Scrivere è sempre nascondere qualcosa, in modo che poi venga scoperto.

- Italo Calvino -

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21.3.11

Il monte polenta

In una domenica pomeriggio qualunque, un pallido sole di fine inverno illuminava gli alberi ancora spogli e infreddoliti. Carola se ne stava nella sua stanza a giocare con Plume, il suo levriero, quando la mamma la chiamò dalla cucina:
- Carola!! Sei pronta? Dobbiamo andare!
Come ogni domenica pomeriggio, alle 13.50 Carola e i suoi genitori si stavano preparando per andare a trovare i nonni in città e purtroppo Plume dovette restare a casa, per via dell'allergia della nonna. Così, Carola lo prese in braccio, lo accoccolò nella sua coperta a pois, gli stroppicciò il musotto e gli sussurrò che sarebbe tornata presto. Plume seguì i suoi gesti attento, con le sue orecchie leggere sospese a mezz'aria: l'acqua nella ciotola, qualche croccantino, l'osso sistemato a fianco della coperta e la portafinestra socchiusa, in modo che potesse uscire a dare uno sguardo al giardino e a quella giornata di metà marzo. Era ora di partire!
L'auto era carica di pacchetti per il compleanno della nonna e in una scatola di cartone verde acqua era riposta la magnifica torta al cioccolato che la mamma aveva fatto preparare alla pasticceria più squisita del loro paesino. Carola la immaginava dentro la scatola, con la copertura lucida e i fiorellini di zucchero azzurri, la farcia morbida al gianduia e le gocce di cioccolato fondente nella pasta... mmmm! Con quel dolce pensiero, Carola si addormentò in un sonno tranquillo, pieno di splendidi sogni.
Una leccatina dopo l'altra, Plume svegliò la sua padroncina che, sorpresa, cercò di riabituare gli occhi al sole del pomeriggio. Ma Plume, che cosa ci faceva con loro? Mamma e papà, seduti su una panchina poco distante, chiacchieravano con i nonni, mentre lei e Plume se ne stavano sdraiati su una morbida coperta scozzese, all'ombra di un'alta betulla. Davanti a loro il terreno si innalzava dolcemente, formando il Monte Polenta, una cunetta in mezzo al parco delle mura, così chiamato per via del colore della terra sulla sua cima priva di erbetta. Osservandolo da vicino, il Monte sembrava davvero imponente, quasi come una collina vera! Carola non aveva mai notato quanto fosse grande, nonostante andasse in quel parco da molto tempo. Mentre faceva questi pensieri, la bimba non dava retta a Plume, il quale, scodinzolante, correva in lungo e in largo attorno ai piedi della collinetta. Non ottenendo risposta dalla sua padroncina, Plume le piombò addosso riempiendola di baci e interropendo i suoi pensieri.
- Ok Plume, vengo, andiamo a vedere ciò che hai trovato e per quale ragione fai tutto questo baccano...
- Non crederai mai a quello che ho visto!
- Bene, adesso mi fai vedere e... Oh mamma! Ma ma...
Plume la guardò con i suoi occhi neri vispissimi e acquattandosi a terra, la invitò a seguirlo. Carola ancora un po' confusa da ciò che avevano sentito le sue orecchie, gettò uno sguardo alla panchina dove la sua famiglia continuava a chiacchierare tranquillamente. Tutto era così incredibile, ma Carola decise di seguire Plume e verificare la sua scoperta. Girando attorno alla collina, sotto un cespuglio di siepe i due trovarono una grande buca, simile a quelle delle marmotte in montagna, ma molto più ampia. Senza esitare Plume si infilò all'interno della buca, seguito a ruota da Carola che, curiosa, era ben decisa a proseguire. Dopo qualche dozzina di passi nel buio più completo, Carola aprì i grandi occhi blu in un ambiente mai visto prima.
Una luce dorata e calda illuminava le immense volte della grotta, le colonne altissime, decorate con capitelli e le immense lastre del pavimento. Nell'aria c'era un profumo gradevole, così intenso da poterlo assaporare, tanto che Plume si leccava i baffi come se avesse l'acquolina in bocca. Quell'odorino ricordò a Carola i pranzi domenicali, la tavola imbandita e... qualcosa che proprio non riesciuva a delineare. La maestosità e il silenzio di quel luogo lasciò i due compagni di gioco a bocca aperta... Con un po' di esitazione, Carola e Plume mossero qualche passo, cominciando a sbirciare qua e là, senza capire dove potessero trovarsi. Tutto risplendeva di un giallo dorato, ma la luce non proveniva da nessuna fonte luminosa. Non c'erano candele, nè lampadari o torce, era come se filtrasse dalle pareti, anch'esse molto strane perché più simili a spugne che a muri in pietra o in cemento. Dopo molto vagare fra le colonne dell'immenso salone, Carola si rendette conto di non avere più al suo fianco l'amico fedele:
- Plume! Plume! Ma dove ti sei cacciato? Plume! Uffi, si mette sempre nei guai e io resto sola... in questo posto tutto giallo, senza nemmeno sapere dove possa essere finita... Plume, dove sei Plume?!
In fondo al colonnato, sulla parete opposta all'ingresso del salone, Carola intravide la coda del suo cagnilino infilarsi in un piccolo portone, o meglio, sembrava lo sportello di un forno più che un portone...
Carola cominciò a correre per seguire Plume e quando superò lo stesso sportello, si trovò in un'altra sala immensa, in cui al centro il pavimento... bolliva! Un piccolo camminamento permetteva di fare il giro della sala circolare, ma al suo centro il materiale spugnoso di cui era fatta tutta la grotta ribolliva piano piano, rilasciando grandi nuovole di vapore caldo. Il profumo che avevano sentito nella sala con le grandi colonne, qui era fortissimo e accese il ricordo mancante di Carola: la polenta! Tutta la grotta era rivestita di morbida e calda polenta gialla! Plume, con il suo olfatto da segugio, aveva già approfittato e comodamente seduto lungo il bordo della sala circolare, aspettava soddisfatto che il ribollire della polenta ne facesse strabordare un poco, per mangiarsela in un sol boccone! Mentre Carola prendeva posto accanto a Plume, intravide qualcosa di colore scuro emergere dalla polenta. Solo quando una di queste creature si arrampicò sul bordo del grande paiolo, Carola si rese conto che si trattava di piccoli funghetti in grado, non solo di muoversi, ma persino di parlare!
- Buongiorno cari amici, benvenuti nel Monte Polenta, un resort vacanze per personcine ben selezionate! - disse il funghetto con tono altezzoso.
Carola, ancora incredula, rispose gentilmente al funghetto con un saluto cordiale e Plume gli diede una bella leccatina di benvenuto.
- Sarete miei ospiti ogni volta che lo desidererete: potrete fare rilassanti bagni di vapore qui nel Paiolo turco, oppure farvi una nuotata nella Pirofila esterna, in cui la polenta raggiunge una temperatura molto gradevole, adatta al nuoto e agli sport acquatici, sapete ci sono anche dei corsi di polenta-gym! Ma ora seguitemi, vorrei mostrarvi le vostre stanze - il funghetto s'incaminnò verso una scaletta, che li condusse nella hall di quello che sembrava un vero hotel di lusso. Prese una grande forchetta e proseguì su un'altra rampa di scale.
- Eccoci, questa è la vostra suite, per aprire la porta, inserite la forchetta nella serratura e mangiatevela! Sono certo che il vostro soggiorno, presso il nostro resort, sarà delizioso! - così dicendo scomparve in una parete che lo sommerse. Carola e Plume non se lo fecero ripetere e mangiata la serratura, aprirono la porta della loro meravigliosa camera: un lettone gigante rotondo si trovava al centro e davanti a una finestra immensa, c'era una ciotola idromassaggio! Giocattoli, ossa per Plume, nutella da spalmare su tutta la stanza per poi gustarsela comodamente sdraiati sulle sedie del terrazzo, c'era tutto quello che avrebbero potuto desiderare! Se qualcosa fosse mancato, puntando un timer come quello del forno della mamma, era possibile chiamare il servizio in camera.
Dopo essersi pappati gran parte della loro stanza, che ovviamente si rigenerava al'istante di nuova e morbida polenta al formaggio o con l'arrosto, Carola uscì sul grande terrazzo e vide mamma, papà e i nonni seduti sulla panchina. Ma non si erano accorti che lei e Plume non erano più lì? Tanto meglio, avrebbe potuto godersi il suo soggiorno al Monte Polenta Resort! Proprio in quel momento, il funghetto bussò alla porta della suite e annunciò che sarebbe stato grato di avere Carola e Plume alla cena di gala, organizzata quella sera. Sembrava un'idea fantastica! Così, dopo un pomeriggio rilassante, i due amici si presentarono puntualissimi nella hall dell'hotel, in attesa di sapere dove si sarebbe tenuta la grande cena. Il funghetto non mancò l'appuntamento e li guidò fino al Vassoio di Gala, il ristorante dell'hotel. La cena fu splendida, soprattutto perchè superò le aspettative di Carola, convinta di continuare a mangiare polenta per tutta la sua permanenza al monte. Invece, la tavola era imbandita di ogni leccornia: pasta, risotti, insalate, verdurine al vapore, pesce e dolci! Anche se tutto sembrava fatto di polenta, il sapore e la consistenza dei cibi era la stessa del mondo reale. Dopo la cena, il funghetto che li aveva accompagnati e assistiti durante tutta la giornata, si alzò e richiamò l'attenzione di tutti i presenti:
- Buonasera a tutti e grazie per essere qui questa sera. E' con onore che consegno questo riconoscimento ai nostri ospiti di oggi, Carola e il suo fidato Plume. Sempre meno spesso osserviamo un rapporto così meraviglioso fra una creatura umana e un rappresentante della natura e quindi con vero piacere consegnare la Ciotola D'oro ai due amici! Prego, venite!
Carola era rossa dall'imbarazzo, ma Plume spinse il suo naso umido nella mano della bambina, che si convinse e si avvicinò al funghetto per ritirare il suo premio. Il funghetto spiegò che la Ciotola era un regalo molto prezioso, in grado di trasportare i due amici in luoghi meravigliosi, proprio come il Monte Polenta, senza che nessuno dei grandi potesse accorgersi della loro mancanza. Ogni volta che Carola avesse servito un po' di polenta al piccolo Plume, la Ciotola si sarebbe attivata per far viaggiare i due amici. Carola ne era entusiasta e Plume ancor di più: la Ciotola sarebbe stato un ulteriore modo di mangiucchiare qualche spuntino extra :) Ringraziando mille e più volte tutti i presenti, Carola e quel mangione di Plume si ritirarono nella loro magnifica suite e forse per il pasto troppo abbondante o per tutti quei trattamenti rilassanti, ceddero in un dolce sonno ristoratore.
Quando Carola si svegliò, si trovava sul divano a casa dai nonni e Plume non era con lei. Al primo istante, ne restò delusa, convinta che tutta l'avventura di quel pomeriggio fosse solo un lungo sogno. Poi, quando si sedette a tavola per la cena, capì che si sbagliava. Il nonno la chiamò dal salotto per accompagnarla a lavare le mani e le diede un piccolo pacchetto giallo:
- Questo è un pensierino, l'ho vista ieri al negozio e ho pensato a te e a Plume - disse il nonno con un bel sorriso, grazie alla sua nuova dentiera fiammante.
Scartato il pacchettino, Carola trovò una bella ciotola gialla, con un aereo disegnato dentro, proprio uguale a quella ricevuta in dono alla serata di gala...

17.3.11

Buon compleanno...

La notte e il suo manto nero erano scesi già da qualche ora sulla città. I palazzi imponenti se ne stavano al loro posto, fissando dall'alto le strade, le piazze e i vagabondi in cerca di riparo dal gelo di fine inverno. Una pioggerella fitta e sottile batteva sui tetti delle case, tintinnava sui vetri delle finestre e faceva luccicare l'asfalto dei viali. La luna e le sue stelle, quella notte, se ne erano andate altrove, su e ancora più su, sopra le nuvole scure. Qualche colombo si rintanava sui cornicioni, speluccando le briciole di Piazza Duomo, controllando guardinghi i propri compagni. Nessun rumore, solo qualche risata in lontananza, forse da Brera e dai suoi caffè e i cartomanti misteriosi. La notte.
Beppe dorme nella sua stanza. Le persiane sono socchiuse e tracciano linee oblique sul parquet di rovere chiaro. I giocattoli riposano nei grandi contenitori in plastica trasparente dell'Ikea, con i loro occhi neri sbarrati sul mondo. Ad un tratto un colpo di vento muove la persiana e la luce del lampione raggiunge il viso addormentato di Beppe. Un sussulto e il bimbo si sveglia impaurito, restando seduto nel buio. Stroppicciando gli occhietti verdi, sbadiglia ancora assonnato e abituando gli occhi al nero della notte, comincia a scorgere qualcosa attorno a lui. Sotto ai suoi piedini avvolti dalle babucce della Disney, sente un freddo insolito, pungente e intenso. Davanti a lui, un grande tubo colorato si infila nel pavimento e... risbuca sotto di lui. Senza ancora capire, Beppe è a cavalcioni sopra il grande filo metallico, che tumultuoso si libera del suo grande ago e comincia a correre nell'aria fredda e umida della notte. Incredulo e muto, Beppe non sa che fare. Il filo si alza e corre sempre più veloce: attraversa tutto il parco e gira attorno alla Torre, sopra il Castello fino al Teatro. Sopra la piazza, dove si ferma e Beppe saluta il grande Maestro, che... risponde al saluto inclinando il capo. Gli occhi di Beppe sono sgranati sulla statua, ma ecco che il filo riprende vita e corre ancora sopra la città. Il Duomo, le guglie, la piccola Madonnina e via nel vento. E' troppo veloce e gli occhi di Beppe si stringono in una piccola lacrima, che con un rintocco cade sopra il grande cimitero addormentato. Beppe sente un po' di calore, riapre i suoi occhi e vede un grande pegaso, immobile davanti a lui. Beppe guarda in basso e vede la grande piazza del Duca, con spavento abbraccia il pegaso, che strizzando uno dei suoi occhi freddi, prende il volo, sfrecciando all'interno della grande stazione. Dentro tutto tace, ma d'improvviso si alza il canto tricolore di un uomo con le guance arrossate da un buon vinello. Beppe sorride e canticchia senza voce il canto maestoso, imparato a scuola per Storia. Il pegaso scompare e il bimbo si trova seduto sopra una delle immense porte della stazione. Da lontano un grande trambusto, arrivano i treni? Dai binari si scorge qualcosa con i primi spiragli di sole. Nel chiarore di un'alba fragile e gelata, uno stuoio di mille suonatori intonano il grande inno, che da un eco lontano si fa un rombo sicuro, tonante e preciso. La stazione si riempie di note, colori e bandiere. Beppe vede tutta la scuola, la gente, i compagni e pendolari. Tutti cantano in coro e chiudono gli occhi in un sogno, che oggi si chiama Italia...

28.2.11

Una notte e un berretto

C’era un tempo una storia piccola e leggera, trasportata dal vento e dalle ali di qualche cinciallegra diretta nella stessa direzione della storiella: un balconcino, che si apriva dalla stanza di un bimbo non ancora addormentato e in attesa della sua favola della buona notte… ascolta, bimbo caro…
Era una limpida mattinata di primavera, la valle si stava ancora svegliando sotto i raggi del primo sole. Il tepore di primo mattino riscaldava i piccoli fili d’erba, infreddoliti dalle goccioline di rugiada della notte. I ranuncoli stendevano le loro fogliolette su cui le insonnolite farfalle aprivano le loro ali variopinte, dopo una lunga notte di riposo. Tutto, piano piano, salutava il nuovo giorno che già cresceva nel limpido cielo azzurro.

L’angusta valle s’inerpicava su vecchie montagne, le cui vette erano appena impolverate di soffice neve. I fianchi delle montagne, spruzzati qua e là di casine, verdeggiavano di Primavera; i profumi di erbe aromatiche, trascinati da un leggero venticello, s’intrecciavano con gustosi sapori: patate appena scottate nell’olio sulle nere stufe di ghisa, bricchi di latte spumeggianti, caldi cornetti appena sfornati e  tanto pane croccante spalmato di burro e morbide marmellate… nelle casine le colazioni erano già in tavola. Il ballo indaffarato del vento portava i profumi di ginepro sui focolari, volava verso il cielo in vorticosi passi fino alle stelle, che s’intravedevano ancora nel chiarore del mattino.
Proprio da queste parti, raggiunto il paese sulla costa della montagna, la strada fangosa portava alla casetta del Sig. Boscofruttoso. Dalla stradina si poteva scorgere una casa in pietra, sistemata sulla collina più verde. Le sue finestrelle erano accese di piccole fiammelle rosse che brillavano con calore. C’erano anche altre costruzioni nella radura: una chiesina, ricavata dalla vecchia stalla e laggiù infondo, la stalla nuova, l’orgoglio dei Sig. Boscofruttoso! La piccola famigliola viveva da generazioni in quel luogo incantato e sembrava che ormai non l’avrebbero mai più abbandonato.
Il Sig. Boscofruttoso era un ometto cicciotto, con grandi baffoni bianchi e un paio di occhiali, con i quali osservava i più piccoli dettagli dei fiori e delle piante. Portava sempre il cappello, qualcuno in paese, diceva perché era pelato!! Chissà! Sua moglie, una signora esile e sempre ordinatissima, curava la casetta e la chiesina, cercando sempre di accontentare la vecchia nonna che viveva con loro e che, beh, nonostante i suoi capelli grigi, aveva ancora il suo caratterino! Nella famigliola c’era poi Chicco, un bimbetto vivace, dai capelli foltissimi e neri come la notte. Sempre a caccia di guai, impegnava i suoi genitori da mattina a sera, anche se la maggior parte delle sue giornate, le trascorreva galoppando per i prati con Martino, il suo cavallo. I due erano davvero inseparabili, non passava pomeriggio, in cui Chicco non stava con Martino e l’animale sembrava divertirsi quanto il suo padroncino.
Ma ecco aprirsi la porticina della stalla, un omettino, in salopette blu infilata in grandi stivaloni verdi, con un grosso cappello in testa, si dirigeva svelto verso la casettina. In una mano stringeva un secchiellaccio in latta, incrostato di giallo all’interno, dove il latte delle caprette sguazzava appena munto. Nell’altro una testa d’aglio, la nonna ci teneva molto, si diceva tenesse lontani gli spiriti maligni. Da una delle finestrelle, la Sig. Boscofruttoso sbatacchiava i tappeti pesanti delle camere da letto: 
- Berto! Ti stiamo aspettando, quanto ci hai messo? - disse la Signora. 
- Arrivo, arrivo… che barba! - rispose il Sig. Boscofruttoso borbottando altro sotto i baffi.
Una volta arrivato, spiegò che aveva trovato tutto molto in disordine nella stalla nuova, le caprette molto agitate, ma inspiegabilmente il latte già munto e i cavalli già al prato. Credendo fosse opera di Chicco, suo padre era già deciso a rimproverarlo, per avergli fatto prendere uno spavento per il disordine, ma soprattutto per essere sgattaiolato fuori casa quando era ancora buio (e senz’aglio, per giunta!). Chicco scese la scala scricchiolante con estrema lentezza, ancora intorpidito dal lungo sonno. 
- Chicco per tutti gli scoiattoli, dove sei stato stanotte? - esclamò il vecchio padre arrabbiato. Chicco, nel suo pigiametto rosso, lo guardò con una faccia senza espressione, sgranando i suoi vispi occhietti verdi, per abituarsi alla luce.
- Io? E dove vuoi che sia andato?A letto! - rispose svogliatamente il bambino. 
- Oh gattaccio!! Racconta queste frottole a qualcun altro! Ho trovato tutto in disordine nella stalla, chi vuoi che sia stato se non tu, monellaccio bugiardello! - sbraitò il Sig. Boscofruttoso. 
- Ma io… - 
- Niente ma! Per punizione, non verrai al mercato con me e la mamma! Ti occuperai invece della povera nonna: le taglierai le unghie! -
Pietro si prese un pezzo di focaccia appena sfornata e se ne tornò arrabbiato in camera sua pensando fra sé: "E’ sempre colpa mia, non ho fatto una mela secca, ma per lui sono stato io! E in più niente mercato, niente bicicletta nuova… in compenso, unghie della nonna: bleah!" Intanto, al piano inferiore tutto fremeva per i preparativi per salire in paese, per la famigliola il Giovedì era giorno di mercato e momento per trovarsi con gli amici in paese e chiacchierare a suon di frittelle e vinello nuovo.
"Non sono stato io, ma tutto è molto strano… devo lasciar andar via mamma e papà, far addormentare la nonnina e poi… scoprire il segreto! Martino sarà con me, mi porterà lui verso l’indizio giusto!”. Detto, fatto! Chicco era già in cammino verso la stalla accompagnato dal suo fedele compagno. Il vecchio portoncino cigolò appena Chicco lo aprì, nella stalla tutto era ormai silenzioso. I due amici cominciarono ad aggirarsi in tutti i cantoni, sgranocchiando insieme la focaccia (il loro pranzo), nulla di sospetto. Caprette brulicanti, attrezzi nell’armadio, balle di fieno impilate… Impilate?? Ma quello era il compito di Chicco!! Il cavallino cominciò a nitrire in direzione delle balle, Chicco gli corse incontro. Stava osservando come fossero ben allacciati i fili, quando la sua attenzione fu catturata da una cuffietta arancione di dimensioni piccolissime…che poteva essere? Martino raspò a terra nitrendo, Chicco allora gli saltò in groppa e già al piccolo galoppo, Martino si diresse verso il Bosco Incantato. Il bosco era chiamato così per la bellezza delle sue piante, rigogliose e piene di fiori e bacche. La nonna, che in quel momento ronfava tranquilla, era convinta che fosse abitato da strane creature, ma nessuno, tranne Chicco, le credeva più e quella cuffietta sembrava darle ragione. I due compagni di avventure erano ansiosi di raggiungere il bosco, ma durante il loro tragitto, Chicco scorse un uccellino impigliato in un cespuglio di rovi. Preoccupato per la creaturina, con un fischio richiamò Martino al passo, che subito ubbidì. Nonostante la fretta, Pietro liberò delicatamente il piccolo pettirosso, che subito squittì contento! Chicco lo abbeverò con la sua borraccia, questo, fatto qualche sorso volò via allegro. Un sincero sorriso sbocciò sulle guanciotte rosse di Chicco e Martino approvò scuotendo su e giu il suo musone. Ma non c’era tempo da perdere, il bosco aspettava e la nonna poteva svegliarsi da un momento all’altro! Chicco s’incamminò alle soglie del bosco, Martino gli andava dietro. Arrivarono fino al centro del bosco, in una piccola radura, nessun rumore. Il muschio incastonato sulle pietre bianche, i tronchi impetuosi e i cespugli di biancospino. Nient’altro. Chicco capì che doveva aspettare la notte, ma come avrebbe fatto ad uscire senza essere visto?! Tornò verso casa un po’ deluso, sistemò Martino nel suo recinto speciale, gli riempì il secchio di acqua fresca e la mangiatoia di croccante avena. Lo salutò facendogli solletico sul nasone e lui lo stropicciò contento.
Una volta in casa, trovò la nonna ancora addormentata, stava prendendo le forbicine per fare il suo dovere…ma, le unghie erano già tagliate!! E spennellate di smalto! Stava cercando di capacitarsi di questo, quando il trillo del telefono giallo svegliò la nonna e attirò Chicco fino al mobiletto dell’ingresso: 
- Pronto, pronto?? Chiccooo?? Sono la mamma tesorino!! - 
E Chicco: - Sì, dimmi mamma, che c’è? -
- Senti, hai tagliato le unghie alla nonna vero, certo che l’hai fatto, ascolta noi ci dobbiamo trattenere qui all’osteria della zia Melalinda, purtroppo è piena di lavoro e da sola proprio non ce la fa! Così staremo qui a dormire!!Non devi aver paura, c’è la nonna e poi sta venendo giù anche la tua cuginetta Mia, si occuperà della cena, quindi comportati bene, ora devo andare! -
- Mamma, io… - e la mamma aveva già riattaccato! Che disdetta,Chicco avrebbe potuto muoversi tranquillo solo con la nonna, ma con MIA!!! Aveva appena posato il telefono, quando bussarono alla porta “Ma non ci credo, è già qui! Addio scampagnata nei boschi!”. Mia entrò, era tutta vestita di azzurro e il suo naso a punta sembrava pizzicare la luna. Posò la borsina con calma, baciò la nonna, che rispose con uno sdentato sorriso, e cominciò ad attaccare la cena… ormai era già tardo pomeriggio!
Si fece sera, la cena fu consumata tranquillamente, Chicco dopo aver aiutato Mia a sistemare e aver accompagnato la nonna fino alla sua camera, cercò lo smalto ovunque, ma non ne trovò nemmeno l’ombra! Infatti in casa non lo usava nessuno, anche se alla nonna sarebbe piaciuto averlo! Chicco decise di andare a letto presto, così anche Mia lo imitò. Non appena sentì che era tutto tranquillo, scese le scale: 
- Beccato! Dove vai? - la luce si accese e Chicco trovò Mia seduta davanti alla porta, in camicia da notte rosa. 
- Oh, senti Mia, è una storia lunga, ma se vieni con me e tieni la bocca chiusa, ti racconterò tutto! - 
La ragazzina, poco più grande di lui, lanciò il suo nasetto in un sì deciso! Partirono insieme e tutto fu spiegato anche a Mia. Mia era in rosa, Chicco aveva il pigiama rosso e Martino la sua cuffia da notte verde (contro il freddo!).
Arrivati al centro del Bosco Incantato, tutto sembrava tranquillo, i tre si tenevano vicini. Chicco teneva in una tasca la cuffia arancio, nell’altra l’aglio, non si poteva mai sapere! Ad un tratto tra le foglie, s’accesero mille e più luci bianche, una melodia leggera s’alzo accompagnata dal vento e milioni di piccoli elfi colorati si avvicinarono ai tre amici. Uno di loro andò verso Chicco, gli chiese di chinarsi e gli sussurrò in un orecchio magiche parole, Chicco gli offrì in cambio la sua cuffia e l’elfo gli lasciò cadere nella mano una minuscola fiala… Chicco chiuse gli occhi, tutto s’offuscò!
Il giorno dopo, Chicco si trovò nel suo letto. Scese in fretta le scale, Mia dormiva nella sua stanza. Guardò fuori, le orecchie di Martino sbucavano dalla porta del suo recinto. Mise una mano in tasca, trovò la piccola fiala. Allora capì. Tutto. Gli elfi, il loro lavoro… e il loro segreto! Da allora ogni viaggiatore trova riparo presso la casina, in cui prima di ripartire fa tesoro del segreto svelato quella notte…



Se anche tu, bimbetto,
degli elfi il segreto vuoi scovare,
là sulla montagna c’è il magico boschetto
non aspettare, corri a guardare!
Nella tua valle fin quasi a una piccola sera,
scopri il mondo in cui la vita è ancor vera!

24.2.11

La camomagica


C’era una volta un vecchio paesello, inerpicato sui pendii di una stretta vallata. Qui abitavano ormai poche persone, perchè chi aveva potuto si era trasferito più a valle dove c’erano tutte le comodità. Di bambini non ne rimanevano molti se non Lea, che abitava con i nonni anziani e tanto affezionati al loro paesino da non volerlo abbandonare. La città era troppo caotica per le loro menti stanche e  anche troppo costosa. Così, soltanto in estate il paesello si ripopolava dei villeggianti dalla città.  Le loro case, rimaste chiuse per tutto l'inverno, si riaprivano al vento frizzante di giugno e Lea, finalmente, rivedeva il suo grande compagno di avventure: Pietro, un bimbetto vivace che trascorreva le vacanze al paesello con la sua famiglia.
Un giorno, i due amici si addentrarono più del solito nel bosco in cui giocavano sempre. In quella parte di foresta, le piante erano più fitte e scure, tanto che del cielo si potevano scorgere pochi ritagli celesti fra i rami degli alberi centenari. Per fortuna il sentiero era l’unica cosa che si continuava a vedere, era come brillante in quell’oscurità. E così, da un passo all’altro l’intreccio di alberi e liane si sbrogliò e davanti agli occhi sgranati dei due bambini si aprì una radura luminosa e verdeggiante. L’erbetta era fresca e morbida e pareva fosse stata appena tagliata. Degli alberoni  si stagliavano verso il cielo, a distanze perfettamente uguali, formando un grande cerchio tutt’intorno. Al centro poi, c’era una sorta di aiuola, piena di fiori variopinti e bacche lucidissime. I due golosoni si avvicinarono subito e mangiucchiando una mora di qua e un lampone di là, ben presto raggiunsero il centro di quella bella aiuola.
- Ehi Lea! Questo spuntino mi ha fatto... yawn... venire sonno.
- Già, sono... yawn... stanchissima anch'io. Forse potremmo riposarci un attimo, yawn, questi fiori sono così... yawn... morbidosi...
Risvegliandosi quasi di soprassalto da quel torpore, Lea e Pietro si ritrovarono insieme, ma la bella aiuola colorata e morbidosa aveva lasciato spazio a un gigantesco lettone soffice, al centro di una cameretta tutta in legno. C’erano scaffali molto più piccoli del letto, in cui erano riposti ordinatamente dei librotti di fiabe della buona notte e carillon per far addormentare i più piccoli . Il pavimento era ricoperto di soffici cuscini tutti sulle gradazioni del blu e dei toni del celeste. Aprendo un armadio i due trovarono molti pigiamini e camicie da notte, con tanto di cuffia e calze abbinate. Sui comodini ai lati del letto c’erano due piccole luci soffuse e diverse tazze di camomilla Dolci Sogni, così riportava l'etichetta della bustina.
Stavano ancora guardandosi in giro disorientati, quando un omino bassetto e rotondo, in camicia da notte fino ai piedoni inciabattati, gli offrì uno sdentato sorriso e disse:
- Benvenuti a Città del sonno!
 Senza aspettare un loro commento, si avviò per un lungo cunicolo scuro, che si intrecciava con molti altri. Pietro e Lea si avviarono subito dietro di lui, per seguirlo, ancora increduli dell'accaduto. Le pareti di quei lunghi corridoi sembravano infinite spirali viola sulle cui pareti erano appesi giganteschi ritratti di persone beatamente addormentate. Lea e Pietro si guardarono senza riuscire a dire nulla. Poi un risolino scappò ad entrambi per la buffa cuffia rossa, in tinta alle ciabattone, della loro stranissima guida.
Dopo aver camminato per ore, o per lo meno a loro così sembrò, sbucarono finalmente alla fine del tunnel e rotolarono giù per uno scivolo che li portò all’interno di un grosso recinto pieno di... pecore! L’omino atterrò con leggerezza sui due piedoni ed esordì:
- Questo è il Reparto di Smistamento Pecore, quelle che voi umani contate per addormentarvi. E’ nostro compito ricontarle e condurle ai Canali Sonnolenti dove, attraverso appositi battelli, possano tornare da voi, in modo che possiate ricominciare a contare.
Dallo scivolo, intanto, continuavano a rotolare nuove pecore, che venivano diligentemente contate da omini praticamente identici al loro accompagnatore . L’omino era molto serio e orgoglioso, perciò i due monelli decisero di stare in silenzio ed ascoltare quieti.
Dopo aver dato un'occhiata nei diversi recinti, l’omino prese tre pecore, ne cavalcò una e invitò i due ragazzi a fare altrettanto: Lea riuscì subito a imitarlo, mentre Pietro ebbe qualche problema in più, ritrovandosi persino con le spalle verso il senso di marcia! La compagnia partì e l’uomo si diresse verso una collina in fondo al prato dei recinti di smistamento. Lassù c’era una specie di stabilimento tutto argentato e dalla ciminiera più alta sbuffavano di tanto in tanto nuvolette simili a quelle dei fumetti. Lasciata la loro cavalcatura (che se ne ritornò sgambettando ai recinti), l’omino li condusse al portone d’ingresso, su cui stava scritto: Fabbrica dei Sogni, ingresso consentito ai felici. L’omino aprì il portone con una tessera magnetica a forma di letto e li fece entrare dicendo:
- Questo è il reparto più importante. In questo luogo fabbrichiamo i sogni. Meglio raggiungere subito la Sala Produzione.
Si avviò a passo svelto, seguito dai due ospiti, per corridoi, dove invece dei tappeti a cui tutti siamo abituati, si dipanavano lunghissime lenzuola, di morbida flanella. Entrarono nella Sala Produzione dove era tutto uno sbuffare di nuvolette.
- Vedete, questa zona è collegata alla Sala Elaborazione, dove vengono elaborati i desideri dei bambini buoni, per poi essere tramutati qui in sogni consumabili la notte stessa, eh eh, siamo molto veloci ed efficienti! Si stava già avviando oltre, quando Pietro notò un grosso tubo nero che vorticava per aria, con un vocino chiese: - Quello che cos’è signore?
- Per tutti i letti a castello! Quello è il tubo della paura! Da lì arrivano con pecore express le paure dei bambini cattivi e noi produciamo con quella macchina nera incubi per educarli! Ma cari, questo non è il vostro caso, dobbiamo correre dal Sindaco!
Uscirono dalla fabbrica e questa volta ad aspettarli c’era un SonnoBus come disse l’omino. Salirono e cercarono i posti migliori, ovviamente quelli in fondo. Appena toccarono i sedili di quella vettura (comodi quanto i loro lettini a casa) caddero in un sonno soave, sognando molti mondi da esplorare e tesori da scoprire e si svegliarono solo con il trillo di una sveglia, l’omino aveva infatti richiesto di fermarsi.
Erano arrivati al Municipio della Città del Sonno. Si trattava di un altissimo grattacielo, ma fatto come un gigantesco letto a castello, di cui davvero non sembrava potersi intravedere la cima. L’omino estrasse dalla sua cuffia da notte una minuscola chiave con tanto di portachiavi tintinnante (ovviamente si trattava di cuscini tintinnanti!). La loro guida osservò la gigantesca sveglia sulla facciata e affermò :
- Lea e Pietro, mi dispiace ma devo rientrare al lavoro, pertanto vi lascio in compagnia del nostro Sindaco, non appena terminato il vostro appuntamento, il Sonnobus sarà qui fuori per riportarvi a casa! Arrivederci! - E così dicendo scomparve in un guizzo.
I due bambini, un po’ intimoriti, entrarono nell’edificio. Al banco informazioni sedeva un omino come la loro guida, che li aveva appena lasciati. Appena li vide, indicò con la sua manina tozza la grande scala a sinistra. I milioni di gradini li condussero esattamente fuori dall’ufficio del Sindaco. Il campanello era una sveglia e per poter suonare era necessario caricarla con l’ora d’arrivo: il meccanismo rispose subito ai comandi e la sveglia trillò allegra. La porta si aprì automaticamente. La stanza, da letto s’intende, era tutta ricoperta da trapunte variopinte, i tendoni erano lenzuola di cotone colorato…ma…nella stanza non c'era nessuno. Fermi immobili al centro della stanza, sentirono provenire dal letto un leggerissimo russare, lento e costante. Si stavano avvicinando al lettone, quando dalle coperte sbucò fuori un bambino, più o meno della loro età:
- Ciao! Io sono il Sindaco della Città del Sonno!
- Coome?! Tu? - Esclamarono Lea e Pietro in corso.
- Vi ho mandati a chiamare perché siete due ragazzetti birichini, ma molto buoni! -
Pietro lo guardò incredulo. L’altro bimbetto gli rispose con un sorriso malandrino, per scomparire in una leggerissima nuvola bianca e ripresentarsi con le fattezze di tutti gli altri omini, anche se molto più vecchio.
- Era per mettervi a vostro agio… Insomma, veniamo a noi, come dicevo, voi siete stati eletti Bambini-Buoni dell’Annosonno, perciò avete diritto al vostro premio…che, ecco, è qui da qualche parte… ah sì, ehm no. Reeella!! Quella pecora mi scompiglia tutto il mio disordine, ah! Eccolo! Ce l'avevo in tasca!
L’ometto gli si avvicinò e gli fece cadere tra le mani una manciata di polverina gialla.
- Questa è Camomagica, scioglietela in acqua bollente e bevetene un sorso ogni volta che vorrete tramutare un vostro sogno in realtà! Ve la metterò nel Magicosaccoletto-non-finisce, in modo da averne una bella scorta!
Il Sindaco li guardò sorridendo,  mostrando una bella boccuccia senza nessun dente. Non aveva ancora finito di sorridere che cadde di nuovo addormentato, la sveglia all’ingresso suonò di nuovo e Lea e Pietro capirono di doversene andare. Uscirono di corsa con i loro Magicisacchiletto-non-finiscono e salirono in fretta sul  SonnoBus che, in un viaggio di sonno, li riportò ai loro letti, dove si risvegliarono stringendo fra le mani un saccoletto, come quelli da campeggio.
Lea e Pietro decisero di non condividere con nessuno il loro meraviglioso segreto, sicuri che non ci sarebbe stata persona in paese che avrebbe potuto credere al loro racconto! Lea, che tanto amava i suoi nonni, decise di regalar loro un po' della sua Camomagica, divertendosi a veder realizzare i sogni dei due anziani. Entrambi si guadagnarono una bella dentiera con cui divorarono subito una stecca di croccante alle mandorle! Poi, il nonno sognò una radio per ascoltare l'opera di tanto in tanto, mentre la nonna optò per un tecnologico robot da cucina, con cui preparò litri di dolcissima marmellata ai mirtilli del bosco.
Nessuno in paese si chiese come certe cose potessero avvenire, i grandi non badano ai cambiamenti o alle piccole sfumature. I bimbi e gli anziani sì, godendo anche dei relativi vantaggi.

23.2.11

Le strade facili: scrittori esordienti e possibilità in Rete - Cultura 2.0

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Ho trovato questo vecchio articolo, ma penso che sia ancora molto attuale. Purtroppo...
Per chi sogna di scrivere il prossimo Harry Potter non è incoraggiante, ma è molto vero! Meglio essere preparati!