere con gli stivali da pioggia
- fare una squisita torta con le uova di cioccolata
- costruire una casetta per i pipistrelli
- fare una lunga corsa a perdifiato
- visitare un luogo speciale, come una misteriosa grotta
- preparare il terreno per il vostro orticello
A domani!
21.7.11
Diario di un folletto senza lavoro
Caro diario,
oggi non ce la faccio proprio più!
Una volta c'erano principesse con lunghi capelli biondi, setosi e lucenti, in grado di ammaliare anche i cattivi peggiori con la loro dolcezza e con uno dei loro sorrisi. Oggi non è più così.
oggi non ce la faccio proprio più!
Una volta c'erano principesse con lunghi capelli biondi, setosi e lucenti, in grado di ammaliare anche i cattivi peggiori con la loro dolcezza e con uno dei loro sorrisi. Oggi non è più così.
Una volta le fiabe inziavano con c'era una volta, ma oggi, già l'altro ieri è passato remoto dimenticato e sepolto.
Una volta i principi erano azzurri, portavano piume sul cappello e cavalcavano bianchi destrieri. Oggi hanno occhiali scuri, non si lavano e montano in sella a moto elaborate e aerografate.
Una volta i cattivi vestivano di nero, avevano i capelli mesciati di verde e labbra viola, oggi si chiamano cantanti e hanno milioni di spettatori.
Il mondo non è più quello di una volta e per un folletto la vita è davvero difficile. Non ti senti al passo con i tempi e non sai se potrai ancora interessare ai bambini, che non credono più a nulla se non lo vedono sui loro canali satellitari o dentro al game-boy advanced. La scorsa settimana sono stato invitato in un asilo e quando mi sono presentato al mio pubblico, indossando il mio abito dell'Alto Ordine dei Folletti Magici da Soffitta... sono stato deriso da tutti i bambini presenti! Le scarpe con la punta arrotolata non vanno più di moda, come del resto, i cappelli a punta!
Inoltre, le principesse sono insopportabili. Una volta eravamo i loro compagni di giochi, passavamo intere giornate a pettinare i pony e a rincorrere i nani nella foresta, ma ora... Non fanno altro che fotografarsi in pose assurde, per il loror profilo su facebook e colorarsi le unghie di nero! Antipatiche...
Non si capisce più niente, le streghe sono idoli e le principesse diventano brutte e piene di brufoli, le regine soffrono di crisi di panico e i re annegano le proprie sofferenze nella birra, imitando Homer Simpson. Per noi folletti è frustrante.
Non avevo altra scelta che affidare i miei pensieri a te, caro diario, raccontandoti quante stranezze sia costretto a vedere ogni giorno, nella mia vita di folletto senza lavoro, io, un disoccupato.... da non credere! Costretto ad accettare i lavori più disastrosi, come fare da preda alle gare di Agility Dog! Che tristezza! E quegli usurai dei gufi che non mi permettono più un danaro di dilazione dal mio prestito per pagare il mio piccolo nido da folletto... sgangherato e umido, quasi quasi sarebbe meglio trasferirsi da Shreck nel suo putrido laghetto da orco!
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La parola di oggi
Agility Dog -
18.6.11
La lumaca e il Bengala -- rivisitazione de La lepre e la tartaruga
C'era una volta la piccola lumaca Gilda. Gilda era una lumachina molto affascinante, tutta lucida e con uno splendido guscio sulle tonalità del tortara, fino a un caldo nocciola intenso.
Con le amiche trascorreva i suoi pomeriggi sulle foglie di lattuga e fra un morsichino l'altro, chiacchierava spensierata dei suoi sogni e dei pettegolezzi della scuola. Altre volte, quando la mamma glielo permetteva, si allontanava un po' di più, per raggiungere il Parco dei Ciuffi di Carote, dove andavano i lumaconi più grandi: c'erano tante boutique di trucchi per lumache, come la terra bagnata dell'orto, la crema di sabbia fine esfolliante e varie lozioni a base di rugiada, per un manto sempre splendente. Gilda adorava quel posto! Tuttavia, anche se Gilda amava passare il suo tempo libero con le amiche, sotto gli sguardi languidi dei lumaconi, lei era molto diversa da tutte le sue compagne...
A scuola era molto brava, si può dire che fosse una vera e propria secchiona. Sempre attenta, sempre preparata e sempre puntuale nelle consegne (e nell'entrata a scuola, che per una lumaca non è poco!). C'era però una materia che Gilda adorava davvero, contrariamente a tutte le sue compagne di scuola: Educazione Fisica. Niente l'appassionava più dello sport, del misurarsi e superare sempre i suoi piccoli limiti di lumachina. Sudare per ottenere un buon risultato in una disciplina sportiva era per Gilda una grandissima gioia, forse anche perché era l'unica materia in cui doveva davvero impegnarsi per eccellere rispetto agli altri. Da questa passione nasceva anche il suo sogno, la sua speranza e il suo progetto: correre la maratona di New Ort, l'indiscussa prova di forza e resistenza di ogni vero sportivo.
Nonostante fosse molto brava, Gilda non si vantava mai delle sue capacità sportive e questo la premiava ancora di più. Completava le sue prove, sorrideva alle premiazioni e portava i suoi trofei a casa dove la mamma, per premiarla, le preparava uno sformato di lattuga, il suo piatto preferito. Ovviamente, per ottenere quelle vittorie, la lumachina lavorava sodo... dopo aver finito i suoi compiti, che ci fosse il sole, la pioggia o la neve, Gilda usciva per fare un po' di allenamento, misurando la sua prestazione con il suo iPod.
Poi, un bel giorno di sole, arrivò il tempo di correre la sua sfida: la grande maratona di New Ort. Già di buon mattino, Gilda si presentò al banco della registrazione, dove le fu consegnata la sua pettorina con il numero 55, il cestino con la merenda dello sportivo e il gadget a ricordo della giornata. Più tardi arrivarono anche gli altri concorrenti, ansiosi di misurarsi nella fatidica prova. Mentre Gilda si preparava alla gara con qualche esercizio, uno dei concorrenti si fece largo fra la folla, con la sua tutina super firmata e scarpe da corsa dell'ultimo modello. Si trattava di un bellissimo gatto Bengala, che tutto impettito, dava prova della sua preparazione sfoggiando muscoli definiti da un apposito olio. Il gatto era molto sicuro di se e qualcuno sussurrò che quello avrebbe potuto essere uno dei vincitori. Gilda non ci fece nemmeno caso.
Al momento del via, tutti si ammassarono alla partenza, con i cuori palpitanti per l'emozione. Il giudice incaricato fischiò fortissimo inaugurando la maratona e tutto il gruppo cominciò a muoversi. Dopo i primi chilometri, la corsa ebbe la meglio su molti concorrenti, che esausti si ammassavano sul ciglio del percorso. Al primo punto di ristoro, giunse appena la metà degli iscritti e fu solo in quel momento che gli occhi di Gilda incontrarono quelli del Bengala, che per poco non la calpestò, cercando di accaparrarsi un bicchiere di fresca e rigenerante menta piperita e acqua del ruscello. Gilda non bevve nemmeno una sorsata, ma continuò la sua gara, mostrando la sua altissima capacità di resistenza e costanza. Il gatto sembrava meno fresco e cominciò ad accusare i primi segni di stanchezza: l'olio spalmato sul suo mantello lo faceva sudare più del dovuto e l'abbondante bevuta cominciò a dargli qualche problema alle zampe...
Ormai in prossimità del traguardo, i concorrenti erano soltanto una manciata. Rimaneva il bengala, la piccola Gilda, una coppia di scoiattoli e un cerbiatto. Il gatto Bengala vendendo che anche i due scoiattoli abbandonarono il tracciato, trovandosi in vantaggio da solo, decise di ricorrere al suo segreto. Rimasto in gara con la sola lumaca, si sentì ormai vincitore. Nonostante la sua avversaria era notoriamente l'animale più lento del bosco, Gilda si difendeva bene, stando alle calcagna del suo presuntuoso amico. In evidente difficoltà, il gatto decise di ricorrere al suo segreto e da sotto la pettorina, estrasse una piccola bustina, con una dose potente di vitamine gialle, un concentrato di energia. Non appena ne ingoiò il contenuto, il gatto scattò in avanti, lasciandosi alle spalle la piccola lumca. Il vantaggio era così evidente, che per beffarsi della piccola concorrente, il gatto Bengala si fermò, mimando agli spettatori la lentezza dell'avversaria. Ma mentre si burlava della lumaca, guadagnando il sorriso e gli applausi del pubblico, non si rese conto che Gilda era ormai sulla linea rossa del traguardo. Disperatamente, il gatto si rimise in marcia, ma ormai in ritardo per superare per primo l'arrivo, anche perchè sopraffatto dai dolori dell'acido lattico che si era formato nei suoi muscoli. La sua fatica fu tale, che il piccolo cerbiato, riuscì ad avere il tempo di riconquistare il distacco e arrivare prima del gatto.
Gilda, in un timido sorriso, dalla vetta del primo posto, ricordò alla stampa:
- Chi va piano, va sano e va lontano!
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La parola di oggi:
Fatidica - in grado di rivelare ciò che il destino ha già previsto.
Con le amiche trascorreva i suoi pomeriggi sulle foglie di lattuga e fra un morsichino l'altro, chiacchierava spensierata dei suoi sogni e dei pettegolezzi della scuola. Altre volte, quando la mamma glielo permetteva, si allontanava un po' di più, per raggiungere il Parco dei Ciuffi di Carote, dove andavano i lumaconi più grandi: c'erano tante boutique di trucchi per lumache, come la terra bagnata dell'orto, la crema di sabbia fine esfolliante e varie lozioni a base di rugiada, per un manto sempre splendente. Gilda adorava quel posto! Tuttavia, anche se Gilda amava passare il suo tempo libero con le amiche, sotto gli sguardi languidi dei lumaconi, lei era molto diversa da tutte le sue compagne...
A scuola era molto brava, si può dire che fosse una vera e propria secchiona. Sempre attenta, sempre preparata e sempre puntuale nelle consegne (e nell'entrata a scuola, che per una lumaca non è poco!). C'era però una materia che Gilda adorava davvero, contrariamente a tutte le sue compagne di scuola: Educazione Fisica. Niente l'appassionava più dello sport, del misurarsi e superare sempre i suoi piccoli limiti di lumachina. Sudare per ottenere un buon risultato in una disciplina sportiva era per Gilda una grandissima gioia, forse anche perché era l'unica materia in cui doveva davvero impegnarsi per eccellere rispetto agli altri. Da questa passione nasceva anche il suo sogno, la sua speranza e il suo progetto: correre la maratona di New Ort, l'indiscussa prova di forza e resistenza di ogni vero sportivo.
Nonostante fosse molto brava, Gilda non si vantava mai delle sue capacità sportive e questo la premiava ancora di più. Completava le sue prove, sorrideva alle premiazioni e portava i suoi trofei a casa dove la mamma, per premiarla, le preparava uno sformato di lattuga, il suo piatto preferito. Ovviamente, per ottenere quelle vittorie, la lumachina lavorava sodo... dopo aver finito i suoi compiti, che ci fosse il sole, la pioggia o la neve, Gilda usciva per fare un po' di allenamento, misurando la sua prestazione con il suo iPod.
Poi, un bel giorno di sole, arrivò il tempo di correre la sua sfida: la grande maratona di New Ort. Già di buon mattino, Gilda si presentò al banco della registrazione, dove le fu consegnata la sua pettorina con il numero 55, il cestino con la merenda dello sportivo e il gadget a ricordo della giornata. Più tardi arrivarono anche gli altri concorrenti, ansiosi di misurarsi nella fatidica prova. Mentre Gilda si preparava alla gara con qualche esercizio, uno dei concorrenti si fece largo fra la folla, con la sua tutina super firmata e scarpe da corsa dell'ultimo modello. Si trattava di un bellissimo gatto Bengala, che tutto impettito, dava prova della sua preparazione sfoggiando muscoli definiti da un apposito olio. Il gatto era molto sicuro di se e qualcuno sussurrò che quello avrebbe potuto essere uno dei vincitori. Gilda non ci fece nemmeno caso.
Al momento del via, tutti si ammassarono alla partenza, con i cuori palpitanti per l'emozione. Il giudice incaricato fischiò fortissimo inaugurando la maratona e tutto il gruppo cominciò a muoversi. Dopo i primi chilometri, la corsa ebbe la meglio su molti concorrenti, che esausti si ammassavano sul ciglio del percorso. Al primo punto di ristoro, giunse appena la metà degli iscritti e fu solo in quel momento che gli occhi di Gilda incontrarono quelli del Bengala, che per poco non la calpestò, cercando di accaparrarsi un bicchiere di fresca e rigenerante menta piperita e acqua del ruscello. Gilda non bevve nemmeno una sorsata, ma continuò la sua gara, mostrando la sua altissima capacità di resistenza e costanza. Il gatto sembrava meno fresco e cominciò ad accusare i primi segni di stanchezza: l'olio spalmato sul suo mantello lo faceva sudare più del dovuto e l'abbondante bevuta cominciò a dargli qualche problema alle zampe...
Ormai in prossimità del traguardo, i concorrenti erano soltanto una manciata. Rimaneva il bengala, la piccola Gilda, una coppia di scoiattoli e un cerbiatto. Il gatto Bengala vendendo che anche i due scoiattoli abbandonarono il tracciato, trovandosi in vantaggio da solo, decise di ricorrere al suo segreto. Rimasto in gara con la sola lumaca, si sentì ormai vincitore. Nonostante la sua avversaria era notoriamente l'animale più lento del bosco, Gilda si difendeva bene, stando alle calcagna del suo presuntuoso amico. In evidente difficoltà, il gatto decise di ricorrere al suo segreto e da sotto la pettorina, estrasse una piccola bustina, con una dose potente di vitamine gialle, un concentrato di energia. Non appena ne ingoiò il contenuto, il gatto scattò in avanti, lasciandosi alle spalle la piccola lumca. Il vantaggio era così evidente, che per beffarsi della piccola concorrente, il gatto Bengala si fermò, mimando agli spettatori la lentezza dell'avversaria. Ma mentre si burlava della lumaca, guadagnando il sorriso e gli applausi del pubblico, non si rese conto che Gilda era ormai sulla linea rossa del traguardo. Disperatamente, il gatto si rimise in marcia, ma ormai in ritardo per superare per primo l'arrivo, anche perchè sopraffatto dai dolori dell'acido lattico che si era formato nei suoi muscoli. La sua fatica fu tale, che il piccolo cerbiato, riuscì ad avere il tempo di riconquistare il distacco e arrivare prima del gatto.
Gilda, in un timido sorriso, dalla vetta del primo posto, ricordò alla stampa:
- Chi va piano, va sano e va lontano!
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Fatidica - in grado di rivelare ciò che il destino ha già previsto.
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