Scrivere è sempre nascondere qualcosa, in modo che poi venga scoperto.

- Italo Calvino -

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11.5.15

La signora Vasca e i tre faggi

C'era una volta una Vasca da bagno in ghisa, smaltata di bianco ed esterno verniciato bianco latte. Aveva quattro zampe leonine in ottone lucido e se ne stava accucciata in un vecchio bagno piastrellato di verde. Sopra di lei, le piastrelle erano state dipinte e un grande bosco lussureggiante allietava gli ospiti della signora Vasca da bagno.
Gli ospiti erano diversi: un bambino rosa e piccolissimo, che entrava da lei in compagnia di un'anitra galleggiante. Una bambina dai boccoli di rame e dalla pelle bianca quanto lo smalto della signora Vasca. Un vecchio barbuto e bruno, pieno di rughe e pieno di motivi di cui lamentarsi. Una donna robusta che lavava se stessa e il bambino, oltre alla signora Vasca che, per questo, le era molto grata. Un bambino sempre sporco di terra, erba e patacche di marmellata rinsecchita. 
La signora Vasca era stanca e demotivata. Non le bastava più ascoltare le canzoni dei suoi ospiti, i monologhi che tenevano fingendo le situazioni più Assurde. Lei voleva andarsene. Una mattina mentre la donna robusta spazzava il pavimento realizzò un qualcosa di fenomenale: lei aveva i piedi. Subito stiracchiò le sue zampette in ottone, si pompò di coraggio e bolle e proclamò solennemente: io partirò! 
La signora Vasca si mise in viaggio e attraversò dapprima il corridoio, quindi le scale ed infine la strada. Era nel mondo. Davanti a lei una stradina portava a un bosco proprio come quello delle piastrelle! Si mise in cammino e per giorni vide alberi, salutò ruscelli, incontrò animali e ne portò qualcuno con sé. Una volpe dalla coda lunga e voluminosa fece un tratto di strada con lei e, con la scusa di guidarla verso il bosco delle piastrelle, scroccò un passaggio gratis al suo interno. 
Dopo giorni di cammino la signora Vasca era esausta e decise di fermarsi. Era giunta su una collina dove, tre imponenti alberi la fissavano ombrosi. Il primo, quello a sinistra, le guardava i piedi. Il secondo stava cantando e non sembrava non aver fatto caso a lei. Il terzo le chiese chi fosse. 
- Buongiorno, io sono Vasca, voi chi siete? - sussurrò timida.
- Noi siamo i tre Faggi - rispose il terzo - Che ci fai qui? - continuò.
- Sono partita per un viaggio, per trovare un bosco che era dipinto a casa mia e che mi sembrava bellissimo, poi una volpe...
- Non puoi stare qui. C'è spazio solo per noi. - Disse il primo Faggio, quello che le aveva guardato i piedi.
La Vasca guardò la collina: non era poi tanto piccola. Il primo Faggio sembrò capire i suoi pensieri e si fece minaccioso, gracchiando che non poteva restare in quel luogo e che senza un permesso avrebbe dovuto sloggiare. Lei guardò implorante gli altri due, ma uno se ne stava intento a cantare e l'altro distolse lo sguardo. La Vasca non sapeva dove andare. Si trovava in un luogo lontano da casa, c'era un'aria di pioggia e cominciava ad avere paura. Era sola. Decise di tornare un pochino indietro sul sentiero, forse nel bosco avrebbe trovato riparo. Iniziò a piovere e le venne da piangere, ma tirò su con il suo tubo/naso e trattenne le lacrime. Aveva voluto partire e doveva sapere che qualcosa poteva andare storto! Non poteva e non voleva piangere, lei era una vasca adulta. In quel momento, qualcosa di un azzurro indescrivibile brillò fra gli alberi. Ancora accecata da quel bagliore, quando riuscì a vedere qualcosa, non poté credere ai suoi rubinetti: era un Elfo dell'ordine stellare di Wlonc. Era bellissimo. Una figura snella e alta, indossava un abito azzurrissimo con rifinitura dorate e il suo incarnato perfetto sembrava risplendere nella notte. I suoi occhi erano ancora più azzurri dell'azzurro e davvero erano luminosi! La Vasca restò impietrita e l'Elfo la accarezzò, dicendo:
- Non temere amica. Qui nel bosco la vita è dura e i suoi abitanti temono ciò che non conoscono. Ecco perché non hanno saputo accoglierti. Ho qui il permesso per restare sulla collina, se è quello il posto che ti piace, potresti lavorare come abbeveratoio per i miei pony e avresti le serate libere per cacciare le stelle e i sogni. Cosa ne pensi? -
La Vasca non stava più nella sua vernice e accettò la proposta felice come una doccia all'aperto! Come il sapone che scivola sul pavimento, come le bolle che scappano nell'aria! Aveva un suo posto e aveva un lavoro. Poteva guadagnarsi da vivere e inseguire le sue passioni quando era libera. Dopo qualche tempo, persino i tre Faggi diventarono suoi amici e molti furono i pomeriggi trascorsi a chiacchierare delle grandi Domande con loro. Oggi la Vasca è ripartita per un nuovo viaggio e di lei si sono perse le tracce. Per ricordarla, i Pony eressero un monumento attorno al suo posto, che ancora oggi domina la collina dei tre Faggi.







7.8.14

Il Folletto dei Calzini

C’era una volta, all’ombra del Resegone, un piccolo paesino adagiato in una conca verde e fiorita. Le montagne proteggevano la cittadina da tempo: prima dalle scorribande dei popoli del nord, sempre alla ricerca di guai, poi dalle truppe del sultano, avido di potere e desideroso di nuove conquiste. Inoltre, si raccontava che le montagne fossero una protezione magica del Grande Essere Obrun, la divinità degli antichi popoli del posto, contro l’Uragano Zino, uno fra i tanti tentativi del cattivissimo, crudele, spietato Bigione, il potente e malefico mago della Grigna. La lotta tra il Grande Essere Obrun e Bigione era una leggenda che ancora si narrava nelle lunghe sere d’inverno. I nonni raccontano che da piccoli la ascoltavano attorno al fuoco, oppure nelle stalle dove il calore degli animali li riscaldava dal gelo della neve e della tormenta. Oggi capita sempre meno di ascoltare queste storie vecchie, ma alcuni bambini si divertono ancora a sentirle narrare dai propri nonni o animate dai personaggi del teatrino delle marionette. Ad ogni modo, la protezione che le montagne avevano da sempre garantito faceva sì che la gente gli fosse affezionata e ne prendesse cura, pulendone i sentieri, rispettandone l’ambiente , evitandone il degrado e l’abbandono. Gli abitanti del paesino vivevano di ciò che quella terra gli offriva: prati verdi e ricchi di nutrimento per le loro bestie, da cui ricavare un latte buonissimo e fresco ogni giorno, adatto per preparare ottimi formaggi; boschi ricchi di grandi alberi per fabbricare mobili pregiati; una sorgente zampillante con proprietà benefiche da imbottigliare e vendere anche in pianura. Una terra ricca e tranquilla, in cui la vita trascorreva in maniera semplice e i bambini giocavano per le strade in un vociare allegro. Non c’erano pericoli e le battaglie di guardie e ladri venivano disputate vicino alla cascata della Troggia, il prezioso e ambito premio destinato ai vincitori. Ogni bambino del paesello sognava di conquistare la Troggia almeno una volta. Il piccolo Riccardo non era da meno. Riccardo era un bimbo gracile, esile, più piccolo dei suoi compagni. Aveva grandi occhi azzurri e un viso coperto da lentiggini color nocciola. I suoi capelli erano ramati e liscissimi, sottili come fili da cucito. Riccardo portava il nome di un grande re conosciuto per il suo immenso coraggio: Riccardo cuor di leone. La sua mamma aveva scelto questo nome perché il suo cuore era piccino e debole così sperava che potesse diventare forte e robusto, permettendo al piccolo Riccardo di dare prova di tutto il suo coraggio! Date le sue condizioni, Riccardo non poteva uscire a giocare spesso quanto i suoi compagni. I pochi pomeriggi di sole, quando il bosco risultava meno umido del solito, Riccardo aveva il permesso di raggiungere gli altri bambini che, non si dimostravano mai troppo entusiasti di farlo entrare in una squadra. Riccardino, così lo chiamavano tutti, non era troppo veloce nella corsa, si stancava in fretta e risultava perciò un compagno troppo debole. Lui se ne accorgeva e ci provava in tutti i modi a correre più forte che poteva a resistere per fingere di non fare fatica, ma proprio non gli riusciva. Un giorno come tanti altri, Riccardino e compagni si erano ritrovati in paese, per una partecipare al torneo dei rioni che coinvolgeva bambini e adulti in avvincenti e appassionanti partite di calcio. Riccardino era in panchina, ma non aveva mancato per un solo minuto di incitare i suoi compagni, facendo un tifo appassionato. [ L’orologio del campanile segnava già la fine del primo tempo e l’arbitro fischiò la fine. Forse ci sarebbe stato tempo per lui nel secondo tempo della partita. Scesero negli spogliatoi festosamente dato che Emilio, un bambino in villeggiatura con i nonni, aveva segnato il gol del vantaggio. Emilio era forte, atletico, veloce… era proprio tutto quello che Riccardino avrebbe voluto essere. Dopo l’intervallo, ritornarono in campo, anche se il cielo prometteva pioggia a catinelle, viste le grosse nubi dense che si stavano raccogliendo sopra il paesino. Qualche curioso che si era fermato ai bordi del campo per vedere giocare i monelli, si scoraggiò e se ne tornò verso casa prima che quelle nubi scaricassero tutto il loro contenuto. La partita continuò e l’altra squadra cercava in tutti i modi il gol del pareggio, erano ben determinati a segnare e alla fine ci riuscirono. Sembrava una partita del campionato. L’arbitro, un ragazzino, si affannava qua e là per il campo, cercando ogni tanto di dare un morso a una delle merendine che si era infilato nelle tasche. Anche lui non era quel che si dice un bambino agile. Riccardino stava in piedi, ai bordi del campo, senza perdere di vista l’orologio del campanile e cercando di incontrare lo sguardo di Emilio, sperando che lo facesse entrare. Quello se ne stava in mezzo al campo, con una faccia tesa e lo sguardo fisso sul pallone. Non si sarebbe mai sognato di farlo entrare in un momento così delicato. ] Le lancette dell’orologio del campanile fecero il loro giro e scoccò l’ultimo minuto del secondo tempo: 1-1. Le due squadre tornarono negli spogliatoi abbattute e tristi. Il torneo era a scontri diretti, perciò si passava prima ai supplementari e poi ai rigori. Emilio spronò i compagni a darsi da fare, ma nemmeno i supplementari cambiarono la situazione. Si andava ai rigori. Riccardino, nel suo piccolo cuore malconcio, nutriva una speranza. Emilio la frantumò quando nominò i ragazzi che avrebbero calciato i rigori, ma questo non abbatté Riccardino che tifò fino alla fine i suoi compagni, che vinsero e si aggiudicarono così la finale… la finale! Non stavano nella pelle, cominciarono a correre per tutto il campo, abbracciandosi e ridacchiando, buttandosi a terra senza sentire la pioggia battente che aveva iniziato a cadere e usando le pozzanghere per saltarci a piè pari e ridere ancor più a crepapelle. Quando si ritrovarono tutti nello spogliatoio, le docce fumanti riempirono la stanza di vapore e il te caldo servito dall’organizzazione addensò quella nebbiolina, profumandola di limone. Al momento di rivestirsi però, avvenne qualcosa di inaspettato… tutti i calzettoni dei ragazzi erano stati tagliati! Sia sulle punte che sui talloni! Ma che scherzo era questo?? Riccardino, frugando nella sua borsa, notò che il suo paio di calze era intonso. Cercò di nasconderlo, ma Paolone, l’arbitro mangione, quasi soffocandosi mentre trangugiava un pangocciolo, si mise a urlare per far notare che le calze di Riccardino fossero state risparmiate dal taglio! Tutti lo squadrarono con sguardo accusatorio e per contro il piccolo rispose che sarebbe stato sciocco fare quello scherzo evitando le proprie calze, dato che sarebbe stato subito riconosciuto come colpevole. I compagni si accontentarono di quella spiegazione, ma Emilio non sembrava convinto. Tornando a casa, Riccardino incontrò Paolone e sua sorella. Paolone chiese scusa per aver fatto la spia, ma ovviamente la cosa era risultata molto strana e al momento, pensava fosse proprio colpa di Riccardino. Emma, la sorella più piccola di Paolone, ascoltando il discorso dei due bambini concluse che doveva per forza trattarsi del folletto. I due la guardarono increduli. Emma era una bambina intelligentissima e studiosa, non era da lei parlare di assurdità come folletti o altre diavolerie. Eppure, i suoi grandi occhi blu fissarono convinti lo sguardo degli altri due, Emma era perfettamente consapevole di quello che stava dicendo. Propose a Paolone e a Riccardino di avviarsi verso il parco, avrebbe raccontato loro tutta la storia all’ombra del grande Faggio e magari, mangiandosi un bel ghiacciolo al limone. I tre si avviarono verso il chiosco dei gelati e si sedettero sotto i rami del possente albero. Emma si mise davanti a loro. Riccardino arrossì, gli era sempre piaciuta quella bambina. Emma aveva una lunga coda bionda, portata con la riga al centro della sua testolina rotonda. Indossava dei grandi occhiali tondi, che rendevano i suoi occhi blu ancora più grandi e il suo sguardo vispo ancora più attento e vigile. Bravissima a scuola, sapeva sempre tutto ed era una tipa tosta, che sapeva farsi rispettare. Riccardino riuscì a lasciare i suoi pensieri proprio quando Emma stava iniziando a raccontare la storia del folletto. Sembrava che nel tempo ci fossero state diverse manifestazioni della presenza di un essere dispettoso e magico in paese. Non si trattava di sole voci, ma c’erano anche atti ufficiali di denuncia alla guardia, trascrizioni nei registri del parroco e uno o due articoli de Il Giornale di Lecco che trasformava qualche racconto perplesso di alcuni concittadini in un caso di Mistero, coinvolgendo maghi e sensitivi vari. Quello che sembrava accadere da un bel po’, erano episodi come quello dello spogliatoio: erano diverse le famiglie che si ritrovavano con calzini, canotte, sottane tagliuzzate in lungo e in largo. Emma raccontò che questi episodi si ripetevano da anni, anzi, da secoli e tutti venivano spiegati con la presenza di un folletto all’interno della torre del paese. La torre, un’imponente costruzione in piedi da 900 anni, rappresentava un luogo misterioso, nessuno ci entrava volentieri da solo. La torre aveva vegliato sulla cittadina e dopo tanti anni, tutte quelle avventure pesavano sulle sue mura, arricchendole di storie, fantasticherie e leggende. Il folletto, così come veniva descritto, doveva essere alto poco più di una cinquantina di cm; esile e scattante, con capelli verderame, occhi verdi e pupille grandi e scure. Orecchie appuntite e naso all’insù, capace di ogni trucco, dall’invisibilità alla trasformazione in animali. Erano creature create dal Grande Essere Obrun per spiare le cattiverie e i malefici del mago della Grigna. Emma aggiunse che i folletti erano esseri permalosi e bisognava stare molto attenti con loro! i tre amici decisero di dare la caccia a questo folletto e si accordarono per incontrarsi la sera stessa dopo cena, per entrare nella torre. Emma compilò una lista di oggetti utili e diede l’ordine di ritrovarsi allo stesso punto due ore più tardi. E così fu. Era una fresca serata di fine estate, le giornate avevano già preso ad accorciarsi e dopo poco avrebbe fatto buio. Riccardino aveva tribolato non poco per avere il permesso da sua madre per uscire. Mentre stavano raggiungendo i piedi della torre e Paolone sgranocchiava rumorosamente un pacchetto di cracker integrali, Emilio li scorse e sbeffeggiandosi di Riccardino-taglia-calzini per farsi grande con Emma, li seguì cercando di ficcare il naso nei loro programmi. Cercando ancora di attirare l’attenzione di Emma, Emilio fece presente che a Milano frequentava il gruppo scout ed era quindi la persona più adatta per fare da guida, ovunque stessero andando. Emma rispose con tono stizzito che aveva già organizzato il gruppo di spedizione e se lui avesse voluto fare qualcosa, avrebbe potuto fare da apripista, ma solo seguendo le sue indicazioni. Non gli restava che accettare. Aprirono un varco attraverso una finestra a nord, era la più bassa e la più accessibile. All’interno l’aria era umida e fredda e il pavimento era ricoperto da uno strato bagnato e scivoloso, come notò Paolone pochi secondi dall’ingresso, scivolando rovinosamente. I tre bambini avevano torce e lampade frontali per ovviare all’oscurità, come aveva suggerito Emma il pomeriggio, Emilio si costruì una torcia con un vecchio straccio trovato fuori dalla torre, ma nonostante il calore emanato dalla torcia, aveva i brividi! Camminavano in fila indiana uno appiccicato all’altro ed Emma li guidò fino alla stanza del Consiglio in cui, secondo la leggenda, doveva trovarsi il rifugio del folletto. Per attirare la sua attenzione, Emma aveva portato con sé qualche barattolo di pesche sciroppate, sembrava che i folletti ne andassero matti. Giunti alla sala del consiglio, fecero un po’ di luce. Posizionarono i barattoli aperti tutto attorno e infine uno al centro. Poco dopo, una folata di vento spense la torcia di Emilio e inspiegabilmente anche tutti i frontali degli altri. I bambini si raggrupparono e Riccardino subito gridò per puntare lo sguardo di tutti alla loro destra. Incredibile, il folletto esisteva. Quando gli altri cominciavano appena ad abituare i loro occhi al buio, Riccardino si sposò a sinistra per seguire la rotta del goloso folletto, ma questo scomparve. Gli altri bambini non vedevano nulla e quando Riccardino fece notare che il folletto fosse sparito, lo guardarono senza capire. Soltanto lui poteva vederlo. Improvvisamente le lampade si riaccesero e con loro persino la torcia di Emilio riprese a bruciare… ma come era possibile? Emilio era ancora inebetito quando gli altri scoppiarono a ridere: era rimasto in mutande! Emma aggiunse subito che la sua teoria sui tagli degli abiti era corretta e il folletto non mancava di colpire i più maleducati con i suoi dispetti. Per calmare la sua voglia era necessario, oltre a una fornitura di pesche sciroppate, eliminare la causa del suo malumore. E la causa si chiamava Emilio. I folletti sono esseri molto permalosi, ma anche sensibili. Non tollerano le ingiustizie e non sopportano che ci si approfitti delle debolezze altrui, per farsi belli e grandi agli occhi degli altri. Emilio rappresentava tutto questo alla massima potenza. Emma propose di ritrovarsi il giorno dopo, alle 4 in punto ora della merenda, sempre alla torre. Emilio avrebbe dovuto chiedere pubblica ammenda dal punto più alto della torre, in modo che tutti lo sentissero. Solo così il folletto si sarebbe calmato. Lasciarono ancora qualche barattolo e mentre se ne andavano, Riccardino scorse il folletto in un angolo, con la bocca impiastricciata dallo sciroppo che gli fece l’occhiolino con fare compiacente. La mattina successiva, gli amici distribuirono i volantini preparati da Emma in modo da radunare una folla numerosa all’incontro. Riccardino non era il solo ad essere preso in giro da Emilio, lo stesso Paolone era una delle sue vittime. Con loro altri bambini accolsero volentieri l’invito delle scuse ufficiali. Prima delle 4, attorno alla scacchiera gigante sotto la torre c’era già un bel vociare e questo avrebbe già bendisposto il folletto. Emilio rientrò nella torre da solo e mentre raggiungeva la loggia, lasciò qualche barattolo di pesche. Una volta in cima, si affacciò e a voce alta urlò la filastrocca che Emma gli aveva scritto: Buongiorno a tutti, ma soprattutto al folletto A cui chiedo scusa, per evitare lo scherzetto. Lui taglia calzini, canotte e pantaloni Ma le mie prese in giro creano tristi emozioni. A lui e a tutti voi chiedo ammenda Sperando che si risolva la faccenda Dichiaro a tutti di essere pentito E spero pertanto di esser capito. Chiedo al folletto un po’ di rispetto. In cambio pesche con lo sciroppo prometto. Grazie a tutti di avermi ascoltato Adesso per tutti un grande gelato! Il folletto da quel giorno ebbe una fornitura garantita delle sue amate pesche sciroppate ed Emilio i vestiti integri. Tutta la storia servì da lezione ai bambini sbruffoncelli e prepotenti, tanto che ancora oggi le mamme li sgridano ricordando lo scherzetto del folletto dei calzini.

17.3.14

I sogni di Agostino - La mamma e il lanciatore di coltelli

In un paesino disperso fra le dolci colline toscane, abitava Agostino, un bambino di 8 anni vivace e con due grandi occhi verdi che spiccavano sul suo incarnato bruno e olivastro. Il suo papà lavorava come sagrestano nella Parrocchiale del paesino e si occupava anche delle altre 6 chiese, delle 15 cappelline e delle stazioni decorate delle due vie-crucis che il comune di nemmeno 1000 anime vantava. Ovviamente c'era poi il santuario. La mamma di Agostino, invece, era partita già da qualche anno per inseguire il suo sogno: diventare la donna del lanciatore di coltelli, per provare quell'ebrezza adrenalinica che solo la paura può garantire. Le chiacchiere in paese raccontavano altro, ma questa è un'altra storia. Dopo la partenza di Ortensia, questo era il nome della mamma, il papà di Agostino dovette rinunciare al suo sogno e cercare di guadagnarsi da vivere per permettere a lui e al bambino di avere un'esistenza dignitosa. Questo però non era sufficiente per quell'omino laborioso e instancabile, perché in cuor suo restava un desiderio grande: far studiare il suo figliolo e garantirgli un avvenire roseo e di successo, quello che lui non aveva potuto nemmeno rincorrere. La Ortensia gli rubò il cuore quando ancora erano due ragazzini e l'annuncio dell'arrivo di Agostino affrettò i preparativi delle nozze di quei due bambinetti o poco più. Gia' allora la sua attività di pittore passò in secondo piano, perché era necessario un lavoro più redditizio per mantenere la nuova famigliola e così il babbo iniziò a lavorare nella fabbrica di guanti di pelle giù in città. Ogni mattina se ne partiva con la sua bicicletta un po' scassata, con lo zaino in spalla, dove custodiva il suo pranzo e uno dei suoi quaderni per fissare uno dei fiori del cortile, un passero attratto dalle briciole del suo panino o qualsiasi altra scena che colpendo il suo sguardo, avesse potuto tracciare a colpi di carboncino. Il lavoro era pesante, ma non si lamentava mai e quando tornava a casa, aveva sempre un sorriso per la sua Ortensia e energie per i giochi con il suo Agostino. Quando lei se ne andò, la casa e il bambino necessitavano la sua presenza e il lavoro in città lo teneva via troppo tempo. Così, liberatosi il posto di sagrestano, lo accettò con umiltà e riconoscenza. Le sue mansioni erano le più svariate: spazzare, lustrare, raccogliere le offerte, allestire la chiesa a festa, disallestire la chiesa, parare a lutto, portar fiori e ciotole da una cappella all'altra, contar particole, suonar le campane, riporre i lumini, cantare alla Messa ecc... C'era sempre da fare, ma ogni tanto, nella tranquillità delle prime ore della mattina, quando ancora la notte non se n'era andata del tutto, c'era una cosa che il sagrestano amava del suo lavoro. A quell'ora, quando fuori ancora era buio, si concedeva un piccolo lusso che il prevosto non avrebbe mai approvato: sgattaiolando in sagrestia, dal pannello elettrico accendeva le sole luci che illuminavano le grandi pale d'altare, solo quelle, lasciando nel buio completo il resto della Parrocchiale. Tornando in chiesa lo spettacolo era maestoso: le grandi e imponenti tavole dei maestri del '400 risplendevano sotto la luce che ne valorizzava la perfezione e l'uso sapiente del colore. Che delizia per gli occhi di quel povero pittore mancato! Grandi opere tutte per lui. Ogni tanto, quando il parroco era via per qualche pellegrinaggio o in città per le visite in Curia, anche Agostino era invitato a quello spettacolo privato. Lo andava a svegliare da quel suo sonno sereno, quello che solo i bambini possono dormire, per poi caricarselo sulle spalle ancora mezzo addormentato e portalo in chiesa, dove gli svelava i segreti della prospettiva, delle sfumature o i significati delle allegorie. Agostino non ci capiva un granché e non capiva come mai si dovesse andare tanto presto a vedere quelle pitture che se ne stavano tutto il giorno appese al loro posto, senza muovere un passo.

11.3.13

Il Gran Ballo e le cipolle candite


C'era una volta, nella cucina ordinata di un grandioso palazzo, un piccolo cassetto, in cui venivano riposti gli attrezzi che si usavano meno.
Nella cucina c'era sempre un gran fermento. Gli chef, con i loro grandi e gonfi cappelli candidi si muovevano veloci e sicuri tra fiamme, pentoloni, griglie e piastre, verdure e lame, carni e sapori esotici, venuti da lontano sui grandi bastimenti attraccati al porto la mattina di buon'ora. Le merci arrivavano appunto ogni mattina dal porto, gli incaricati della brigata di cucina controllavano gli ordini del Grande Chef e accettavano i prodotti, dopo essersi accertati della loro qualità e dell'assoluta freschezza di ogni materia prima. Nessun pesce che non fosse stato pescato durante la notte precedente, nessuna verdura che non fosse arrivata la stessa mattina, nessuna spezia che avesse perduto il suo aroma intenso e spiccato, queste erano le regole. Ogni strumento era ordinato con cura e alla fine di ogni servizio, tutto veniva pazientemente lavato, asciugato e riposto nello spazio dedicato. Ognuno aveva il suo compito e il suo ruolo; nella cucina regnava una ferrea disciplina diretta dal Grande Chef. Nessuno osava contraddirlo o disobbedirlo. Il Grande Chef lavorava nel ristorante da sempre, non c'erano altri che fossero lì da più tempo. Nessun altro, se non Javier il lavapiatti, ma di lui non si curava pressoché nessuno.
Ma torniamo al cassetto degli attrezzi poco usati, perché lì, dimenticato fra cianfrusaglie e ciarpame di vario tipo, si nasconde il protagonista di questa storia. In ogni cucina esiste un cassetto un po' in disordine, in cui alla rinfusa, si chiudono tutte quelle cose che non servono o magari troppo vecchie o semplicemente dimenticate e seppellite sotto tutto il resto. Nella cucina del Grande Chef, il cassetto del disordine si trovava in un angolino, vicino alla plonge*, dove tutti evitavano di passare, se non perché costretti da una punizione del Grande Chef. La nostra storia guarda proprio in quell'angolino e in particolare in quel cassetto, sotto a vecchi trinciapolli arrugginiti, coltellacci non più affilati, cucchiai in legno bruciacchiati, tappi in sughero dimenticati, mestoli ammaccati e schiumarole piegate. Un cassetto di cui non si curava pressoché nessuno. Nessuno, se non Javier.
Una mattina di Primavera, nel palazzo iniziarono i preparativi per il Gran Ballo, l'evento più importante di tutto l'anno, a cui partecipavano dame e cavalieri da ogni luogo del mondo conosciuto. Servivano settimane prima che tutto fosse pronto: i tappeti andavano sbattuti, lavati e fatti asciugare, l'argenteria doveva essere lucidata, tutte le candele sostituite, i pavimenti ramazzati, le maniglie e i corrimano in ottone lustrati, i vetri puliti... e tanto altro ancora. Immaginate una grande casa in subbuglio, con cameriere e maggiordomi affaccendati qua e là, i giardinieri al lavoro e gli stallieri altrettanto. Ovviamente, in cucina non si stava in panciolle. Carichi, ordini e pulizie per preparare tutto in ordine e pronto per il grande evento. In queste occasioni, il Grande Chef si irrigidiva ancor di più, tanto che i suoi sottoposti ne erano letteralmente terrorizzati. Non erano ammessi errori.
Alla vigilia del Gran Ballo, accadde però quello che noi tutti definiamo come imprevisto, sfuggevole al comando persino del Grande Chef. Tre dei suoi migliori aiuti si beccarono il potentissimo virus influenzale che li costrinse a letto con febbre, dolori vari e altri disagi. Non c'era più tempo di preparare qualcuno per coprire i loro ruoli e non c'era tempo per preparare tutto. Il giorno del ballo, il Grande Chef si presentò in cucina prestissimo, prima di tutti gli altri, così che quando i primi si presentarono alla porta della cucina, trovando la stufa già accesa, presagirono il peggio... e così fu. Rabelais, questo era il nome del Grande Chef, diede su tutte le furie: lanciò dei tegami per terra, scagliò delle patate sul muro e con un fiume di parole travolse i poveretti che si erano semplicemente presentati al solito orario. Intanto, in fondo, alla plonge, Javier lavorava in silenzio, da prima che chiunque mettesse piede in cucina. Mezzogiorno arrivò in fretta e anche se Rabelais era organizzatissimo, sapeva bene che il banchetto della sera incombeva su di lui e sulla sua cucina e non avrebbe mai potuto garantire il pantagruelico menù senza i suoi tre migliori aiuti (che furono licenziati in tronco lo stesso giorno...). Il sudore imperlinava la sua fronte, mescolandosi con i suoi pensieri, le sue mani si muovevano con precisa velocità, ma non c'era tempo. Tutti lavoravano in silenzio assoluto, soltanto lo sbuffare del pentolame e il crepitio del fuoco, accompagnato dall'acciottolio delle stoviglie rompevano quel rigido e gelido clima di lavoro. Finito il servizio del pranzo, tutto doveva ruotare attorno al banchetto serale. Rabelais aveva gli occhi arrossati, le labbra tirate e i muscoli del collo in una tensione massima. Alla minima imprecisione, si scagliava contro il malcapitato, con offese, grida in un affanno di rabbia e disperazione. Le 16. Non c'era tempo, non più. Con ormai un filo di voce, Rabelais prese a ragguardire uno degli sguatteri, un ragazzino esile quanto una gamba di sedano, perché aveva gettato della scorzetta d'arancia senza sapere che sarebbe servita come guarnizione di un piatto. Ogni disattenzione rappresentava una consistente perdita di tempo per tutta la brigata. Javier continuava, a capo chino, il suo lavoro.
Le 18. Ormai era questione di una manciata di ore. Proprio allo scoccare delle sei, Rabelais chiese all'entremetier** di portare la teglia con le cipolle da candire in forno. Il poveretto dapprima arrossì, poi paonazzo si guardò attorno in cerca di aiuto nei suoi compagni, infine scoppiò in un pianto soffocato dai singhiozzi e Rabelais riuscì ad intendere "dimenticato", in una serie di "mi scusi" e "sono desolato". Inutile dire che Rabelais perse le staffe. Raccolse tutta la voce rimasta nella sua gola per accanirsi sull'uomo, sul suo aiutante e con essi, tutti gli altri, non risparmiò proprio nessuno, quando una voce lo sovrastò. Un silenzio pesantissimo si raccolse attorno a quell'angolo della cucina che nessuno mai osservava dove, assorto nel suo lavoro, Javier aveva osato rispondere a Rabelais. Quest'ultimo verde di rabbia, inspiegabilmente restò in silenzio. Fu allora che Javier, senza nessuna inutile furia, prese il controllo di tutto e con estrema calma rimise tutti al lavoro. Prima di fare ciò, mandò l'aiuto dell'entremetier a prendere le casse di cipolle da candire, ancora riposte nel magazzino e chiese all'o stesso entremetier di prendere dal cassetto del disordine i piccoli coltelli dal manico rosso. Imbarazzato, l'uomo raggiunse il cassetto e quando vide lo strumento comandato, non seppe di che farsene, guardando sbigottito il nuovo capo. Javier ne prese uno e, con una manualità impressionante, prese a sbucciare le cipolle con tale rapidità che tutti, Rabelais compreso, rimasero di stucco. Così, dopo aver impartito gli ordini agli altri chef-de-partie***, raccolse tutti gli sguatteri e mostrato loro come fare, riuscì a far sbucciare e affettare tutte le cipolle, infornandole poco in ritardo rispetto alla tabella di marcia. Javier aveva risolto la situazione, con calma e pazienza. Il banchetto fu un successo e mentre le portate uscivano in sala perfette, la brigata di cucina gli si fece intorno e togliendo gli alti cappelli bianchi, presero a battere le mani. Tutti. Tranne uno, Rabelais che in un angolo sfogò il suo sconforto in un pianto a dirotto. Javier gli si avvicinò e posando una mano sulla sua spalla, lo invitò al centro. In fondo era stato lui a organizzare tutto per la festa. I complimenti fioccarono anche da parte di tutti gli ospiti e anche i padroni, che mai si erano scomposti in un complimento, già dopo le prime portate, affidarono agli chef-de-rang**** i loro omaggi per il Grande Chef. A questo punto però, chi era il Grande Chef?
La cucina era acefala, Rabelais si sentiva così deluso dal suo fallimento che quando Javier gli si avvicinò, gli consegnò il suo cappello stellato, che venne prontamente rifiutato. I due si guardarono negli occhi e Javier gli disse che non doveva sentirsi abbattuto, ma che la squadra era fatta per non crollare e lui aveva solo fatto ciò che sapeva fare, ma riconosceva in lui il genio creativo di sempre. Rabelais rimase esterrefatto e per la prima volta, sorrise a quell'uomo così umile e pieno di risorse. In vano offrì a Javier il posto come sous-chef, perché lui sempre lo rifiutò, ma in cucina, da quella sera, regnò un'armonia mai avuta. Rabelais si dimostrava più paziente e comprensivo con i suoi sottoposti e scrutava il loro lavoro, anche nei reparti più indegni, perché il talento poteva nascondersi ovunque. Inoltre, imparò anch'egli a riconoscere la bravura dei suoi aiutanti e non soltanto gli errori.
Resta ancora un mistero da svelare, anzi due. Il piccolo coltello dal manico rosso, così a lungo dimenticato... che magie nascondeva nella sua lama? Un vecchio ambulante aveva lasciato una partita di quei coltelli in omaggio a seguito di un acquisto considerevole di merce, ma nessuno ci aveva mai dato importanza. Mai nessuno tranne Javier. Per le sue dimensioni ridicole, il coltello prese il nome di spelucchino e da quella serata nel grande palazzo, divenne un aiuto fondamentale in cucina... E l'altro mistero? Chi era Javier? Dove aveva imparato a dirigere la brigata? Come sapeva riconoscere l'uso di uno strumento mai visto? Perché non accettò mai un posto migliore di quello da plongeur? Ma queste sono domande che raccontano un'altra storia...

Parole nuove dal Francese:
* Lavaggio
** Addetto alla preparazione di verdure, legumi e uova
*** Capo partita
**** Responsabili di sala


18.6.11

La lumaca e il Bengala -- rivisitazione de La lepre e la tartaruga

C'era una volta la piccola lumaca Gilda. Gilda era una lumachina molto affascinante, tutta lucida e con uno splendido guscio sulle tonalità del tortara, fino a un caldo nocciola intenso.
Con le amiche trascorreva i suoi pomeriggi sulle foglie di lattuga e fra un morsichino l'altro, chiacchierava spensierata dei suoi sogni e dei pettegolezzi della scuola. Altre volte, quando la mamma glielo permetteva, si allontanava un po' di più, per raggiungere il Parco dei Ciuffi di Carote, dove andavano i lumaconi più grandi: c'erano tante boutique di trucchi per lumache, come la terra bagnata dell'orto, la crema di sabbia fine esfolliante e varie lozioni a base di rugiada, per un manto sempre splendente. Gilda adorava quel posto! Tuttavia, anche se Gilda amava passare il suo tempo libero con le amiche, sotto gli sguardi languidi dei lumaconi, lei era molto diversa da tutte le sue compagne...
A scuola era molto brava, si può dire che fosse una vera e propria secchiona. Sempre attenta, sempre preparata e sempre puntuale nelle consegne (e nell'entrata a scuola, che per una lumaca non è poco!). C'era però una materia che Gilda adorava davvero, contrariamente a tutte le sue compagne di scuola: Educazione Fisica. Niente l'appassionava più dello sport, del misurarsi e superare sempre i suoi piccoli limiti di lumachina. Sudare per ottenere un buon risultato in una disciplina sportiva era per Gilda una grandissima gioia, forse anche perché era l'unica materia in cui doveva davvero impegnarsi per eccellere rispetto agli altri. Da questa passione nasceva anche il suo sogno, la sua speranza e il suo progetto: correre la maratona di New Ort, l'indiscussa prova di forza e resistenza di ogni vero sportivo.
Nonostante fosse molto brava, Gilda non si vantava mai delle sue capacità sportive e questo la premiava ancora di più. Completava le sue prove, sorrideva alle premiazioni e portava i suoi trofei a casa dove la mamma, per premiarla, le preparava uno sformato di lattuga, il suo piatto preferito. Ovviamente, per ottenere quelle vittorie, la lumachina lavorava sodo... dopo aver finito i suoi compiti, che ci fosse il sole, la pioggia o la neve, Gilda usciva per fare un po' di allenamento, misurando la sua prestazione con il suo iPod.
Poi, un bel giorno di sole, arrivò il tempo di correre la sua sfida: la grande maratona di New Ort. Già di buon mattino, Gilda si presentò al banco della registrazione, dove le fu consegnata la sua pettorina con il numero 55, il cestino con la merenda dello sportivo e il gadget a ricordo della giornata. Più tardi arrivarono anche gli altri concorrenti, ansiosi di misurarsi nella fatidica prova. Mentre Gilda si preparava alla gara con qualche esercizio, uno dei concorrenti si fece largo fra la folla, con la sua tutina super firmata e scarpe da corsa dell'ultimo modello. Si trattava di un bellissimo gatto Bengala, che tutto impettito, dava prova della sua preparazione sfoggiando muscoli definiti da un apposito olio. Il gatto era molto sicuro di se e qualcuno sussurrò che quello avrebbe potuto essere uno dei vincitori. Gilda non ci fece nemmeno caso.
Al momento del via, tutti si ammassarono alla partenza, con i cuori palpitanti per l'emozione. Il giudice incaricato fischiò fortissimo inaugurando la maratona e tutto il gruppo cominciò a muoversi. Dopo i primi chilometri, la corsa ebbe la meglio su molti concorrenti, che esausti si ammassavano sul ciglio del percorso. Al primo punto di ristoro, giunse appena la metà degli iscritti e fu solo in quel momento che gli occhi di Gilda incontrarono quelli del Bengala, che per poco non la calpestò, cercando di accaparrarsi un bicchiere di fresca e rigenerante menta piperita e acqua del ruscello. Gilda non bevve nemmeno una sorsata, ma continuò la sua gara, mostrando la sua altissima capacità di resistenza e costanza. Il gatto sembrava meno fresco e cominciò ad accusare i primi segni di stanchezza: l'olio spalmato sul suo mantello lo faceva sudare più del dovuto e l'abbondante bevuta cominciò a dargli qualche problema alle zampe...
Ormai in prossimità del traguardo, i concorrenti erano soltanto una manciata. Rimaneva il bengala, la piccola Gilda, una coppia di scoiattoli e un cerbiatto. Il gatto Bengala vendendo che anche i due scoiattoli abbandonarono il tracciato, trovandosi in vantaggio da solo, decise di ricorrere al suo segreto. Rimasto in gara con la sola lumaca, si sentì ormai vincitore. Nonostante la sua avversaria era notoriamente l'animale più lento del bosco, Gilda si difendeva bene, stando alle calcagna del suo presuntuoso amico. In evidente difficoltà, il gatto decise di ricorrere al suo segreto e da sotto la pettorina, estrasse una piccola bustina, con una dose potente di vitamine gialle, un concentrato di energia. Non appena ne ingoiò il contenuto, il gatto scattò in avanti, lasciandosi alle spalle la piccola lumca. Il vantaggio era così evidente, che per beffarsi della piccola concorrente, il gatto Bengala si fermò, mimando agli spettatori la lentezza dell'avversaria. Ma mentre si burlava della lumaca, guadagnando il sorriso e gli applausi del pubblico, non si rese conto che Gilda era ormai sulla linea rossa del traguardo. Disperatamente, il gatto si rimise in marcia, ma ormai in ritardo per superare per primo l'arrivo, anche perchè sopraffatto dai dolori dell'acido lattico che si era formato nei suoi muscoli. La sua fatica fu tale, che il piccolo cerbiato, riuscì ad avere il tempo di riconquistare il distacco e arrivare prima del gatto.
Gilda, in un timido sorriso, dalla vetta del primo posto, ricordò alla stampa:
- Chi va piano, va sano e va lontano!

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La parola di oggi:
Fatidica - in grado di rivelare ciò che il destino ha già previsto.


9.4.11

Il giardino delle fate

"Per fare un prato occorrono..."

Matilda era in giardino e stava aspettando che arrivasse il suo vicino, per iniziare una nuova avventura alla scoperta del suo prato. Aveva tutto il necessario: ciabattine rosse fluo in gomma, piene di jibbitz colorati; cappellino antisole giallo canarino, così la mamma è contenta; annaffiatoio in latta per tutti i fiori piantati all'inizio di aprile; mini-kit da giardinaggio e mini-cariola, che può sempre tornare utile. Mancava solo Gigi, che cominciava ad avere un ritardo troppo clamoroso... mmm. Tanto per non perdere tempo, Matilda cominciò il suo giro di abbeveraggio delle gerbere, piantate sul confine lungo il ruscello, dietro la sua casa.
Borbottando dove potesse essersi cacciato, Matilda riempiva il suo annaffiatoio di latta alla fontanella in pietra sul retro, quando notò una bellissima farfalla svolazzare sopra la sua testa. In realtà, le farfalle e tutti gli altri insetti, non è che la facessero impazzire, ma quella era davvero molto bella... anche se molto grossa! Osservandola però, nel suo battito d'ali leggero, non sembrava un farfalla. Matilda era talmente presa da quella creatura, che l'acqua raccolta strabordò e solo quando sentì freddo sui piedini racchiusi nelle ciabatte bucherellate, sobbalzò indietro accorgendosi di quanto avesse riempito il suo innaffiatoio. La farfalla non c'era più.
Era una calda giornata di Primavera, qualche nube leggera svolazzava nel cielo. Matilda riprese il suo lavoro e cominciò a bagnare le gerbere gialle. Passo dopo passo, il terriccio si inumidiva, colorandosi di un marrone scuro e di rosso... di rosso?? Già, c'era qualcosa di rosso che si muoveva lentamente sul gambo di una gerbera, forse si trattava di una coccinella. A guardarla bene era proprio una sorta di coccinella: tondeggiante, rossa scarlatta con i suoi ridicoli puntini neri e un visetto da bambina!
- Per tutte le cipolle, ma questa coccinella ha una faccia come la mia!
Matilda lasciò cadere l'innaffiatoio quasi vuoto e non esitò a sdraiarsi nella terra umida per osservare da vicino quella... cosa. La coccinella era davvero semi-umana e davanti agli occhioni verdi di Matilda, sorrise dolcemente. La bimba si pizzicò le braccia per capire se stesse sognando, ma in effetti era tutto vero: lo steccato azzurro di recinzione, il rumore del ruscello, il sole caldo sulla pelle... la coccinella che sorride! Matilda si alzò e di corsa raggiunse la casetta degli attrezzi, dove trovato quel che cercava, ritornò con gran fretta dalla sua coccinella, che ovviamente era già sparita. Matilda rimase in attesa con il suo barattolo, per catturare la coccinella o la farfalla, ma inaspettatamente, qualcos'altro si fece catturare di sua spontanea volontà, entrando nel barattolo di vetro, prontamente richiuso da Matilda con un tappo dorato.
Come per proteggere la sua scoperta, Matilda si nascose nella frescura della casetta degli attrezzi e alla luce dell'ingresso osservò il suo barattolo di vetro. All'interno se ne stava in panciolle, una bellissima libellula verde e turchina, con lunghe ali e un corpicino sinuoso... sul quale trovava posto un bellissimo viso paffuto e colorito. Matilda era euforica per la sua scoperta, ma Gigi non era ancora arrivato e davvero non poteva condividerla con nessuno, così continuò ad osservare quella creatura, nello spicchio di luce che penetrava dentro la casetta di legno. La libellula stava seduta dentro al vaso, con un'aria tranquilla, come se attendesse qualcosa; Matilda, pensado fra sè e sè, borbottò qualche parola e la Libellula rispose con cortesia:
- Non sono una libellula bambina... sono una fatalibella...
- Io lo sapevo che c'era qualcosa di strano nel giardino - commentò Matilda, questa volta ad alta voce.
- IO NON SONO STRANA. Sono una fatalibella.
- Scusami, non volevo offenderti, ma intendevo dire che...
- Non importa - la interruppe la fatalibella - Ora mi dovresti fare un favore, perché sono davvero affamata. Ce l'hai un vaso come questo, ma con della marmellata dentro??
- Certo, ma... come ti chiami?
- Io sono Zina e tu sei Matilda, vero?
Matilda sorrise e mettendo il vaso con Zina in una tasca del suo grembiule verde, corse in casa a cercare le marmellate di fragole della nonna. Non appena il tappo del vaso scoccò, Zina si drizzò in piedi, sbattendo freneticamente le sue ali lunghe e sottili e chiese alla bambina di farla uscire e non appena ottenne la sua libertà, Zina si fiondò sul vaso di marmellata e sedendosi sul bordo, cominciò ad affondare le minuscole dita in quella sostanza golosa e appiccicosa. Leccando le sue piccole dita, Zina fu rapita da quel sapore così delizioso! Con il pancino meno vuoto, Zina cominciò a raccontare fantastiche storie a Matilda e le confessò che fintanto avesse avuto quella marmellata così squisita, avrebbe sempre avuto il giardino piento di creature meravigliose come lei, le fatanelle o le farfafate.
Le chiecchierate fra Matilda e le fate del giardino durarono tutta la Primavera e tutta l'Estate, quando le fatine cominciarono a chiedere granite ghiacciate al posto della marmellata. Quei pomeriggi di racconti e storie restarono sempre un segreto, anche per Gigi, il miglior amico di Matilda, che non avrebbe mai potuto capire. Le storie incantate non erano il solo regalo che le fate lasciavano a Matilda, infatti anche il suo giardino godeva di un aspetto rigoglioso, ogni fiore risplendeva in tutti i colori della bella stagione, facendosi invidiare Matilda da tutti gli altri giardinieri del quartiere. Poi, con l'arrivo delle prime piogge e l'ingiallire delle foglie, le fate del giardino salutarono Matilda, ringraziandola di tutte le cure ricevute e delle molte prelibatezze, lasciandole un piccolo ma prezioso regalo: un pollice verde!
Ancora oggi, entrando nel bel negozio Il Giardino delle Fate, si respira un'aria magica, che Matilda conosce ancora molto bene...

3.4.11

Cheng e l'uomo bianco

Cheng era un frutto paffutello e pelosetto. Rispetto agli amici era un po' al di sotto della misura media, ma fu sempre convinto che a lui sarebbe stato riservato un grande destino. L'aveva sempre saputo, persino da quando mamma pianta aveva cominciato a germogliare il suo fiorellino candido, dai petali morbidi e ben arrotondati. Ovviamente, gli amici più grandi e grossi avevano un bel da fare prendendolo in giro, scherzando che sarebbe diventato famoso per essere il kiwi più piccolo della storia.
Il sole fece il suo giro, l'estate giunse nel Giardino delle Primizie e i raggi caldi e generosi di Luglio cominciarono a far crescere i frutti acerbi come Cheng e i suoi fratelli. La loro polpa succosa si faceva, giorno dopo giorno, sempre più gustosa e tenera. La pioggerella serale rinfrescava le foglie e dava nuovo nutrimento a quei frutti così misteriosi. Anche Cheng crebbe e raggiunse una misura perfetta, tanto che tutti i fratelli lo ammiravano, provando un pizzico di invidia.
Un giorno, nel Giardino delle Primizie del signor Hui, entrò un uomo vestito tutto di bianco, con un grande cappello in testa e dei guanti in pelle sottilissima. L'uomo, accompagnato dal minuscolo signor Hui, procedeva incantato fra le piante e i fiori del Giardino delle Primizie e quando giunse al cospetto della mamma pianta di Cheng, si fermò. L'uomo bianco osservò con cura il pergolato; passò in rassegna tutte le foglie e accarezzò delicatamente uno dei frutti: era Cheng. L'uomo bianco si voltò verso il signor Hui, che acconsentì silenziosamente. L'uomo bianco estrasse quindi un aggeggio sconosciuto dalla sua bisaccia e subito dopo, un lampo di luce accecò il signor Hui e illuminò tutta la mamma pianta e i suoi frutti. Poi, l'uomo bianco prese un piccolo coltello dalla tasca dei suoi calzoni bianchi in lino e si avvicinò a Cheng. Con delicatezza, staccò il frutto rigoglioso dalla sua mamma pianta, ne incise la buccia pelosa e quindi la polpa, di un verde smeraldo brillante tempestata di piccoli semi neri, simili a raggi in un kaleidoscopio. Una volta assoporato quel gusto così intenso, l'uomo bianco sorrise trionfale. La dolcezza asprognola di quel frutto gli avrebbe garantito un'immensa fortuna. L'uomo bianco chiese al signor Hui di poter prelevare un campione di frutti, che studiò a lungo nel suo laboratorio, molto lontano dal Giardino delle Primizie.
Da allora, l'immagine di Cheng fece il giro del mondo, diffondendo ovunque la fama del suo gusto e le proprietà nutritive della sua polpa. Un concentrato di energia verde, che ancora oggi deve la sua fortuna al piccolo e paffuto Cheng.

2.4.11

Grignis, il nemico della scuola

Fra i vari folletti dispettosi, ce n'è uno che crea non pochi problemi ai bambini in età scolare. Pochi ragazzi ne sono immuni, grazie alle difese dell'anti-folletto Disciplinorum, tutti gli altri incorrono nelle trappole di questo folletto perfido e tremendamente furbo.
Grignis è un folletto incolore, inodore e totalmente impalpabile. Non si manifesta mai, se non attraverso i comportamenti sbagliati dei bambini, puntualmente rimproverati dalle maestre. Grignis è il folletto della noia e della stanchezza. Non appena odora con il suo lungo naso, simile a quello dei formichieri, queste situazioni di pigrizia e malavoglia, stuzzica i pensieri dei bambini con la sua piuma verde smeraldo. La piuma di Grignis non sbaglia mai: non appena sfiora il pensiero di un qualsiasi fanciullo, questo prende a chiacchierare, a disturbare la lezione e persino a distrarre tutti i compagni con scherzi e giochetti. Se il resto dei bimbi ride agli scherzi provocati dalla piuma, Grignis si diverte più di loro e rincara la dose, condannando il povero bimbo disattento alle punizioni degli insegnanti.
Ora, Grignis è molto contagioso e come si diceva, pochi bimbi possono evitarlo senza difficoltà. Per tutti gli altri, seguendo questi pochi consigli, sarà possibile impedire che Grignis li scelga come prede preferite:
1) Al mattino fare una bella colazione, mangiando sempre un buon frutto o scegliendo una spremuta fresca di arancia o pompelmo: la vitamina C uccide la stanchezza!
2) Non ridere mai alle burle dei compagni: potrebbero essere affetti dal Grignis! Un sorriso basterà a non apparire antipatici, senza scatenare il divertimento del folletto furbone!
3) Non abbuffatevi all'intervallo e non consumate tutte le energie... ci sono altre ore di lezione, in cui il Grignis sarà ancora più contagioso!
4) Non andate mai a letto troppo tardi, soprattutto quando avete il pomeriggio il giorno successivo. Un accumulo di stanchezza è un forte richiamo per il Grignis!
5) Partecipate sempre alle lezioni, c'è qualcosa di interessante in ogni materia e l'interesse è la miglior medicina contro quel farabutto del Grignis!

30.3.11

Aspettando il Giro...

Filippo è già in sella della sua bicicletta, una mountain bike Bianchi, come quella del nonno ciclista, ma in miniatura. Il nonno è stato un ottimo ciclista a suo tempo e con la sua bellissima bicicletta da corsa aveva percorso tantissimi kilometri e ancora non era stanco di cavalcare la sua bici per una bella passeggiata con gli amici o, meglio ancora, con il suo più caro nipotino Lippo, come tutti conoscono e chiamano il piccolo Filippo.
E' una spledida domenica mattina di Maggio, il Giro non è ancora iniziato, ma presto solcherà l'asfalto della Penisola, accedendo l'entusiasmo dei tanti spettatori. Lippo e il nonno hanno deciso di aspettarne l'inizio a loro modo, cioè uscendo per una bella e sana pedalata. Caschetti assicurati, inforcano le loro biciclette e si avviano verso il percorso ciclabile della città. Nelle borracce, il té al limone si muove al ritmo dei pedali, l'asfalto nero scorre sotto le ruote, macinando i primi kilometri. La pista ciclabile è un percorso facile, adatto a ciclisti esperti, ma anche per chi è ancora alle prime armi. Inoltre è un luogo sicuro, lontano dal traffico e dai pericoli della strada. Il nonno, ogni volta che ne superano l'ingresso, spiega a Lippo che anche sulla ciclabile è necessario rispettare un codice, in modo da tutelare la sicurezza propria e altrui. Ogni volta, Lippo lo ascolta, chiedendosi soprattutto dove il nonno trovi il fiato per pedalare e per chiacchierare al contempo!
Il falso-piano della ciclabile si snoda, per gran parte, in un paesaggio incontaminato, dove la natura offre uno spettacolo magnifico e vario in ogni stagione. Quella mattina è in scena la Primavera: nei prati verdissimi che costeggiano la striscia sottile di asfalto nero, si schiudono migliaia di macchioline chiare, qui gialle, là bianche, più lontano turchine. Sono i fiori di prato, che nessun fiorista potrà mai eguagliare nella bellezza della loro composizione spontanea e casuale. Nell'aria si respira la freschezza del mattino, ancora inumidito dalla notte appena trascorsa e il cinguettio dei passeri allieta il pedalare continuo di nonno e nipote. Il nonno riprende a raccontare, quando, dopo aver superato le fredde e fiabesche gallerie della ex-ferrovia, lui e Lippo raggiungono il tratto che costeggia il fiume. Racconta a Lippo di quando era bambino e dei tuffi dal grande masso, della pesca di trote e della caccia ai gamberi di fiume. Già, tanto tempo prima, quando nessun incubo inquinante avrebbe mai potuto guastare i giochi dei bambini. Da quel punto, le piccole salitelle si fanno più frequenti, ma l'ariolina di prima mattina che accarezza il viso è un toccasana rigenerante, che spinge i due girardengo a continuare.
Prima di raggiungere l'ultimo paese, a capo del tracciato ciclabile, rimane ancora un'ultima galleria, che è in salita e anche la più lunga. Come tutte le altre, non appena qualcuno vi accede, la fotocellula, rilevando il movimento, fa scattare le luci poste sull'asfalto, illuminando le pareti irregolari e la volta dell'ex galleria ferroviaria. Lippo aumenta sempre il suo ritmo in questo tratto e il nonno, anche questa volta, sorride discretamente alla piccola paura del nipotino. Superata l'ultima curva nel bosco, i due vedono l'ingresso del tunnel e continuando a pedalare, ne superano l'entrata, sentendo sulla pelle il freddo quasi gelato dell'aria all'interno. Qualcosa non va... le luci non si accendono! Con decisione, entrambi frenano e poggiano i piedi a terra, che succede? Il nonno rassicura Lippo, che gli si è subito avvicinato e procedono a piedi, tenendo le bici a mano. Ad un tratto, sulle pareti compaiono grandi macchie luminose, che cambiando forma scorrono sul soffitto, a terra e di nuovo sulle pareti... i due sono ammutoliti e increduli. Osservando meglio le figure, il nonno riconosce molti eroi dei suoi tempi: Bartali, Girardengo, Coppi, Binda, Magni e Moser, ma anche Gimondi, Bugno, Pantani, Gotti, Cipollini, Simoni, Bettini... anche Armstrong, Indurain e altri ancora. Lippo è a bocca spalancata e osserva incantato le figure muoversi come in un film sulle pareti della galleria. Uno spettacolo di ciclismo tutto per loro e per loro soltanto. Poi, così come erano comparse, le macchie luminose scompaiono nel buio della galleria, lasciando i due spettatori impietriti. Solo il campanello di una bicicletta richiama la loro attenzione, vista la fretta e la non troppa gentilezza della dama che la cavalcava, inferocita dal fatto che i due se ne stessero come ebeti in mezzo alla galleria. Come risvegliati da un sogno, si rendono conto di non essere al buio, tutte le luci sono infatti accese e, anzi, una funziona a intermittenza, ronzando nel silenzio del tunnel. Risaliti in sella, il nonno e Lippo pedalano fino all'uscita, dove si siedono su un muretto, ancora sconvolti dall'esperienza. La stessa dama tornando sul percorso con una busta di pane e verdura, notando il pallore di entrambi chiede se è tutto a posto, ottenendo un accenno di assenso con il capo.
- 'Sti ciclisti in coppia, son strani e poi son sempre in mezzo alla strada a dar fastidio a chi c'ha fretta!

28.3.11

Il mio animale domestico

- Mamma mamma, posso adottare un cagnolino?
- No Ada, non c'è spazio!
- Mamma mamma, posso adottare un gattino?
- No Ada, graffia e rovina tutta la casa!

Ada ha otto anni e frequenta la terza elementare. Ada vive in un appartamento di un grande condominio, ai confini della città. Non ci sono parchi, non ci sono prati. Non ci sono animali.
Sul libro di Scienze, Ada ha visto le mucche, le papere e i tacchini e persino i maiali, ma il suo sogno è avere un piccolo animale domestico, che faccia le feste al suo ritorno, che dorma con lei e che con lei ascolti le fiabe della buona nanna.
Ci mancava il tema di Italiano! "Descrivere il proprio animale e raccontare un episodio divertente"... che cosa avrebbe mai potuto raccontare?! La maestra le risponde di inventare, inventare!

Il mio animale domestico si chiama Chrichri e ha due giorni, almeno credo. E' molto piccolo, pelosino e non posso capire il colore dei suoi occhi. Adora stare tranquillo sulla finestra del bagno, dove può cacciare le mosche e i moscerini che tentano di entrare in casa. Chrichri è molto educato e non disturba nessuno, ma ieri ha spaventato a morte la zia Clotilde. La zia non sapeva nulla di Chrichri e non mi sono ricordata di avvisarla che in bagno lo avrebbe trovato. Dopo un secondo appena, ho sentito un forte urlo acuto e ho capito che cosa era successo. La zia era caduta dal gabinetto e se ne stava raggomitolata in un angolo, urlando come una matta e coprendosi la testa con le mani e con la carta igienica. Aveva visto Chrichri e lo spavento l'aveva fatta cadere. La mamma l'ha aiutata ad alzarsi e non ha potuto fare altro che uccidere Chrichri. Con un po' di carta l'ha raccolto dalla sua tela e l'ha buttato nello scarico, per poi tirare l'acqua.
Il mio ragno è morto dopo due giorni, due ore e qualche minuto da quando era venuto ad abitare con me.
Fine.

26.3.11

Il tendone e il domatore

Il tendone e il domatore

Il tendone del circo comparve in una notte d'autunno, con la luna dietro una nuvola leggera e un venticello dispettoso.
Dalla finestra della sua camera, Birgul lo vide in mezzo alle dune, con i suoi colori sgargianti e la sua forma tanto strana. Il suo telo era a strisce rosse e blu e di quegli stessi colori erano dipinte le grandi gabbie che, una dopo l'altra, avevano raggiunto lo spiazzo attorno all'oasi, disponendosi in cerchio tutt'intorno. Birgul avrebbe voluto vedere gli animali. Si diceva che il circo portasse animali maestosi, reali. I fratelli di Birgul continuavano a fare baccano, per guardare dal binocolo quella bizzarra carovana, che a occhio nudo si poteva solo intravedere nel buio del deserto. La mamma aveva raccontato loro che il circo è un luogo pieno di magia, perché gli animali sentono la bontà degli uomini e la ripagano con i doni più meravigliosi! Al contrario, sotto a quei tendoni dove, l'incuria e la prepotenza trattavano le bestie miseramente, la sventura era una triste e dura condanna. Il racconto aveva tanto affascinato Birgul e i suoi fratelli da aspettare l'arrivo del circo con un'ansia frenetica. Il richiamo del papà, però, non tardò e anche Birgul dovette mettersi a letto, sognando tutta la notte lo spettacolo del circo.
L'indomani, il sole sorse sulla distesa di sabbia e per la prima volta sul tendone del circo. Attorno all'accampamento, gli uomini avevano iniziato a lavorare fin dalle prime ore dell'alba, per provvedere a distribuire acqua a tutte le bestie e a rinfrescarne le gabbie con le grandi foglie di palma, raccolte lungo il loro viaggio per arrivare in città. La sera stessa ci sarebbe stato l'unico, grande e tanto atteso spettacolo. Sotto al tendone la calura era già insopportabile e le prove procedevano con il doppio della fatica. Ogni gesto veniva compiuto con la lentezza e la pesantezza che l'aria del deserto impone. Birgul decise di fare un'incursione all'accampamento e per rendere omaggio a quelli che potevano essere considerati pellegrini, portò delle foglie di tè alla menta rinfrescante. Venne accolto dal sorriso baffuto del domatore dell'orso bruno, un uomo basso e tarchiato, con braccia muscolose e possenti. Lo accompagnò nel suo carro dove, sua moglie ringraziò gentilmente del piccolo dono e sistemò subito un bollitore arancione sul fuoco acceso con cura all'esterno. Il profumo di tè alla menta si diffuse anche all'interno del carro e tutti sorseggiarono l'infuso in silenzio. Il domatore, per sdebitarsi, propose a Birgul un'esperienza irripetibile, a cui il bambino non rinunciò. Il domatore accompagnò Birgul nel suo giro dagli animali: assicurarsi che avessero cibo, acqua e che la loro temperatura non fosse troppo alta. Gli animali erano tranquilli e la visita del domatore non turbò il loro riposo. L'uomo aveva guadagnato la loro fiducia, per questo lo rispettavano, così spiegò il domatore a Birgul rapito dal carisma del suo accompagnatore. Poi, Birgul salì con gli acrobati fino al punto più alto del tendone, i pagliacci gli truccarono il viso di bianco e di rosso e le ballerine gli offrirono dei dolci morbidi, ripieni di marmellata. Si era fatto già mezzogiorno e il circo doveva iniziare a predisporre tutto per il grande spettacolo, mentre Birgul era già in ritardo per rincasare puntuale per l'ora di pranzo. Il domatore si avvicinò a Birgul, lo accarezzò sulla testa e gli porse un pacco avvolto in carta oleata color senape. Con il sorriso baffuto salutò Birgul, che scappò via felice.
Non passò giorno in cui Birgul non indossasse il suo regalo. Nessuno dei suoi fratelli riuscì mai a sottrargli quel pacco. Il mantello gli permise di visitare luoghi, di avvicinare animali feroci rendendolo ammirato da tutti i compagni. Non solo quel mantello poteva renderlo invisibile, ma anche permettergli di decidere chi non avrebbe dovuto vederlo! Questo fu un vero vantaggio e Birgul riuscì così ad avverare molti dei suoi giovani desideri.

25.3.11

Le Printemps e il Ranabimbo

C'era una volta il bambino ranocchio. Nessun'altro bambino voleva giocare con lui e nessun adulto poteva sopportarne l'aspetto malaticcio e mesto. Aveva la pelle pallida, di un colore giallastro-verdognolo, come quella dei bambini malati di qualche virus violento e temibile. I suoi occhi spenti non lo aiutavano a scuola, dove gli insegnanti spesso lo riprendevano per la sua apparente disattenzione. Nessuno sembrava interessarsi al bambino ranocchio e quasi nessuno ricordava il suo vero nome, ormai sostituito da Ranabimbo.
Ranabimbo andava a scuola a piedi e partiva così presto da non incrociare nessun altro bambino per evitare almeno per quel quarto d'ora, gli scherzi e i dispetti dei suoi compagni. In realtà, nessuno osava avvicinarsi a lui, perciò tutto si limitava a risatine sotto i baffi, a parole sussurrate nell'orecchio e a stupidi giochi. Durante l'intervallo, tutti i bambini scendevano di corsa in giardino, ma Ranabimbo se ne stava in classe, apriva uno dei suoi libri e leggeva, come se non gli fosse bastata l'ora di lezione precedente e quella che sarebbe inziata poco dopo. Quando la sua classe scendeva al piano interrato per raggiungere gli spogliatoi della palestra per prepararsi all'ora di Educazione Fisica, Ranabimbo chiudeva la fila e si cambiava per ultimo, nessuno avrebbe voluto condividere lo spogliatoio con lui e nessuno l'avrebbe voluto in squadra a palla prigioniera, perché era quasi ovvio che portasse sfortuna. Così, gli veniva assegnato il ruolo di arbitro e ogni volta, Ranabimbo raggiungeva la linea di metà campo e lì trascorreva tutta l'ora di ginnastica, mentre gli altri giocavano, sfogando tutto il loro entusiasmo.
Un giorno, l'insegnate di Educazione all'Immagine entrò in classe con un bel sorriso smagliante, aprì le finestre e squittì allegra che la Primavera era arrivata in paese e con essa il periodo del Parco-inventa. Ogni anno, la scuola partecipava al concorso Parco-Inventa e tutti i bambini avrebbero potuto presentare il loro capolavoro ispirato al Parco e al risveglio della natura in quella splendida stagione. Tutti si misero all'opera e crearono delle meravigliose composizioni di colori e forme: Charlotte disegnò il volo leggero delle farfalle, usando mille colori pastello; Didier scelse di rappresentare la magnolia in bocciolo della zona est del parco, contrapponendo la delicatezza di quei fiori alla robustezza dei rami; Georgette decise che nulla avrebbe meglio rappresentato la primavera come gli anatroccoli della coppia di germani reali. Il concorso era un'occasione di trascorrere all'aria aperta qualche ora, da dedicare a schizzi e studi dei soggetti da rappresentare. Poi ci sarebbero state due settimane in cui lavorare ai propri progetti, sfruttando i consigli di diversi artisti, invitati a partecipare ai laboratori pomeridiani, organizzati dalla scuola. Tutti lavoravano freneticamente, con la convinzione di aver realizzato il disegno vincitore. Tutti tranne uno: Ranabimbo. I compagni avevano cominciato a prenderlo in giro fin dalla prima uscita al parco quando, attraversando il ponte giapponese, videro una famiglia di ranocchie nella frescura delle nifee. Tutti erano convinti che avrebbe realizzato un ritratto delle rane e alle solite nenie, aggiunsero un "cra-cra" ad ogni suo movimento.
I disegni furono consegnati all'insegnate, che assegnò un numero ad ognuno, in modo che il giudizio non fosse condizionato da eventuali simpatie verso i bambini. In cambio, ogni partecipante ricevette un biglietto con il numero associato al proprio capolavoro, in modo da poter conoscere la loro posizione in classifica alla fine del concorso. Dopo una settimana, i risultati sarebbero stati pubblicati sulla grande bacheca nell'atrio della scuola. Tutti li aspettavano con ansia...
Quella settimana passò molto in fretta, viste le molte verifiche da fare e le diverse interrogazioni, che fecero fioccare votacci un po' per tutti. Ranabimbo ottenne i suoi soliti ottimi voti, anche se gli insegnanti non mancavano mai di rimproverarlo per qualcosa: perchè non ci metti un po' di entusiasmo? Perchè scrivi tutto con il nero? Nelle ricerche potresti fare qualche titolo colorato... perchè non lavori in coppia con qualcuno? Perchè, perchè, perchè? Ranabimbo non rispondeva, si limitava a qualche cenno di assenso con il capo, senza dare nessuna soddisfazione alle insegnanti, falsamente interessate alla sua situazione. L'avevano anche spedito dalla Psicologa e presto avrebbe dovuto iniziare a seguire le sedute di terapia... oltre alle lezioni di yoga per liberare il su spirito e ai colloqui con il Don di Religione, per dare pace alla sua anima.
Il giorno tanto atteso arrivò. Se solitamente i bambini cominciavano a vociare nel cortile della scuola soltanto alle 7.45, quel giorno alle 7.30 erano già tutti all'assalto del portone grigio-azzurro. Fra tutto lo spingere e il gridare, gli insegnanti non riuscivano ad entrare e il bidello Genny fece la voce grossa per ristabilire l'ordine, annunciando che il Preside in persona avrebbe annunciato i risultati dalla finestra del suo ufficio, proclamando i tre vincitori dei premi previsti, ancora sconosciuti. Alle 7.50, la finestra del Preside si aprì, richiamando il silenzio in tutto il cortile, ma quando si affacciò la signorina Dada, l'insegnate di Educazione all'Immagine, tutti ripresero a chiacchierare. Un acutissimo suono del microfono riportò il silenzio e la signorina Dada annunciò la descrizione dei premi:
- un microscopio scientifico al terzo classificato;
- un abbonamento alla rivista nazionale di natura e scienze al secondo classificato;
- un'intera giornata al planetario della città al primo classificato!
Nessuno era interessato a quei premi, ma tutti volevano vincere per sentirsi più bravi dei compagni. Nessuno tranne uno e voi sapete di chi si tratta. Dopo l'annuncio dei premi, il Preside raggiunse la finestra, aprì un foglietto di carta gialla e si schiarì la voce. Tutti erano con il fiato sospeso. Il terzo premio, per i colori e la vivacità; seguì un applauso fragoroso; il secondo premio, attribuito per la tecnica, nuovamente coronato da un potente battimani e infine... il primo premio! Si trattava di un paesaggio di campagna, in cui mille e più persone erano ritratte indaffarate: chi spazzava il cortile, chi giocava nell'erba, qualcuno lavava la sua auto, altri passeggiavano ridendo e altri ancora sfrecciavano sulle piccole biciclette. Il mercato e i suoi colori, la chiesa e le campane... la Primavera era vita e la vita era stata disegnata su quel foglio. Minuzia, tecnica, completezza, soggetto e pieno rispetto delle consegne... al numero 13! Incredibile. Quando il dito della signorina Dada si fermò su quel nome, a fianco del numero 13, non riuscì ad alzare lo sguardo. Il Preside prese il foglio e rimase impietrito. Il Ranabimbo alzò lo sguardo nel sole e per la prima volta, il suo viso si raddolcì in uno splendido sorriso... in mezzo a una folla di facce inespressive e mute.

21.3.11

Il monte polenta

In una domenica pomeriggio qualunque, un pallido sole di fine inverno illuminava gli alberi ancora spogli e infreddoliti. Carola se ne stava nella sua stanza a giocare con Plume, il suo levriero, quando la mamma la chiamò dalla cucina:
- Carola!! Sei pronta? Dobbiamo andare!
Come ogni domenica pomeriggio, alle 13.50 Carola e i suoi genitori si stavano preparando per andare a trovare i nonni in città e purtroppo Plume dovette restare a casa, per via dell'allergia della nonna. Così, Carola lo prese in braccio, lo accoccolò nella sua coperta a pois, gli stroppicciò il musotto e gli sussurrò che sarebbe tornata presto. Plume seguì i suoi gesti attento, con le sue orecchie leggere sospese a mezz'aria: l'acqua nella ciotola, qualche croccantino, l'osso sistemato a fianco della coperta e la portafinestra socchiusa, in modo che potesse uscire a dare uno sguardo al giardino e a quella giornata di metà marzo. Era ora di partire!
L'auto era carica di pacchetti per il compleanno della nonna e in una scatola di cartone verde acqua era riposta la magnifica torta al cioccolato che la mamma aveva fatto preparare alla pasticceria più squisita del loro paesino. Carola la immaginava dentro la scatola, con la copertura lucida e i fiorellini di zucchero azzurri, la farcia morbida al gianduia e le gocce di cioccolato fondente nella pasta... mmmm! Con quel dolce pensiero, Carola si addormentò in un sonno tranquillo, pieno di splendidi sogni.
Una leccatina dopo l'altra, Plume svegliò la sua padroncina che, sorpresa, cercò di riabituare gli occhi al sole del pomeriggio. Ma Plume, che cosa ci faceva con loro? Mamma e papà, seduti su una panchina poco distante, chiacchieravano con i nonni, mentre lei e Plume se ne stavano sdraiati su una morbida coperta scozzese, all'ombra di un'alta betulla. Davanti a loro il terreno si innalzava dolcemente, formando il Monte Polenta, una cunetta in mezzo al parco delle mura, così chiamato per via del colore della terra sulla sua cima priva di erbetta. Osservandolo da vicino, il Monte sembrava davvero imponente, quasi come una collina vera! Carola non aveva mai notato quanto fosse grande, nonostante andasse in quel parco da molto tempo. Mentre faceva questi pensieri, la bimba non dava retta a Plume, il quale, scodinzolante, correva in lungo e in largo attorno ai piedi della collinetta. Non ottenendo risposta dalla sua padroncina, Plume le piombò addosso riempiendola di baci e interropendo i suoi pensieri.
- Ok Plume, vengo, andiamo a vedere ciò che hai trovato e per quale ragione fai tutto questo baccano...
- Non crederai mai a quello che ho visto!
- Bene, adesso mi fai vedere e... Oh mamma! Ma ma...
Plume la guardò con i suoi occhi neri vispissimi e acquattandosi a terra, la invitò a seguirlo. Carola ancora un po' confusa da ciò che avevano sentito le sue orecchie, gettò uno sguardo alla panchina dove la sua famiglia continuava a chiacchierare tranquillamente. Tutto era così incredibile, ma Carola decise di seguire Plume e verificare la sua scoperta. Girando attorno alla collina, sotto un cespuglio di siepe i due trovarono una grande buca, simile a quelle delle marmotte in montagna, ma molto più ampia. Senza esitare Plume si infilò all'interno della buca, seguito a ruota da Carola che, curiosa, era ben decisa a proseguire. Dopo qualche dozzina di passi nel buio più completo, Carola aprì i grandi occhi blu in un ambiente mai visto prima.
Una luce dorata e calda illuminava le immense volte della grotta, le colonne altissime, decorate con capitelli e le immense lastre del pavimento. Nell'aria c'era un profumo gradevole, così intenso da poterlo assaporare, tanto che Plume si leccava i baffi come se avesse l'acquolina in bocca. Quell'odorino ricordò a Carola i pranzi domenicali, la tavola imbandita e... qualcosa che proprio non riesciuva a delineare. La maestosità e il silenzio di quel luogo lasciò i due compagni di gioco a bocca aperta... Con un po' di esitazione, Carola e Plume mossero qualche passo, cominciando a sbirciare qua e là, senza capire dove potessero trovarsi. Tutto risplendeva di un giallo dorato, ma la luce non proveniva da nessuna fonte luminosa. Non c'erano candele, nè lampadari o torce, era come se filtrasse dalle pareti, anch'esse molto strane perché più simili a spugne che a muri in pietra o in cemento. Dopo molto vagare fra le colonne dell'immenso salone, Carola si rendette conto di non avere più al suo fianco l'amico fedele:
- Plume! Plume! Ma dove ti sei cacciato? Plume! Uffi, si mette sempre nei guai e io resto sola... in questo posto tutto giallo, senza nemmeno sapere dove possa essere finita... Plume, dove sei Plume?!
In fondo al colonnato, sulla parete opposta all'ingresso del salone, Carola intravide la coda del suo cagnilino infilarsi in un piccolo portone, o meglio, sembrava lo sportello di un forno più che un portone...
Carola cominciò a correre per seguire Plume e quando superò lo stesso sportello, si trovò in un'altra sala immensa, in cui al centro il pavimento... bolliva! Un piccolo camminamento permetteva di fare il giro della sala circolare, ma al suo centro il materiale spugnoso di cui era fatta tutta la grotta ribolliva piano piano, rilasciando grandi nuovole di vapore caldo. Il profumo che avevano sentito nella sala con le grandi colonne, qui era fortissimo e accese il ricordo mancante di Carola: la polenta! Tutta la grotta era rivestita di morbida e calda polenta gialla! Plume, con il suo olfatto da segugio, aveva già approfittato e comodamente seduto lungo il bordo della sala circolare, aspettava soddisfatto che il ribollire della polenta ne facesse strabordare un poco, per mangiarsela in un sol boccone! Mentre Carola prendeva posto accanto a Plume, intravide qualcosa di colore scuro emergere dalla polenta. Solo quando una di queste creature si arrampicò sul bordo del grande paiolo, Carola si rese conto che si trattava di piccoli funghetti in grado, non solo di muoversi, ma persino di parlare!
- Buongiorno cari amici, benvenuti nel Monte Polenta, un resort vacanze per personcine ben selezionate! - disse il funghetto con tono altezzoso.
Carola, ancora incredula, rispose gentilmente al funghetto con un saluto cordiale e Plume gli diede una bella leccatina di benvenuto.
- Sarete miei ospiti ogni volta che lo desidererete: potrete fare rilassanti bagni di vapore qui nel Paiolo turco, oppure farvi una nuotata nella Pirofila esterna, in cui la polenta raggiunge una temperatura molto gradevole, adatta al nuoto e agli sport acquatici, sapete ci sono anche dei corsi di polenta-gym! Ma ora seguitemi, vorrei mostrarvi le vostre stanze - il funghetto s'incaminnò verso una scaletta, che li condusse nella hall di quello che sembrava un vero hotel di lusso. Prese una grande forchetta e proseguì su un'altra rampa di scale.
- Eccoci, questa è la vostra suite, per aprire la porta, inserite la forchetta nella serratura e mangiatevela! Sono certo che il vostro soggiorno, presso il nostro resort, sarà delizioso! - così dicendo scomparve in una parete che lo sommerse. Carola e Plume non se lo fecero ripetere e mangiata la serratura, aprirono la porta della loro meravigliosa camera: un lettone gigante rotondo si trovava al centro e davanti a una finestra immensa, c'era una ciotola idromassaggio! Giocattoli, ossa per Plume, nutella da spalmare su tutta la stanza per poi gustarsela comodamente sdraiati sulle sedie del terrazzo, c'era tutto quello che avrebbero potuto desiderare! Se qualcosa fosse mancato, puntando un timer come quello del forno della mamma, era possibile chiamare il servizio in camera.
Dopo essersi pappati gran parte della loro stanza, che ovviamente si rigenerava al'istante di nuova e morbida polenta al formaggio o con l'arrosto, Carola uscì sul grande terrazzo e vide mamma, papà e i nonni seduti sulla panchina. Ma non si erano accorti che lei e Plume non erano più lì? Tanto meglio, avrebbe potuto godersi il suo soggiorno al Monte Polenta Resort! Proprio in quel momento, il funghetto bussò alla porta della suite e annunciò che sarebbe stato grato di avere Carola e Plume alla cena di gala, organizzata quella sera. Sembrava un'idea fantastica! Così, dopo un pomeriggio rilassante, i due amici si presentarono puntualissimi nella hall dell'hotel, in attesa di sapere dove si sarebbe tenuta la grande cena. Il funghetto non mancò l'appuntamento e li guidò fino al Vassoio di Gala, il ristorante dell'hotel. La cena fu splendida, soprattutto perchè superò le aspettative di Carola, convinta di continuare a mangiare polenta per tutta la sua permanenza al monte. Invece, la tavola era imbandita di ogni leccornia: pasta, risotti, insalate, verdurine al vapore, pesce e dolci! Anche se tutto sembrava fatto di polenta, il sapore e la consistenza dei cibi era la stessa del mondo reale. Dopo la cena, il funghetto che li aveva accompagnati e assistiti durante tutta la giornata, si alzò e richiamò l'attenzione di tutti i presenti:
- Buonasera a tutti e grazie per essere qui questa sera. E' con onore che consegno questo riconoscimento ai nostri ospiti di oggi, Carola e il suo fidato Plume. Sempre meno spesso osserviamo un rapporto così meraviglioso fra una creatura umana e un rappresentante della natura e quindi con vero piacere consegnare la Ciotola D'oro ai due amici! Prego, venite!
Carola era rossa dall'imbarazzo, ma Plume spinse il suo naso umido nella mano della bambina, che si convinse e si avvicinò al funghetto per ritirare il suo premio. Il funghetto spiegò che la Ciotola era un regalo molto prezioso, in grado di trasportare i due amici in luoghi meravigliosi, proprio come il Monte Polenta, senza che nessuno dei grandi potesse accorgersi della loro mancanza. Ogni volta che Carola avesse servito un po' di polenta al piccolo Plume, la Ciotola si sarebbe attivata per far viaggiare i due amici. Carola ne era entusiasta e Plume ancor di più: la Ciotola sarebbe stato un ulteriore modo di mangiucchiare qualche spuntino extra :) Ringraziando mille e più volte tutti i presenti, Carola e quel mangione di Plume si ritirarono nella loro magnifica suite e forse per il pasto troppo abbondante o per tutti quei trattamenti rilassanti, ceddero in un dolce sonno ristoratore.
Quando Carola si svegliò, si trovava sul divano a casa dai nonni e Plume non era con lei. Al primo istante, ne restò delusa, convinta che tutta l'avventura di quel pomeriggio fosse solo un lungo sogno. Poi, quando si sedette a tavola per la cena, capì che si sbagliava. Il nonno la chiamò dal salotto per accompagnarla a lavare le mani e le diede un piccolo pacchetto giallo:
- Questo è un pensierino, l'ho vista ieri al negozio e ho pensato a te e a Plume - disse il nonno con un bel sorriso, grazie alla sua nuova dentiera fiammante.
Scartato il pacchettino, Carola trovò una bella ciotola gialla, con un aereo disegnato dentro, proprio uguale a quella ricevuta in dono alla serata di gala...

17.3.11

Buon compleanno...

La notte e il suo manto nero erano scesi già da qualche ora sulla città. I palazzi imponenti se ne stavano al loro posto, fissando dall'alto le strade, le piazze e i vagabondi in cerca di riparo dal gelo di fine inverno. Una pioggerella fitta e sottile batteva sui tetti delle case, tintinnava sui vetri delle finestre e faceva luccicare l'asfalto dei viali. La luna e le sue stelle, quella notte, se ne erano andate altrove, su e ancora più su, sopra le nuvole scure. Qualche colombo si rintanava sui cornicioni, speluccando le briciole di Piazza Duomo, controllando guardinghi i propri compagni. Nessun rumore, solo qualche risata in lontananza, forse da Brera e dai suoi caffè e i cartomanti misteriosi. La notte.
Beppe dorme nella sua stanza. Le persiane sono socchiuse e tracciano linee oblique sul parquet di rovere chiaro. I giocattoli riposano nei grandi contenitori in plastica trasparente dell'Ikea, con i loro occhi neri sbarrati sul mondo. Ad un tratto un colpo di vento muove la persiana e la luce del lampione raggiunge il viso addormentato di Beppe. Un sussulto e il bimbo si sveglia impaurito, restando seduto nel buio. Stroppicciando gli occhietti verdi, sbadiglia ancora assonnato e abituando gli occhi al nero della notte, comincia a scorgere qualcosa attorno a lui. Sotto ai suoi piedini avvolti dalle babucce della Disney, sente un freddo insolito, pungente e intenso. Davanti a lui, un grande tubo colorato si infila nel pavimento e... risbuca sotto di lui. Senza ancora capire, Beppe è a cavalcioni sopra il grande filo metallico, che tumultuoso si libera del suo grande ago e comincia a correre nell'aria fredda e umida della notte. Incredulo e muto, Beppe non sa che fare. Il filo si alza e corre sempre più veloce: attraversa tutto il parco e gira attorno alla Torre, sopra il Castello fino al Teatro. Sopra la piazza, dove si ferma e Beppe saluta il grande Maestro, che... risponde al saluto inclinando il capo. Gli occhi di Beppe sono sgranati sulla statua, ma ecco che il filo riprende vita e corre ancora sopra la città. Il Duomo, le guglie, la piccola Madonnina e via nel vento. E' troppo veloce e gli occhi di Beppe si stringono in una piccola lacrima, che con un rintocco cade sopra il grande cimitero addormentato. Beppe sente un po' di calore, riapre i suoi occhi e vede un grande pegaso, immobile davanti a lui. Beppe guarda in basso e vede la grande piazza del Duca, con spavento abbraccia il pegaso, che strizzando uno dei suoi occhi freddi, prende il volo, sfrecciando all'interno della grande stazione. Dentro tutto tace, ma d'improvviso si alza il canto tricolore di un uomo con le guance arrossate da un buon vinello. Beppe sorride e canticchia senza voce il canto maestoso, imparato a scuola per Storia. Il pegaso scompare e il bimbo si trova seduto sopra una delle immense porte della stazione. Da lontano un grande trambusto, arrivano i treni? Dai binari si scorge qualcosa con i primi spiragli di sole. Nel chiarore di un'alba fragile e gelata, uno stuoio di mille suonatori intonano il grande inno, che da un eco lontano si fa un rombo sicuro, tonante e preciso. La stazione si riempie di note, colori e bandiere. Beppe vede tutta la scuola, la gente, i compagni e pendolari. Tutti cantano in coro e chiudono gli occhi in un sogno, che oggi si chiama Italia...

28.2.11

Una notte e un berretto

C’era un tempo una storia piccola e leggera, trasportata dal vento e dalle ali di qualche cinciallegra diretta nella stessa direzione della storiella: un balconcino, che si apriva dalla stanza di un bimbo non ancora addormentato e in attesa della sua favola della buona notte… ascolta, bimbo caro…
Era una limpida mattinata di primavera, la valle si stava ancora svegliando sotto i raggi del primo sole. Il tepore di primo mattino riscaldava i piccoli fili d’erba, infreddoliti dalle goccioline di rugiada della notte. I ranuncoli stendevano le loro fogliolette su cui le insonnolite farfalle aprivano le loro ali variopinte, dopo una lunga notte di riposo. Tutto, piano piano, salutava il nuovo giorno che già cresceva nel limpido cielo azzurro.

L’angusta valle s’inerpicava su vecchie montagne, le cui vette erano appena impolverate di soffice neve. I fianchi delle montagne, spruzzati qua e là di casine, verdeggiavano di Primavera; i profumi di erbe aromatiche, trascinati da un leggero venticello, s’intrecciavano con gustosi sapori: patate appena scottate nell’olio sulle nere stufe di ghisa, bricchi di latte spumeggianti, caldi cornetti appena sfornati e  tanto pane croccante spalmato di burro e morbide marmellate… nelle casine le colazioni erano già in tavola. Il ballo indaffarato del vento portava i profumi di ginepro sui focolari, volava verso il cielo in vorticosi passi fino alle stelle, che s’intravedevano ancora nel chiarore del mattino.
Proprio da queste parti, raggiunto il paese sulla costa della montagna, la strada fangosa portava alla casetta del Sig. Boscofruttoso. Dalla stradina si poteva scorgere una casa in pietra, sistemata sulla collina più verde. Le sue finestrelle erano accese di piccole fiammelle rosse che brillavano con calore. C’erano anche altre costruzioni nella radura: una chiesina, ricavata dalla vecchia stalla e laggiù infondo, la stalla nuova, l’orgoglio dei Sig. Boscofruttoso! La piccola famigliola viveva da generazioni in quel luogo incantato e sembrava che ormai non l’avrebbero mai più abbandonato.
Il Sig. Boscofruttoso era un ometto cicciotto, con grandi baffoni bianchi e un paio di occhiali, con i quali osservava i più piccoli dettagli dei fiori e delle piante. Portava sempre il cappello, qualcuno in paese, diceva perché era pelato!! Chissà! Sua moglie, una signora esile e sempre ordinatissima, curava la casetta e la chiesina, cercando sempre di accontentare la vecchia nonna che viveva con loro e che, beh, nonostante i suoi capelli grigi, aveva ancora il suo caratterino! Nella famigliola c’era poi Chicco, un bimbetto vivace, dai capelli foltissimi e neri come la notte. Sempre a caccia di guai, impegnava i suoi genitori da mattina a sera, anche se la maggior parte delle sue giornate, le trascorreva galoppando per i prati con Martino, il suo cavallo. I due erano davvero inseparabili, non passava pomeriggio, in cui Chicco non stava con Martino e l’animale sembrava divertirsi quanto il suo padroncino.
Ma ecco aprirsi la porticina della stalla, un omettino, in salopette blu infilata in grandi stivaloni verdi, con un grosso cappello in testa, si dirigeva svelto verso la casettina. In una mano stringeva un secchiellaccio in latta, incrostato di giallo all’interno, dove il latte delle caprette sguazzava appena munto. Nell’altro una testa d’aglio, la nonna ci teneva molto, si diceva tenesse lontani gli spiriti maligni. Da una delle finestrelle, la Sig. Boscofruttoso sbatacchiava i tappeti pesanti delle camere da letto: 
- Berto! Ti stiamo aspettando, quanto ci hai messo? - disse la Signora. 
- Arrivo, arrivo… che barba! - rispose il Sig. Boscofruttoso borbottando altro sotto i baffi.
Una volta arrivato, spiegò che aveva trovato tutto molto in disordine nella stalla nuova, le caprette molto agitate, ma inspiegabilmente il latte già munto e i cavalli già al prato. Credendo fosse opera di Chicco, suo padre era già deciso a rimproverarlo, per avergli fatto prendere uno spavento per il disordine, ma soprattutto per essere sgattaiolato fuori casa quando era ancora buio (e senz’aglio, per giunta!). Chicco scese la scala scricchiolante con estrema lentezza, ancora intorpidito dal lungo sonno. 
- Chicco per tutti gli scoiattoli, dove sei stato stanotte? - esclamò il vecchio padre arrabbiato. Chicco, nel suo pigiametto rosso, lo guardò con una faccia senza espressione, sgranando i suoi vispi occhietti verdi, per abituarsi alla luce.
- Io? E dove vuoi che sia andato?A letto! - rispose svogliatamente il bambino. 
- Oh gattaccio!! Racconta queste frottole a qualcun altro! Ho trovato tutto in disordine nella stalla, chi vuoi che sia stato se non tu, monellaccio bugiardello! - sbraitò il Sig. Boscofruttoso. 
- Ma io… - 
- Niente ma! Per punizione, non verrai al mercato con me e la mamma! Ti occuperai invece della povera nonna: le taglierai le unghie! -
Pietro si prese un pezzo di focaccia appena sfornata e se ne tornò arrabbiato in camera sua pensando fra sé: "E’ sempre colpa mia, non ho fatto una mela secca, ma per lui sono stato io! E in più niente mercato, niente bicicletta nuova… in compenso, unghie della nonna: bleah!" Intanto, al piano inferiore tutto fremeva per i preparativi per salire in paese, per la famigliola il Giovedì era giorno di mercato e momento per trovarsi con gli amici in paese e chiacchierare a suon di frittelle e vinello nuovo.
"Non sono stato io, ma tutto è molto strano… devo lasciar andar via mamma e papà, far addormentare la nonnina e poi… scoprire il segreto! Martino sarà con me, mi porterà lui verso l’indizio giusto!”. Detto, fatto! Chicco era già in cammino verso la stalla accompagnato dal suo fedele compagno. Il vecchio portoncino cigolò appena Chicco lo aprì, nella stalla tutto era ormai silenzioso. I due amici cominciarono ad aggirarsi in tutti i cantoni, sgranocchiando insieme la focaccia (il loro pranzo), nulla di sospetto. Caprette brulicanti, attrezzi nell’armadio, balle di fieno impilate… Impilate?? Ma quello era il compito di Chicco!! Il cavallino cominciò a nitrire in direzione delle balle, Chicco gli corse incontro. Stava osservando come fossero ben allacciati i fili, quando la sua attenzione fu catturata da una cuffietta arancione di dimensioni piccolissime…che poteva essere? Martino raspò a terra nitrendo, Chicco allora gli saltò in groppa e già al piccolo galoppo, Martino si diresse verso il Bosco Incantato. Il bosco era chiamato così per la bellezza delle sue piante, rigogliose e piene di fiori e bacche. La nonna, che in quel momento ronfava tranquilla, era convinta che fosse abitato da strane creature, ma nessuno, tranne Chicco, le credeva più e quella cuffietta sembrava darle ragione. I due compagni di avventure erano ansiosi di raggiungere il bosco, ma durante il loro tragitto, Chicco scorse un uccellino impigliato in un cespuglio di rovi. Preoccupato per la creaturina, con un fischio richiamò Martino al passo, che subito ubbidì. Nonostante la fretta, Pietro liberò delicatamente il piccolo pettirosso, che subito squittì contento! Chicco lo abbeverò con la sua borraccia, questo, fatto qualche sorso volò via allegro. Un sincero sorriso sbocciò sulle guanciotte rosse di Chicco e Martino approvò scuotendo su e giu il suo musone. Ma non c’era tempo da perdere, il bosco aspettava e la nonna poteva svegliarsi da un momento all’altro! Chicco s’incamminò alle soglie del bosco, Martino gli andava dietro. Arrivarono fino al centro del bosco, in una piccola radura, nessun rumore. Il muschio incastonato sulle pietre bianche, i tronchi impetuosi e i cespugli di biancospino. Nient’altro. Chicco capì che doveva aspettare la notte, ma come avrebbe fatto ad uscire senza essere visto?! Tornò verso casa un po’ deluso, sistemò Martino nel suo recinto speciale, gli riempì il secchio di acqua fresca e la mangiatoia di croccante avena. Lo salutò facendogli solletico sul nasone e lui lo stropicciò contento.
Una volta in casa, trovò la nonna ancora addormentata, stava prendendo le forbicine per fare il suo dovere…ma, le unghie erano già tagliate!! E spennellate di smalto! Stava cercando di capacitarsi di questo, quando il trillo del telefono giallo svegliò la nonna e attirò Chicco fino al mobiletto dell’ingresso: 
- Pronto, pronto?? Chiccooo?? Sono la mamma tesorino!! - 
E Chicco: - Sì, dimmi mamma, che c’è? -
- Senti, hai tagliato le unghie alla nonna vero, certo che l’hai fatto, ascolta noi ci dobbiamo trattenere qui all’osteria della zia Melalinda, purtroppo è piena di lavoro e da sola proprio non ce la fa! Così staremo qui a dormire!!Non devi aver paura, c’è la nonna e poi sta venendo giù anche la tua cuginetta Mia, si occuperà della cena, quindi comportati bene, ora devo andare! -
- Mamma, io… - e la mamma aveva già riattaccato! Che disdetta,Chicco avrebbe potuto muoversi tranquillo solo con la nonna, ma con MIA!!! Aveva appena posato il telefono, quando bussarono alla porta “Ma non ci credo, è già qui! Addio scampagnata nei boschi!”. Mia entrò, era tutta vestita di azzurro e il suo naso a punta sembrava pizzicare la luna. Posò la borsina con calma, baciò la nonna, che rispose con uno sdentato sorriso, e cominciò ad attaccare la cena… ormai era già tardo pomeriggio!
Si fece sera, la cena fu consumata tranquillamente, Chicco dopo aver aiutato Mia a sistemare e aver accompagnato la nonna fino alla sua camera, cercò lo smalto ovunque, ma non ne trovò nemmeno l’ombra! Infatti in casa non lo usava nessuno, anche se alla nonna sarebbe piaciuto averlo! Chicco decise di andare a letto presto, così anche Mia lo imitò. Non appena sentì che era tutto tranquillo, scese le scale: 
- Beccato! Dove vai? - la luce si accese e Chicco trovò Mia seduta davanti alla porta, in camicia da notte rosa. 
- Oh, senti Mia, è una storia lunga, ma se vieni con me e tieni la bocca chiusa, ti racconterò tutto! - 
La ragazzina, poco più grande di lui, lanciò il suo nasetto in un sì deciso! Partirono insieme e tutto fu spiegato anche a Mia. Mia era in rosa, Chicco aveva il pigiama rosso e Martino la sua cuffia da notte verde (contro il freddo!).
Arrivati al centro del Bosco Incantato, tutto sembrava tranquillo, i tre si tenevano vicini. Chicco teneva in una tasca la cuffia arancio, nell’altra l’aglio, non si poteva mai sapere! Ad un tratto tra le foglie, s’accesero mille e più luci bianche, una melodia leggera s’alzo accompagnata dal vento e milioni di piccoli elfi colorati si avvicinarono ai tre amici. Uno di loro andò verso Chicco, gli chiese di chinarsi e gli sussurrò in un orecchio magiche parole, Chicco gli offrì in cambio la sua cuffia e l’elfo gli lasciò cadere nella mano una minuscola fiala… Chicco chiuse gli occhi, tutto s’offuscò!
Il giorno dopo, Chicco si trovò nel suo letto. Scese in fretta le scale, Mia dormiva nella sua stanza. Guardò fuori, le orecchie di Martino sbucavano dalla porta del suo recinto. Mise una mano in tasca, trovò la piccola fiala. Allora capì. Tutto. Gli elfi, il loro lavoro… e il loro segreto! Da allora ogni viaggiatore trova riparo presso la casina, in cui prima di ripartire fa tesoro del segreto svelato quella notte…



Se anche tu, bimbetto,
degli elfi il segreto vuoi scovare,
là sulla montagna c’è il magico boschetto
non aspettare, corri a guardare!
Nella tua valle fin quasi a una piccola sera,
scopri il mondo in cui la vita è ancor vera!