Scrivere è sempre nascondere qualcosa, in modo che poi venga scoperto.

- Italo Calvino -

Pagine

Visualizzazione post con etichetta bambini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta bambini. Mostra tutti i post

1.10.16

Le montagne nascono d'inverno


C’era una volta, tanto tempo fa, una grande, immensa, sconfinata terra pianeggiante, coltivata a granoturco. File e file di piantine ordinate se ne stavano come in coda per kilometri, fino a dove lo sguardo poteva immaginare l’orizzonte, il posto in cui il sole se ne andava a dormire ogni sera, dopo aver messo il pigiama. 

Quella distesa di terra brulla si nutriva dei caldi raggi del sole, gustandone la luce con pacata lentezza, per non perdere alcun beneficio. Un calmo pasto da consumare per tutto il giorno, fino al tramonto. Tutto quel sole metteva però una gran sete alla terra piatta del campo di granoturco, costringendola a cercare con affanno un po’ di gocce giù e ancor più giù in profondità, sotto le tane buie dei conigli, oltre i depositi di sabbia o argilla, là dove la terra è scura e bagnata. 

Poi, a volte, un fresco temporale dissetava tutto il grande campo. La terra piatta si chiedeva spesso da dove arrivasse tutta quell’acqua un po’ salata e così buona, che viaggiava su vagoni di nuvole grigie e stanche. Le instancabili viaggiatrici del cielo arrivavano compatte e basse e la terra sapeva che di lì a poco la sua sete sarebbe stata placata dal generoso regalo delle amiche di lassù, che raccontavano sempre belle storie, di paesi lontani. 

Spesso, dopo l’andirivieni delle nuvole, arrivava la coltre umida e spessa della nebbia che si accompagnava al primo, temutissimo gelo. Se fosse arrivato troppo presto, il freddo avrebbe messo a dura prova le povere piantine, congelate dalla sua morsa letale. Se fosse arrivato per tempo, il raccolto sarebbe già stato compiuto e il campo avrebbe potuto addormentarsi tranquillo, sotto una morbida coperta di neve bianca. 

La terra piatta poteva allora dormire, riposare e crescere un poco. Perché si sa, le terre piatte sono come i cuccioli che durante il sonno crescono. Così, ogni inverno, la terra piatta del campo cresceva e ogni anno, il suo sguardo poteva arrivare più lontano, vedere le nuvole arrivare dal mare e riposare più a lungo. Mano a mano che si alzava di statura, l’inverno si allungava e nel suo riposo, la terra cresceva compiaciuta. 

Durante le tiepidi estati, la terra non soffriva quasi più la sete, ma si divertiva con il solletico delle mucche e degli alpinisti che la scalavano con grande impegno. La sua erba diveniva più buona, il granoturco cresceva ancora e la terra che era piatta diventava a punta, come un grande triangolo che nascondeva il sole mentre si metteva in pigiama.

Un giorno d’inverno, una bambina guarda la montagna davanti alla sua casa, mentre la mamma le pettina i lunghi capelli biondi prima di andare a scuola. 

“Mamma guarda! La montagna è cresciuta rispetto allo scorso anno!” E la montagna, già protetta dalla prima e ancor leggera coperta di neve, sorrise. 

 


2.9.16

Stracciatella e Nanga Parbat


“Sapeva che sarebbe stato sufficiente aprire gli occhi per tornare alla sbiadita realtà senza fantasia degli adulti.”
- Lewis Carrol - 

Durante le vacanze, mi piace sedermi a leggere sulle panchine del viale nelle ultime ore del pomeriggio: c’è un bel chiacchiericcio e osservare le persone tra una pagina e l’altra è divertente. E’ stato durante uno di questi appostamenti che un bambino con un gelato grosso quanto il suo viso, già sporco di qualche goccia appiccicosa di stracciatella, ha detto a quella che poteva essere la nonna: “Voglio andare sul Nangiaparpad.” Il Nangiaparpad (Sì, Nanga Parbat, ma la versione del bambino cinquenne mi piace) aveva conquistato anche la sua fantasia, come quella di moltissimi altri, anche più grandini rispetto a lui. E lui l'aveva dichiarato, mangiando un gelato alla stracciatella.

Dopo questa esternazione, non ho potuto fare a meno di chiedermi se io ci andrei sul Nangiaparpad e, ovviamente, la prima spontanea risposta sarebbe sicuramente sì. In realtà, però, io non ci posso andare su quella montagna, perché non ho la preparazione per farlo. Sarebbe come se, vedendo un intervento a cuore aperto andato a buon fine, decidessi di volerlo ripetere. Non sono un cardio-chirurgo e tanto meno un alpinista. Tuttavia, ho pensato che la stessa sospesa sensazione di avventura, l’ho provata tante volte nelle mie piccole ascese e in diversi casi è successo a pochi passi da casa, in luoghi che nemmeno pensavo esistessero. Come quando l’Ettore ci ha portati in Val Pagana a vedere quella frana paleolitica di dolomia, i fossili di bivalvi e, con gli occhi sgranati come quelli dei cinquenni, ci siamo messi a immaginare che cosa potesse succedere tanto tempo fa in quello stesso bosco incantato. Un mondo perduto in un tempo passato si presentava davanti ai nostri sguardi sorpresi, conducendoci a perlustrare, guardare, toccare i muschi, le cortecce umide degli alberi, le fessure profonde della roccia nuda e fredda, odorando i profumi di bosco, terra e cielo.

Guardando la stracciatella che colava su quel bambino sognatore, ho pensato che il mio vagabondare preferito accade quando succede qualcosa che proprio non posso prevedere e non importa il dove. Quando ad esempio, invece di tirare dritta per completare le ripetute, guardando in giro mi accorgo di un sentiero mai visto prima e decido di percorrerlo, anche se la traccia è esile e sconosciuta. Quando mi alzo presto la mattina, per correre prima di andare al lavoro e gustare con una luce diversa i sentieri conosciuti da sempre. Quando decido di vivere d’adventura, cioè semplicemente di ciò che accadrà.

7.8.14

Il Folletto dei Calzini

C’era una volta, all’ombra del Resegone, un piccolo paesino adagiato in una conca verde e fiorita. Le montagne proteggevano la cittadina da tempo: prima dalle scorribande dei popoli del nord, sempre alla ricerca di guai, poi dalle truppe del sultano, avido di potere e desideroso di nuove conquiste. Inoltre, si raccontava che le montagne fossero una protezione magica del Grande Essere Obrun, la divinità degli antichi popoli del posto, contro l’Uragano Zino, uno fra i tanti tentativi del cattivissimo, crudele, spietato Bigione, il potente e malefico mago della Grigna. La lotta tra il Grande Essere Obrun e Bigione era una leggenda che ancora si narrava nelle lunghe sere d’inverno. I nonni raccontano che da piccoli la ascoltavano attorno al fuoco, oppure nelle stalle dove il calore degli animali li riscaldava dal gelo della neve e della tormenta. Oggi capita sempre meno di ascoltare queste storie vecchie, ma alcuni bambini si divertono ancora a sentirle narrare dai propri nonni o animate dai personaggi del teatrino delle marionette. Ad ogni modo, la protezione che le montagne avevano da sempre garantito faceva sì che la gente gli fosse affezionata e ne prendesse cura, pulendone i sentieri, rispettandone l’ambiente , evitandone il degrado e l’abbandono. Gli abitanti del paesino vivevano di ciò che quella terra gli offriva: prati verdi e ricchi di nutrimento per le loro bestie, da cui ricavare un latte buonissimo e fresco ogni giorno, adatto per preparare ottimi formaggi; boschi ricchi di grandi alberi per fabbricare mobili pregiati; una sorgente zampillante con proprietà benefiche da imbottigliare e vendere anche in pianura. Una terra ricca e tranquilla, in cui la vita trascorreva in maniera semplice e i bambini giocavano per le strade in un vociare allegro. Non c’erano pericoli e le battaglie di guardie e ladri venivano disputate vicino alla cascata della Troggia, il prezioso e ambito premio destinato ai vincitori. Ogni bambino del paesello sognava di conquistare la Troggia almeno una volta. Il piccolo Riccardo non era da meno. Riccardo era un bimbo gracile, esile, più piccolo dei suoi compagni. Aveva grandi occhi azzurri e un viso coperto da lentiggini color nocciola. I suoi capelli erano ramati e liscissimi, sottili come fili da cucito. Riccardo portava il nome di un grande re conosciuto per il suo immenso coraggio: Riccardo cuor di leone. La sua mamma aveva scelto questo nome perché il suo cuore era piccino e debole così sperava che potesse diventare forte e robusto, permettendo al piccolo Riccardo di dare prova di tutto il suo coraggio! Date le sue condizioni, Riccardo non poteva uscire a giocare spesso quanto i suoi compagni. I pochi pomeriggi di sole, quando il bosco risultava meno umido del solito, Riccardo aveva il permesso di raggiungere gli altri bambini che, non si dimostravano mai troppo entusiasti di farlo entrare in una squadra. Riccardino, così lo chiamavano tutti, non era troppo veloce nella corsa, si stancava in fretta e risultava perciò un compagno troppo debole. Lui se ne accorgeva e ci provava in tutti i modi a correre più forte che poteva a resistere per fingere di non fare fatica, ma proprio non gli riusciva. Un giorno come tanti altri, Riccardino e compagni si erano ritrovati in paese, per una partecipare al torneo dei rioni che coinvolgeva bambini e adulti in avvincenti e appassionanti partite di calcio. Riccardino era in panchina, ma non aveva mancato per un solo minuto di incitare i suoi compagni, facendo un tifo appassionato. [ L’orologio del campanile segnava già la fine del primo tempo e l’arbitro fischiò la fine. Forse ci sarebbe stato tempo per lui nel secondo tempo della partita. Scesero negli spogliatoi festosamente dato che Emilio, un bambino in villeggiatura con i nonni, aveva segnato il gol del vantaggio. Emilio era forte, atletico, veloce… era proprio tutto quello che Riccardino avrebbe voluto essere. Dopo l’intervallo, ritornarono in campo, anche se il cielo prometteva pioggia a catinelle, viste le grosse nubi dense che si stavano raccogliendo sopra il paesino. Qualche curioso che si era fermato ai bordi del campo per vedere giocare i monelli, si scoraggiò e se ne tornò verso casa prima che quelle nubi scaricassero tutto il loro contenuto. La partita continuò e l’altra squadra cercava in tutti i modi il gol del pareggio, erano ben determinati a segnare e alla fine ci riuscirono. Sembrava una partita del campionato. L’arbitro, un ragazzino, si affannava qua e là per il campo, cercando ogni tanto di dare un morso a una delle merendine che si era infilato nelle tasche. Anche lui non era quel che si dice un bambino agile. Riccardino stava in piedi, ai bordi del campo, senza perdere di vista l’orologio del campanile e cercando di incontrare lo sguardo di Emilio, sperando che lo facesse entrare. Quello se ne stava in mezzo al campo, con una faccia tesa e lo sguardo fisso sul pallone. Non si sarebbe mai sognato di farlo entrare in un momento così delicato. ] Le lancette dell’orologio del campanile fecero il loro giro e scoccò l’ultimo minuto del secondo tempo: 1-1. Le due squadre tornarono negli spogliatoi abbattute e tristi. Il torneo era a scontri diretti, perciò si passava prima ai supplementari e poi ai rigori. Emilio spronò i compagni a darsi da fare, ma nemmeno i supplementari cambiarono la situazione. Si andava ai rigori. Riccardino, nel suo piccolo cuore malconcio, nutriva una speranza. Emilio la frantumò quando nominò i ragazzi che avrebbero calciato i rigori, ma questo non abbatté Riccardino che tifò fino alla fine i suoi compagni, che vinsero e si aggiudicarono così la finale… la finale! Non stavano nella pelle, cominciarono a correre per tutto il campo, abbracciandosi e ridacchiando, buttandosi a terra senza sentire la pioggia battente che aveva iniziato a cadere e usando le pozzanghere per saltarci a piè pari e ridere ancor più a crepapelle. Quando si ritrovarono tutti nello spogliatoio, le docce fumanti riempirono la stanza di vapore e il te caldo servito dall’organizzazione addensò quella nebbiolina, profumandola di limone. Al momento di rivestirsi però, avvenne qualcosa di inaspettato… tutti i calzettoni dei ragazzi erano stati tagliati! Sia sulle punte che sui talloni! Ma che scherzo era questo?? Riccardino, frugando nella sua borsa, notò che il suo paio di calze era intonso. Cercò di nasconderlo, ma Paolone, l’arbitro mangione, quasi soffocandosi mentre trangugiava un pangocciolo, si mise a urlare per far notare che le calze di Riccardino fossero state risparmiate dal taglio! Tutti lo squadrarono con sguardo accusatorio e per contro il piccolo rispose che sarebbe stato sciocco fare quello scherzo evitando le proprie calze, dato che sarebbe stato subito riconosciuto come colpevole. I compagni si accontentarono di quella spiegazione, ma Emilio non sembrava convinto. Tornando a casa, Riccardino incontrò Paolone e sua sorella. Paolone chiese scusa per aver fatto la spia, ma ovviamente la cosa era risultata molto strana e al momento, pensava fosse proprio colpa di Riccardino. Emma, la sorella più piccola di Paolone, ascoltando il discorso dei due bambini concluse che doveva per forza trattarsi del folletto. I due la guardarono increduli. Emma era una bambina intelligentissima e studiosa, non era da lei parlare di assurdità come folletti o altre diavolerie. Eppure, i suoi grandi occhi blu fissarono convinti lo sguardo degli altri due, Emma era perfettamente consapevole di quello che stava dicendo. Propose a Paolone e a Riccardino di avviarsi verso il parco, avrebbe raccontato loro tutta la storia all’ombra del grande Faggio e magari, mangiandosi un bel ghiacciolo al limone. I tre si avviarono verso il chiosco dei gelati e si sedettero sotto i rami del possente albero. Emma si mise davanti a loro. Riccardino arrossì, gli era sempre piaciuta quella bambina. Emma aveva una lunga coda bionda, portata con la riga al centro della sua testolina rotonda. Indossava dei grandi occhiali tondi, che rendevano i suoi occhi blu ancora più grandi e il suo sguardo vispo ancora più attento e vigile. Bravissima a scuola, sapeva sempre tutto ed era una tipa tosta, che sapeva farsi rispettare. Riccardino riuscì a lasciare i suoi pensieri proprio quando Emma stava iniziando a raccontare la storia del folletto. Sembrava che nel tempo ci fossero state diverse manifestazioni della presenza di un essere dispettoso e magico in paese. Non si trattava di sole voci, ma c’erano anche atti ufficiali di denuncia alla guardia, trascrizioni nei registri del parroco e uno o due articoli de Il Giornale di Lecco che trasformava qualche racconto perplesso di alcuni concittadini in un caso di Mistero, coinvolgendo maghi e sensitivi vari. Quello che sembrava accadere da un bel po’, erano episodi come quello dello spogliatoio: erano diverse le famiglie che si ritrovavano con calzini, canotte, sottane tagliuzzate in lungo e in largo. Emma raccontò che questi episodi si ripetevano da anni, anzi, da secoli e tutti venivano spiegati con la presenza di un folletto all’interno della torre del paese. La torre, un’imponente costruzione in piedi da 900 anni, rappresentava un luogo misterioso, nessuno ci entrava volentieri da solo. La torre aveva vegliato sulla cittadina e dopo tanti anni, tutte quelle avventure pesavano sulle sue mura, arricchendole di storie, fantasticherie e leggende. Il folletto, così come veniva descritto, doveva essere alto poco più di una cinquantina di cm; esile e scattante, con capelli verderame, occhi verdi e pupille grandi e scure. Orecchie appuntite e naso all’insù, capace di ogni trucco, dall’invisibilità alla trasformazione in animali. Erano creature create dal Grande Essere Obrun per spiare le cattiverie e i malefici del mago della Grigna. Emma aggiunse che i folletti erano esseri permalosi e bisognava stare molto attenti con loro! i tre amici decisero di dare la caccia a questo folletto e si accordarono per incontrarsi la sera stessa dopo cena, per entrare nella torre. Emma compilò una lista di oggetti utili e diede l’ordine di ritrovarsi allo stesso punto due ore più tardi. E così fu. Era una fresca serata di fine estate, le giornate avevano già preso ad accorciarsi e dopo poco avrebbe fatto buio. Riccardino aveva tribolato non poco per avere il permesso da sua madre per uscire. Mentre stavano raggiungendo i piedi della torre e Paolone sgranocchiava rumorosamente un pacchetto di cracker integrali, Emilio li scorse e sbeffeggiandosi di Riccardino-taglia-calzini per farsi grande con Emma, li seguì cercando di ficcare il naso nei loro programmi. Cercando ancora di attirare l’attenzione di Emma, Emilio fece presente che a Milano frequentava il gruppo scout ed era quindi la persona più adatta per fare da guida, ovunque stessero andando. Emma rispose con tono stizzito che aveva già organizzato il gruppo di spedizione e se lui avesse voluto fare qualcosa, avrebbe potuto fare da apripista, ma solo seguendo le sue indicazioni. Non gli restava che accettare. Aprirono un varco attraverso una finestra a nord, era la più bassa e la più accessibile. All’interno l’aria era umida e fredda e il pavimento era ricoperto da uno strato bagnato e scivoloso, come notò Paolone pochi secondi dall’ingresso, scivolando rovinosamente. I tre bambini avevano torce e lampade frontali per ovviare all’oscurità, come aveva suggerito Emma il pomeriggio, Emilio si costruì una torcia con un vecchio straccio trovato fuori dalla torre, ma nonostante il calore emanato dalla torcia, aveva i brividi! Camminavano in fila indiana uno appiccicato all’altro ed Emma li guidò fino alla stanza del Consiglio in cui, secondo la leggenda, doveva trovarsi il rifugio del folletto. Per attirare la sua attenzione, Emma aveva portato con sé qualche barattolo di pesche sciroppate, sembrava che i folletti ne andassero matti. Giunti alla sala del consiglio, fecero un po’ di luce. Posizionarono i barattoli aperti tutto attorno e infine uno al centro. Poco dopo, una folata di vento spense la torcia di Emilio e inspiegabilmente anche tutti i frontali degli altri. I bambini si raggrupparono e Riccardino subito gridò per puntare lo sguardo di tutti alla loro destra. Incredibile, il folletto esisteva. Quando gli altri cominciavano appena ad abituare i loro occhi al buio, Riccardino si sposò a sinistra per seguire la rotta del goloso folletto, ma questo scomparve. Gli altri bambini non vedevano nulla e quando Riccardino fece notare che il folletto fosse sparito, lo guardarono senza capire. Soltanto lui poteva vederlo. Improvvisamente le lampade si riaccesero e con loro persino la torcia di Emilio riprese a bruciare… ma come era possibile? Emilio era ancora inebetito quando gli altri scoppiarono a ridere: era rimasto in mutande! Emma aggiunse subito che la sua teoria sui tagli degli abiti era corretta e il folletto non mancava di colpire i più maleducati con i suoi dispetti. Per calmare la sua voglia era necessario, oltre a una fornitura di pesche sciroppate, eliminare la causa del suo malumore. E la causa si chiamava Emilio. I folletti sono esseri molto permalosi, ma anche sensibili. Non tollerano le ingiustizie e non sopportano che ci si approfitti delle debolezze altrui, per farsi belli e grandi agli occhi degli altri. Emilio rappresentava tutto questo alla massima potenza. Emma propose di ritrovarsi il giorno dopo, alle 4 in punto ora della merenda, sempre alla torre. Emilio avrebbe dovuto chiedere pubblica ammenda dal punto più alto della torre, in modo che tutti lo sentissero. Solo così il folletto si sarebbe calmato. Lasciarono ancora qualche barattolo e mentre se ne andavano, Riccardino scorse il folletto in un angolo, con la bocca impiastricciata dallo sciroppo che gli fece l’occhiolino con fare compiacente. La mattina successiva, gli amici distribuirono i volantini preparati da Emma in modo da radunare una folla numerosa all’incontro. Riccardino non era il solo ad essere preso in giro da Emilio, lo stesso Paolone era una delle sue vittime. Con loro altri bambini accolsero volentieri l’invito delle scuse ufficiali. Prima delle 4, attorno alla scacchiera gigante sotto la torre c’era già un bel vociare e questo avrebbe già bendisposto il folletto. Emilio rientrò nella torre da solo e mentre raggiungeva la loggia, lasciò qualche barattolo di pesche. Una volta in cima, si affacciò e a voce alta urlò la filastrocca che Emma gli aveva scritto: Buongiorno a tutti, ma soprattutto al folletto A cui chiedo scusa, per evitare lo scherzetto. Lui taglia calzini, canotte e pantaloni Ma le mie prese in giro creano tristi emozioni. A lui e a tutti voi chiedo ammenda Sperando che si risolva la faccenda Dichiaro a tutti di essere pentito E spero pertanto di esser capito. Chiedo al folletto un po’ di rispetto. In cambio pesche con lo sciroppo prometto. Grazie a tutti di avermi ascoltato Adesso per tutti un grande gelato! Il folletto da quel giorno ebbe una fornitura garantita delle sue amate pesche sciroppate ed Emilio i vestiti integri. Tutta la storia servì da lezione ai bambini sbruffoncelli e prepotenti, tanto che ancora oggi le mamme li sgridano ricordando lo scherzetto del folletto dei calzini.

15.11.12

Mela. La bambina-ape

In molti hanno immaginato un mondo futuro, pieno di teconologia e comodità. Che mondo potrebbe immaginare una bambina con poteri immensi, ma inspiegabilmente sola? Mela immagina il suo Microcosmo, come nelle lezioni di Microcosmatica dell'illustrissimo e illuminatissimo regio maestro Mondo... e senza saperlo, crea un'epoca, un modo di vivere, che noi conosciamo molto bene.

C'era un volta nel paese di Nonso, una piccola bambina-ape. Non vestiva altro che il suo costume da ape, quello che ogni altra bambina avrebbe indossato il giorno di Carnevale o di Halloween. Mela era così orgogliosa del suo vestito che portava sempre e solo quello, nonostante il suo armadio rosa, con stelle brillantinate appiccicate sulle ante, contenesse molti altri capi: maglioncini colorati, con pois e bottoni multi.-forma, pantaloni in velluto, gonnelline e camicette.
A scuola nel paese di Nonso si studiavano le materie più interessanti del mondo: Tortologia e creme, Microcosmatica, Fiabe, Storia della Giocoleria, Incanto e Trucchi, Principi di Addomesticamento (nella cura e nella crescita di draghi, fenici e altri animali). Mela era bravissima in tutto, tutte le materie eerano per lei preferite e favolose, perchè, semplicemente, le piaceva andare a scuola. Questa sua predisposizione le creava non pochi grattacapi: Milla, la sua vicina di casa, era invidiosa del suo talento e per vendicare la sua rabbia, la prendeva in giro per il suo "ridicolo e consunto straccetto", riferendosi al suo costume da ape. Milla era molto popolare a scuola, quindi la sua cerchia sosteneva il rancore e le cattiverie della beniamina contro la piccola Mela che, nonostante non nutrisse alcun desiderio di legare con la smorfiosissima Milla, era pur sempre costretta alla solitudine. A dire la verità non sembrava molto turbata dalla sua condizione, anzi, il suo essere solitario e introverso ben si adattava al silenzio e ai luoghi appartati e lontani dalle folle. Poteva pensare, immaginare e questo non aveva confronti. Qualche volta, durante l'intervallo Mela si arrampicava in cima all'albero di Marmellata e sognava ad occhi aperti, immaginando un mondo in cui la gente volava su strane scatole di metallo, andava a comprare il cibo in luoghi assordanti e affollati e parlava dentro a marchingegni pieni di tasti. In quel mondo non esistevano i prati, le lettere e le penne e non serviva nemmeno avere degli amici... bastava avere un marchingegno in grado di creare un Microcosmo personale. Ogni persona viveva all'interno del suo Microcosmo, senza preoccuparsi dei suoi vicini. Mmm. Mela, come tutti gli altri bambini della sua età, soffriva per la mancanza di amici e per questo si rintanava nei suoi pensieri, immaginando un mondo vuoto, pieno di macchine in cui ogni individuo progettava e immaginava il suo mondo.
Un giorno Nonsoquando, arrivò nel paese di Nonso Bio. Bio aveva i capelli ricci e rossi, un faccione rotondo pieno di lentiggini. Portava una camicia verde mela, con pantaloni a quadri. La preside lo accompagnò nella classe di Mela e lo fece accomodare proprio accanto a lei, dove nessun'altro si sarebbe mai seduto.
- Ciao, io sono Bio! - Il bambino allungò vero Mela una mano paffutella e sudaticcia - Vuoi dei cracker bio-integrali? - continuò con un sorriso dal quale mancava qualche dentino.
- Ciao... io sono Mela, no grazie, sono intollerante al glutine, non posso mangiare crackers... - replicò timidamente Mela.
- EH!! (questa esclamazione veniva ripetuta spesso e senza nessun significato da Bio! Dopo un po', Mela ci fece l'abitudine e non se ne accorse nemmeno più) Anch'io sono intollerante! Ma questi sono di farina di kamut! E' una gran fortuna essere seduti vicini! EH!!
Mela sorrise al bambino, forse per la prima volta nella sua vita. Sgranocchiarono qualche crackers e seguirono attentamente la lezione, anche Bio sembrava molto bravo e studioso, tanto che si accordarono per vedersi nel pomeriggio alla Città dei Libri, dove avrebbero fatto insieme i compiti.
Mela era agitata per il suo incontro, era la prima volta che vedeva qualcuno dopo la scuola e non sapeva davvero come comportarsi. Bio però era un bambino molto allegro ed espansivo e senza che nemmeno lei se ne accorgesse, mise Mela a suo agio, facendola chiacchierare, ridere e divertire. I due bimbetti diventarono ottimi amici e ogni giorno si incontravano dopo la scuola per studiare, leggere, catalogare insettoidi o fiorisauri, che ancora non erano stati scoperti e studiati nel mondo di Nonso. Mai una volta Bio si interessò al vestito da ape di Mela, mai una volta le chiese il perché o il per come di tale costume. Così, un giorno, Mela indossò un vestito normale e lo stupore fu tale, che tutti i bambini nel cortile della scuola si fermarono ammutoliti per guardarla passare. Bio semplicemente le disse che stava molto bene, del resto come tutti gli altri giorni. Da quando aveva conosciuto Bio, il suo fantasticare sul mondo pieno di macchine e persone isolate aveva lasciato spazio a esplorazioni, gite in canoa sul fiume Latticino o arrampicate. Mela era felice e non creò mai quel mondo triste, in cui tutti sarebbero stati soli e collegati soltanto da macchine, senza chiacchierate vere, senza gite, senza profumi... Diventò grande e guadagnò la stima di tutti grazie alle sue innumerevoli scoperte e invenzioni, ma ciò che la rese davvero felice fu l'amicizia di tante persone care, che la sostennero nei suoi studi e nei suoi grandi progetti!

25.4.11

Il suono della pace

C'era una volta una città guerriera, in cui gli abitanti continuavano a combattere. Non c'era bisogno di un vero e fondato motivo, la guerra contro i paesi confinanti o contro quelli molto lontani, era da fare, era da portare avanti ed era da vincere.
Nessuno degli abitanti della città guerriera aveva una casa, perché sapeva che presto o tardi, questa sarebbe stata distrutta dai fuochi di qualche battaglia. Nessuna scuola esisteva nella città guerriera, nessun campo, nessuna strada. C'erano soltanto rovine, macerie di una città vecchia, passata, di cui non restava quasi più traccia. Il fumo dei cannoni e degli spari restava per giorni nella città guerriera, oscurando i raggi del tiepido sole che cercava di fare capolino sui monti. Non c'era musica, perché nessuno aveva voglia di ballare, cantare o semplicemente ascoltare. Le orecchie fischiavano anche nel sonno, perché il rumore assordante della guerra lasciava nell'aria il suo frastuono, cancellando anche il silenzio della placida notte.
Se vi state chiedendo se ci fossero bambini nella città guerriera, la risposta è sì. Purtroppo sì. Nella città guerriera c'erano ancora tanti bambini, quante le dita di una mano. Piccoli, sporchi e poveri si nascondevano sulla collina Miravalle, un luogo appartato, lontano dai campi di battaglia e dalle brutte e orribili scene dei grandi. Soltanto uno dei grande aveva deciso di stare con loro, perché lui la guerra proprio non la capiva. Così, il piccolo gruppo di pace viveva ai margini di quella città guerriera, cercando la serena tranquillità del bosco e della natura.
Non era facile però. Il rombo dei missili troncava qualsiasi dialogo o canto, il bagliore delle bombe rompeva il buio del riposo e il dolore per i propri cari non dava tregua ai piccoli bambini e al loro custode. Un giorno, Antonio, il custode dei cinque bambini, decise che così non si poteva continuare. Lo decise in un pomeriggio di fumo, grigio di polvere e spari, pieno di boati spaventosi e pianto di bambini. Basta a quelle atrocità, basta a quel continuo guerreggiare. Antonio stette sveglio tutta la notte a pensare, il suo pensiero continuò a lavorare instancabilmente, le sue mani disegnarono, scrissero e appallottolarono quelle bozze di idee, fino a quando, d'improvviso, il suo pensare raggiunse l'idea giusta. Antonio svegliò tutti i bambini, li fece vestire e li preparò per mettersi in cammino. Nel cuore della notte, al lampeggiare degli spari, i cinque bambini, cinque asinelli e Antonio loro custode si misero in cammino, nel freddo del bosco e degli sbadigli, ma riscaldati da un piccola e forte speranza, riposta nel cuore.
Giunti a valle, i piccoli portatori di pace disciolsero il loro gruppo e raggiunsero gli angoli della loro città guerriera, dove erano appostati gli eserciti nemici. Antonio s'incamminò invece nel cuore della città, alla ricerca del campo dei soldati della sua città. Come prestabilito, ognuno avrebbe sottratto uno dei cannoni, con l'aiuto dei piccoli asini grigi. Nel rimbombo degli scoppi, i bambini e il loro custode agirono indisturbati, rincontrandosi un'ora dopo all'inizio della mulattiera che li avrebbe ricondotti alla loro collina. I primi, timidi, sorridi sbocciarono su quei visini impauriti. Non era ancora finita. A passo svelto, presero il sentiero e camminando uno dopo l'altro trascinarono i pesanti cannoni fino a colle Miravalle, dove il fuoco li avrebbe fusi in un unico, potente strumento di pace. Lavorarono con impegno a lungo, riscaldati dal fuoco e dal loro grande desiderio. Ogni ora il metallo si faceva più denso, fino a divenire un liquido incandescente nel freddo di quella notte di primavera. Antonio raccolse tutto il metallo fuso in un grande stampo e i bambini, dopo aver gettato nello stampo cinque bellissimi fiori di campo, si addormentarono esausti. Quando ancora tutti i bambini e i loro asini grigi dormivano, Antonio controllò il loro operato e scoprì che fu cosa buona e ben fatta. Il metallo guerriero dei cannoni era stato sciolto e purificato per creare uno strumento in grado di sconfiggere tutte le armi della città: una bellissima campana magica, che avrebbe dovuto diffondere la pace ad ogni suo rintocco. E così fu.
La grande campana fu forgiata in quella stessa notte e al successivo albeggiare, fu posta sull'estremità del colle, dove s'imponeva maestosa sulla città guerriera. I cinque bambini e il loro custode si riunirono intorno alla grande campana, chiedendo che il suo rintocco divenisse strumento di pace, in grado di porre fine agli orrori della guerra. Le preghiere dei piccoli e di Antonio si raccolsero sotto la campana, rilasciando una forte energia.
Al tramonto, i piccoli asini grigi misero in moto il meccanismo della campana. Lentamente, il suo ondeggiare provocò il primo maestoso rintocco: dooooOOOOoooOOONNN! I bambini sorrisero, piansero e si abbracciarono in un grande girotondo e arrivò il secondo rintocco: dooooOOOOoooOOONNN! Ad ogni rintocco, si spegnevano i fuochi nella città guerriera, perché le armi si dissolvevano nel suono ritmato della grande campana: dooooOOOOoooOOONNN! La campana aveva ascoltato le loro preghiere, perché la città era ormai visibile e il fumo grigio degli spari già lontano nel vento della sera. Dopo l'ultimo rintocco, il piccolo gruppo scese nuovamente lungo il sentiero e raggiunse la città. C'era ancora tanto dolore, ma le battaglie, le armi e la polvere non esistevano più. Tutti gli accampamenti nemici si erano messi in viaggio, liberando gli antichi campi di frumento, di avena e di mais. Le donne facevano capolino fra le macerie e i soldati facevano ritorno alle loro case.
Da quella sera, ogni rintocco della grande campana portò nella città fiori, scuole, nuove case, ponti e strade, ma soprattutto la pace nel cuore di tutti i suoi abitanti.

12.4.11

Formaticum: viaggio alla scoperta dei sapori

INVITO A
Per tutti i mini-viaggiatori desiderosi di visitare un luogo incontaminato, in cui il tempo sembra essersi fermato, ma con tante possibilità di sport e avventure giocose! Un'ottima proposta per la gita fuori porta con mamma, papà e Fido e magari con i nonni!

INFORMAZIONI GENERALI
Si ringrazia www.pieroweb.com
Formaticum è il regno di re Caseus e si trova sul finire delle verdi pianure di granoturco,sulle prime alture della Valle Stretta. Pochi viaggiatori riescono a superare i valichi che permettono di accedere alla Valle Stretta, un luogo in cui il sole regala i suoi raggi a lungo, l'erba cresce fitta nei prati e le mucche se ne cibano tranquille e serene, producendo il miglior latte del mondo. Grazie a queste condizioni così favorevoli, gli abitanti di Formaticum possono preparare un prelibato formaggio a pasta morbida e cremosa, la specialità che rende re Caseus molto orgoglioso. 
Il clima è piuttosto mite d'estate e molto freddo durante l'inverno quando, anche le mucche, si ritirano al tepore delle loro stalle, al caldo e all'asciutto grazie al legno robusto. In Primavera, le piogge sono molto frequenti e qualche ultima spolverata di neve può arrivare anche a stagione ormai inoltrata. La sera le temperature si abbassano molto, a causa della brezza fresca portata dalla valletta del Fiume-Latte, che nasce dalle antiche rocce delle Fredde Montagne.
Sono due i centri maggiori del regno, ma visitare i piccoli borghi disseminati sulla costa delle Fredde Montagne è un'esperienza indimenticabile!


PER NON ANNOIARSI
Chi ha detto che in montagna ci si annoia? Nel regno di Caseus non è per niente vero! In ogni stagione dell'anno, le antiche tradizioni diventano un'occasione per conoscere, imparare e scoprire la natura, la storia e i buonissimi prodotti della terra. Per questo, ci sono sei itinerari dedicati al formaggio, alle chiesine, all'ecologia e tanto ancora, dovrete solo scegliere quello che fa per voi e magari, farvi accompagnare da uno degli Esperti, l'ordine delle guide del territorio di re Caseus. Gli Esperti sono potentissimi maghi, profondi conoscitori delle storie più antiche e in grado di condurvi in luoghi inesplorati!
Per far imparare i segreti della vita del vaccaro o il processo di preparazione del formaggio, Caseus ha ingaggiato i Saltimbanchi del regno del Panetun perchè registrassero dei video-corsi, visibili nelle stazioni del regno di Formaticum. Inoltre, ci sono escursioni e visite per tutti, anche per la vostra classe! Chissà, qualcuno di voi potrebbe rimanere affascinato dal mestiere bergamino e decidere di trasferirsi in alpeggio con la propria mandria!
Passeggiate, escursioni trekking e in mountain-bike, feste tradizionali legate alle stagioni, danze, sagre e tantissime attività!

PER LA NANNA
Si ringrazia www.pieroweb.com
Nel regno di Formaticum, l'abitazione tipica è la baita con il tetto in pietra, perchè non dormire in una di queste? Il calore e il riparo di un rifugio antico, il profumo del latte appena munto nella cucina con un grande camino e tanti buoni biscotti da inzuppare nel latte. Un tuffo nel fieno per rilassarsi e giocare alla lotta e tanto divertimento nella sala delle scoperte. Dimenticate i videogiochi a casa amici! Qui c'è tanto divertimento, natura e avventura! Ogni mattina, aprendo le griglie della vostra baita, il sole farà capolino mostrandovi il verde brillante di prati dove ruzzolare, correre e anche sporcarsi (la mamma non dirà nulla!) allegramente!

PER LA PAPPA
E' vero, siamo in molti ad avere qualche dubbio sul gusto dei formaggi... Quindi, prima di pranzare in una delle antiche taverne della Valle Stretta, sarà meglio visitare le aziende in cui Caseus ottiene i suoi prodotti migliori! In questo modo, potrete comprendere ogni ingrediente delle forme sapientemente preparata dai casari. Le antiche ricette vengono tramandate e custodite, così come le tecniche di allevamento delle dolci e placide mucche, le amiche più preziose della Valle e dei suoi abitanti.
Dopo questa visita, scegliete la vostra taverna e assaporate i piatti al sapore di formaggio, sarà tutto un altro gusto!

PER MAMMA E PAPA'
Il regno di Formaticum in un click !

20.2.11

Eliseo - Qualcosa cambierà

Ebbene sì: l'antipatico e schivo sig. Fanguel aveva una passiona ancora più forte delle sue noiose letture storiche! Branchiano era un appassionato ballerino di Flamenco! La sua passione per questa danza nacque in occasione del suo viaggio a Ronda, quando ancora il papà commerciava fiori in giro per il mondo. Una calda sera di luglio, durante una festa popolare, Branchiano rimase incantato davanti allo spettacolo dei ballerini e delle ballerine di flamenco. Il ritmo incalzante della musica, scandito dalle nacchere e dai passi veloci dei danzatori, i colori sgargianti degli abiti, la precisione e la passione espresse da quei movimenti trasportarono il piccolo Branchiano in un mondo fino ad allora sconosciuto: la danza. Non appena rientrato dal viaggio, il bambinetto cominciò a chiedere incessantemente di poter seguire delle lezioni di danza, ma gli fu sempre vietato. Il padre fu irremovibile. Suo figlio non avrebbe mai danzato, non erano cose da uomini. Così, il sogno di divenire un ballerino fu riposto, per un bel po' di anni, in un cassetto dei sogni. Quando si tratta, però, di desideri così grandi, non è possibile rinunciarvi completamente. Così, quando il sig. Fanguel padre durante un viaggio in Patagonia decise che quella sarebbe divenuta la sua nuova patria, per il giovane Branchiano fu facile convincere la madre a finanziare qualche lezione. Fin da subito, il ragazzino si mostrò predisposto alla danza, grazie a un senso del ritmo invidiabile. Nonostante la sua naturale capacità di apprendimento di passi e figure, restava un grande scoglio da superare: il pubblico. Infatti, al suo primo e anche ultimo saggio, Branchiano fece una gran brutta figura. Ormai quindicenne, risultava ancora troppo gracile e giovane rispetto alle sue compagne, donne appesantite dagli anni e da vite monotone, da cui scappavano grazie alle lezioni di danza del mercoledì sera. Inoltre, il suo corpo esile e il suo incarnato pallido poco si addicevano a quei balli sfrenati e allegri. Forse fu proprio a causa di queste lacune che la sua esibizione si trasformò in un vero e proprio disastro. Poco sicuro della sua interpretazione, Branchiano non azzeccò nemmeno un braceo nè tantomeno uno zapateo, spesso rovinando sui piedi della povera compagna di turno (già doloranti per conto loro!). Tutto questo non bastò, tanto che lo sfortunato Branchiano, inciampando nella gonna di una delle ballerine, finì con la testa fra i faretti frontali del palco, posizione ottimale per vedere le facce del pubblico scoppiare in grasse risate. Da allora, non ci fu più lezione, corso, esibizione che Branchiano volesse affrontare. Continuò a coltivare la propria passione nei 4 metri quadrati della sua stanzetta e mai più volle mostrare le sue doti a qualcuno, nemmeno alla madre, così fiera del figlio ballerino.
Gli spazi angusti erano solo un lontano ricordo ormai, perchè dal secondo piano in su, Branchiano aveva oggi a disposizione un castello intero per volteggi, coreografie e balli sfrenati! La sua ostinazione non gli permise comunque, di accogliere almeno una ballerina, per dare un senso a quei gesti, che con una compagna avrebbero acquistato un significato più completo. Qualcosa era destinato però a cambiare...
Dalla collina le risa non erano ancora terminate, anche se entrambi gli spioni cominciavano a provare una sorta di curiosità verso i movimenti del sig. Fanguel, anche se l'immagine del contabile in calzamaglia rimaneva troppo ridicola per non ridere! L'uomo era tutto vestito di nero, in una tutina aderentissima, con un'ampia fascia in vita di un rosso scarlatto, che evidenziava un corpo magro e non più giovane, ma comunque elastico e in gran forma.
Geppi aveva smesso di ridere ed Eliseo la osservava. Non aveva più quell'aria divertita e monella, ma uno sguardo incuriosito, forse addirittura interessato, preso dall'esibizione di ballo. Eliseo le propose di scendere al castello e provare a suonare di nuovo, ma non ottenne risposta dall'amica, ormai troppo intenta ad osservare il ballerino.
- GEPPI!
- Oh via, te tu m'hai fatto prendere un colpo!
- Per forza, non ci senti più! Vuoi venire a vedere se ci apre o torni a casa?
- No no! Scerto hche vengo!
Riposero tutto negli zaini e s'incamminarono sul sentiero della collina, per scendere fino alla strada verso il castello. Oltrepassarono il ponte dei rospi, che offrirono un concertino di accoglienza, arrivando presto al castello, da dove proveniva una musica spagnoleggiante a tutto volume. Provarono a suonare il campanello del portone principale, nulla. Provarono a quello sul retro, nulla. Eliseo realizzò a quel punto che, forse, il sig. Fanguel non avrebbe potuto sentire il campanello, vista la musica di "sottofondo" alle sue danze. Stava diventando una questione di principio rincontrare quell'uomo e farci quattro chiacchiere... senza contare che Geppi stava divenendo sempre più ansiosa di conoscerlo. Eliseo era indeciso sul da farsi e proprio quando stava per proporre all'amica di lasciar perdere, la musica cessò. Era la loro occasione, si rifiondarono al portone principale, perché non sarebbe stato carino farsi trovare appostati come curiosi all'entrata di servizio, suonarono alla porta e rimasero in attesa. Qualche minuto di silezio. Uno scricchiolio annunciò qualcuno alla finestra del secondo piano. Era il sig. Fanguel, che, inaspettatamente, sorrise ai suoi ospiti dicendo di concedergli qualche minuto. I due paparazzi erano eccitati e sorpresi nel contempo, forse aveva ragione sul conto del contabile!! (Geppi rise a crepapelle per il gioco di parole...)
- Buongiorno signori miei! Bentornato a casa Eliseo, le mura saranno felici di rivederti!
L'accoglienza del sig. Fanguel si rivelò calorosa e simpatica. Preparò del the verde, offrendo della piccola pasticceria ai cereali e uno squisito succo di mela, realizzato con i frutti del melo sul retro, dal sig. Fanguel in persona. Dopo i soliti e dovuti convenevoli, il sig. Fanguel rivolse la fatidica domanda:
- Che cosa vi porta al mio castello? Non ci saranno guai con le scartoffie di Laloi, vero?
Eliseo era spiazzato, non sapeva come giustificare la sua visita, programmata da giorni, ma mai rafforzata da una buona scusa che la giustificasse!
- Noi s'era a fare una jita nella natura e s'è sentito la musihca... ehm... io non sci resisto alla musihca spagnola!
Geppi aveva preso in pugno la situazione! Il sig. Fanguel arrosì per un istante, abbassando lo sguardo. Poi, preso da un coraggio improvviso, si rivolse alla donna:
- E' molto bello che anche lei abbia questa passione, personalmente è da tempo che mi diletto nell'ascolto e beh, anche nel ballo andaluso... sa, il flamenco!
Geppi aveva gli occhi brillanti, il sig. Fanguel continuò a raccontare ed Eliseo restò di sasso nel vedere come l'uno si stava dimostrando sciolto e di piacevole compangnia e l'altra, così composta nella conversazione! Dopo aver finito tutti i biscotti ai cereali, Eliseo si sentiva un po' di intralcio in quelle chiacchiere e cercò di richiamare l'attenzione di Geppi, ma risultò impossibile. Il sig. Fanguel comprese la situazione, così con il garbo e tutta la premura necessari, annunciò che si era fatto tardi e forse il piccolo sarebbe dovuto rientrare a casa. Geppi si riprese dal torpore di quel pomeriggio così interessante e ringraziò mille e più volte del the, delle paste, del racconto, del.. del del! Il sig. Fanguel accompagnò i suoi ospiti alla porta, dove, si fece ancora un po' timido e li salutò gentilmente, ringraziando della visita. Tornando a casa, i due non proferirono parola.


Geppi si sentiva felice. Non si spiegava il motivo o forse non se lo chiedeva nemmeno. Passò la serata cercando informazioni sul flamenco e sulla musica andusa... o alanduna? Poi, preparandosi per la notte, spogliando il maglioncione in lana, si accorse che nella tasca destra c'era un cartoncino. Pensò che si trattasse del biglietto da visista di qualche fornitore del bar, perciò lo buttò distrattamente sulla scrivania.

Eliseo era ancora più confuso. Appollaiato al finestrino della sua cuccetta nella casa mobile, pensava e ripensava ai repentini cambiamenti di quel pomeriggio. Se il sig. Fanguel era così di compagnia, perché mai aveva deciso di rinchiudersi in quel vecchio rudere, lontano da tutti?? E perchè Geppi si era fatta tutta civettuola durante la visita al castello? Tra qualche minuto avrebbe fatto buio, meglio dedicarsi all'osservazione delle costellazioni.... ci avrebbe capito di più che in quei due.

Branchiano era in cucina. Mai prima di quella sera aveva tardato così l'orario della cena e mai si era concesso un bel bicchiere di vino, per accompagnare la sua bistecca di soia. Quella sera però, si sentiva tranquillo e in completa pace. Nessun vino rosso gli avrebbe acceso alcun ricordo, se non quello delle labbra rosse di Geppi, che per tutto il pomeriggio aveva contemplato discretamente. Sorrise al riflesso del suo viso nel bicchiere e coccolandosi nella speranza di un sì a quel suo cartoncino, ripose il bicchiere nel tinello, posticipando le faccende domestiche all'indomani, come mai si era permesso di fare.

Che segreto nasconde il sig. Fanguel? Geppi leggerà il biglietto trovato nel maglione? Risponderà? Eliseo si sarà già trasferito nel suo nuovo loft super hi-tech? Chissà. Qualcosa è destinato però a cambiare...