Scrivere è sempre nascondere qualcosa, in modo che poi venga scoperto.

- Italo Calvino -

Pagine

1.10.16

Le montagne nascono d'inverno


C’era una volta, tanto tempo fa, una grande, immensa, sconfinata terra pianeggiante, coltivata a granoturco. File e file di piantine ordinate se ne stavano come in coda per kilometri, fino a dove lo sguardo poteva immaginare l’orizzonte, il posto in cui il sole se ne andava a dormire ogni sera, dopo aver messo il pigiama. 

Quella distesa di terra brulla si nutriva dei caldi raggi del sole, gustandone la luce con pacata lentezza, per non perdere alcun beneficio. Un calmo pasto da consumare per tutto il giorno, fino al tramonto. Tutto quel sole metteva però una gran sete alla terra piatta del campo di granoturco, costringendola a cercare con affanno un po’ di gocce giù e ancor più giù in profondità, sotto le tane buie dei conigli, oltre i depositi di sabbia o argilla, là dove la terra è scura e bagnata. 

Poi, a volte, un fresco temporale dissetava tutto il grande campo. La terra piatta si chiedeva spesso da dove arrivasse tutta quell’acqua un po’ salata e così buona, che viaggiava su vagoni di nuvole grigie e stanche. Le instancabili viaggiatrici del cielo arrivavano compatte e basse e la terra sapeva che di lì a poco la sua sete sarebbe stata placata dal generoso regalo delle amiche di lassù, che raccontavano sempre belle storie, di paesi lontani. 

Spesso, dopo l’andirivieni delle nuvole, arrivava la coltre umida e spessa della nebbia che si accompagnava al primo, temutissimo gelo. Se fosse arrivato troppo presto, il freddo avrebbe messo a dura prova le povere piantine, congelate dalla sua morsa letale. Se fosse arrivato per tempo, il raccolto sarebbe già stato compiuto e il campo avrebbe potuto addormentarsi tranquillo, sotto una morbida coperta di neve bianca. 

La terra piatta poteva allora dormire, riposare e crescere un poco. Perché si sa, le terre piatte sono come i cuccioli che durante il sonno crescono. Così, ogni inverno, la terra piatta del campo cresceva e ogni anno, il suo sguardo poteva arrivare più lontano, vedere le nuvole arrivare dal mare e riposare più a lungo. Mano a mano che si alzava di statura, l’inverno si allungava e nel suo riposo, la terra cresceva compiaciuta. 

Durante le tiepidi estati, la terra non soffriva quasi più la sete, ma si divertiva con il solletico delle mucche e degli alpinisti che la scalavano con grande impegno. La sua erba diveniva più buona, il granoturco cresceva ancora e la terra che era piatta diventava a punta, come un grande triangolo che nascondeva il sole mentre si metteva in pigiama.

Un giorno d’inverno, una bambina guarda la montagna davanti alla sua casa, mentre la mamma le pettina i lunghi capelli biondi prima di andare a scuola. 

“Mamma guarda! La montagna è cresciuta rispetto allo scorso anno!” E la montagna, già protetta dalla prima e ancor leggera coperta di neve, sorrise. 

 


2.9.16

Stracciatella e Nanga Parbat


“Sapeva che sarebbe stato sufficiente aprire gli occhi per tornare alla sbiadita realtà senza fantasia degli adulti.”
- Lewis Carrol - 

Durante le vacanze, mi piace sedermi a leggere sulle panchine del viale nelle ultime ore del pomeriggio: c’è un bel chiacchiericcio e osservare le persone tra una pagina e l’altra è divertente. E’ stato durante uno di questi appostamenti che un bambino con un gelato grosso quanto il suo viso, già sporco di qualche goccia appiccicosa di stracciatella, ha detto a quella che poteva essere la nonna: “Voglio andare sul Nangiaparpad.” Il Nangiaparpad (Sì, Nanga Parbat, ma la versione del bambino cinquenne mi piace) aveva conquistato anche la sua fantasia, come quella di moltissimi altri, anche più grandini rispetto a lui. E lui l'aveva dichiarato, mangiando un gelato alla stracciatella.

Dopo questa esternazione, non ho potuto fare a meno di chiedermi se io ci andrei sul Nangiaparpad e, ovviamente, la prima spontanea risposta sarebbe sicuramente sì. In realtà, però, io non ci posso andare su quella montagna, perché non ho la preparazione per farlo. Sarebbe come se, vedendo un intervento a cuore aperto andato a buon fine, decidessi di volerlo ripetere. Non sono un cardio-chirurgo e tanto meno un alpinista. Tuttavia, ho pensato che la stessa sospesa sensazione di avventura, l’ho provata tante volte nelle mie piccole ascese e in diversi casi è successo a pochi passi da casa, in luoghi che nemmeno pensavo esistessero. Come quando l’Ettore ci ha portati in Val Pagana a vedere quella frana paleolitica di dolomia, i fossili di bivalvi e, con gli occhi sgranati come quelli dei cinquenni, ci siamo messi a immaginare che cosa potesse succedere tanto tempo fa in quello stesso bosco incantato. Un mondo perduto in un tempo passato si presentava davanti ai nostri sguardi sorpresi, conducendoci a perlustrare, guardare, toccare i muschi, le cortecce umide degli alberi, le fessure profonde della roccia nuda e fredda, odorando i profumi di bosco, terra e cielo.

Guardando la stracciatella che colava su quel bambino sognatore, ho pensato che il mio vagabondare preferito accade quando succede qualcosa che proprio non posso prevedere e non importa il dove. Quando ad esempio, invece di tirare dritta per completare le ripetute, guardando in giro mi accorgo di un sentiero mai visto prima e decido di percorrerlo, anche se la traccia è esile e sconosciuta. Quando mi alzo presto la mattina, per correre prima di andare al lavoro e gustare con una luce diversa i sentieri conosciuti da sempre. Quando decido di vivere d’adventura, cioè semplicemente di ciò che accadrà.

25.11.15

Cappuccetto Rosso in Gore Tex

A Bruno Munari.

C’era una volta, in una valle in cui pioveva sempre, un piccolo villaggio umido, ai margini del bosco.
In una delle ultime case, proprio a ridosso del ruscello che attraversava la foresta, abitava Cappuccetto Rosso. Come sapete, al di là del bosco abitava invece la nonna della bambina prodigio, scampata alle mire della Disney che la vedeva già rivale di Hilary Duff.

Cappuccetto aveva già incontrato il Lupo da tempo e grazie al Cacciatore l’aveva scampata bella. Era tutta acqua passata. La nonna, nel frattempo era diventata ancora più vecchia, ma riceveva ancora volentieri la nipote che era ormai iscritta all’Università.

Così, in uno dei tanti pomeriggio di pioggia, Cappuccetto Rosso si avviò per il bosco. Come quando era bambina perse tempo qua e là osservando funghi e piante, non soltanto per raccoglierli come un tempo, ma per studiarli e catalogarli. Cappuccetto era laureanda in Scienze Naturali.
Mentre era intenta ad osservare un fiore particolare, una voce la colse di soprassalto:

Buongiorno!
- OH! Che spavento! Buondì…
- Non si preoccupi, non sono il Lupo Cattivo… - aggiunse sornione il bel tipo sulla trentina, aggiustandosi gli occhiali su un naso perfettamente appuntito.
- Ah guardi, se incontrassi il Lupo mi riterrei molto fortunata! Ma ormai non se ne vedono più, purtroppo.
- Quanto ha ragione! Ma ecco, io la disturbavo perché l’ho vista passeggiare sotto questa pioggia e si sta bagnando tutta!
- Guardi che se vuole vendermi un ombrello non lo compro! Si rompono tutti! E’ più comodo non averne!

Il rappresentante le spiegò che non le voleva vendere nulla, tantomeno un ombrello. Le proponeva, invece, un test di una giacca rossa formidabile, a suo dire. Si trattava di un tessuto innovativo, rivoluzionario! Sembrava che potesse essere traspirante, quanto antivento, caldo quanto impermeabile! Quando le pose in mano la giacca, Cappuccetto scoppiò a ridere! Era così leggera! Come avrebbe potuto proteggerla con così pochi grammi di peso?? Accettò comunque di partecipare al test, ansiosa di verificarne l’insuccesso.

Da quel giorno Cappuccetto scorrazzò in lungo e in largo con la sua nuova giacca e ne rilevò l’effettiva efficacia, tanto che non solo la propose alla nonna per le sue uscite notturne a salvare i Bufo-Bufo, ma anche al Cacciatore per le sue battute di caccia e persino al Lupo, riavvistato dopo secoli e ormai vecchissimo e sensibile al freddo.

Da allora, Cappuccetto fu ricordata come Cappuccetto Rosso in Gore Tex.

30.10.15

Il parolaio di professione

C'era una volta un parolaio di professione.
Conosceva ogni articolo, ogni preposizione, ogni congiunzione, ogni aggettivo, ogni nome, ogni verbo. I sinonimi non avevano segreti per lui che aveva, ormai, scovato ogni parola dalla sua tana.

Un giorno, in una delle sue battute di caccia di parole, avvistò una parola che gli sembrava sconosciuta. Ne vide soltanto l'iniziale e, dalla sua punta, dedusse che potesse essere una bella A. Guardò nel suo zaino e passò in rassegna tutta la sua raccolta di parole con la A. Sembrava proprio che non ci fosse, ma non aveva potuto distinguerla e quindi pensò che potesse essere AMICO oppure ALAMBICCO o forse ARCOBALENO! Non sarà stata forse ALBERO?

Decise di trovare quella parola. Il Signore delle Parole l'avrebbe guidato! Perlustrò la pianura in lungo e in largo. Niente. Salì passi e li ridiscese. Niente. Sorvolò i mari in elicottero. Cercò indicazioni nei cartelli, per trovare il sentiero giusto. Visitò vecchi teatri polverosi e partì per l'Africa convinto, per un per un periodo, che si trattasse di una parola straniera.


Poi, in una notte di stelle, ormai disilluso di poter trovare quella parola, si rifugiò in un vecchio cinema. Poltrone rosse, pop corn e chiacchiericcio. Si gustò quella pellicola, felice di trovarvi parole note, già raccolte negli anni. Poi le luci si riaccesero e, inaspettatamente, senza preavviso, eccola. Era lei, era quella parola sfuggente! Era lì, davanti a lui. Non aveva sbagliato, era proprio una bella A. La accolse con un sorriso e lei si avvicinò per essere raccolta e custodita per sempre.

Fu così che, il parolaio di professione conquistò l'ultima parola della sua collezione: AMORE.

11.9.15

La fata della neve

C'era una volta, tanto tempo fa, una landa di terra piatta ed erbosa di proprietà del Padrone delle Terre. Sfortunatamente, un giorno, giocando a UNO con il Padrone delle Acque suo fratello, perse e dovette cedergli quella vasta e rigogliosa pianura erbosa. Così, un caldo oceano invase la pianura e sul suo fondale si formarono grandi vulcani, simili ad immensi camini infuocati. Nemmeno quell'oceano blu cobalto era però destinato a durare. I Cavalieri d'Africa del Padrone delle Terre litigarono a proposito della ripartizione delle zebre con i loro rivali, i Cavalieri d'Europa. Tutto ciò fece scontrare le loro terre e queste si piegarono con tale forza da innalzare dal fondale marino i vulcani e la terra circostante, fino a divenire una lunga e possente catena di montagne, che oggi conosciamo come Dolomiti.

E' su queste cime, che si ergono da boschi incantati per svettare ai confini con il cielo, che inizia la nostra storia. Dopo la ripida salita, seguendo il sentiero a mezzacosta, fra i pascoli che in estate rifocillano le grasse mucche pezzate e dove d'inverno gli sciatori sfrecciano in coloratissimi giubbotti e sciarpe, è possibile raggiungere il vecchio rifugio. Possenti pietre ricavate dalla roccia dei monti sono state posate come base di questa struttura e per alzarne i muri indistruttibili. Lunghi tronchi robusti sono stati sapientemente rifiniti per sorreggere un tetto, che potesse proteggere da tutte le intemperie e lavorati finemente per realizzare mobili duraturi e massicci. Brillanti stelle del cielo sono state raccolte nella notte, perché illuminassero le stanze di questa casa, con una luce pura e rispettosa. Così è nato il Rifugio, sotto lo sguardo imperscrutabile delle montagne maestose.

Si racconta che questi lavori siano iniziati in una notte d'estate senza luna, tanto tempo fa. Si dice che una Fata della neve avesse voluto creare un luogo di ristoro lungo la via per le montagne. Si sussurra che questa fata sia ancora presso il rifugio e conceda, talvolta, qualche parola ai suoi ospiti. Si pensa che incontrare uno dei suoi sorrisi sia un dono di pura felicità. Ogni Fata della Neve conosce la vera Felicità e sa quanto sia difficile da conquistare. Le Fate sanno quanto la gente non comprenda il sapore della Felicità benché sia così intenso e piacevole! Un pranzo in famiglia, la risata di un bimbo, le parole di un amico, le coccole di una mamma...
Se la Fata della Neve dovesse dispensarvi di questa gioia, non trascuratela, si tratta di un regalo prezioso che accompagnerà il vostro cammino per sempre.