Fra i vari folletti dispettosi, ce n'è uno che crea non pochi problemi ai bambini in età scolare. Pochi ragazzi ne sono immuni, grazie alle difese dell'anti-folletto Disciplinorum, tutti gli altri incorrono nelle trappole di questo folletto perfido e tremendamente furbo.
Grignis è un folletto incolore, inodore e totalmente impalpabile. Non si manifesta mai, se non attraverso i comportamenti sbagliati dei bambini, puntualmente rimproverati dalle maestre. Grignis è il folletto della noia e della stanchezza. Non appena odora con il suo lungo naso, simile a quello dei formichieri, queste situazioni di pigrizia e malavoglia, stuzzica i pensieri dei bambini con la sua piuma verde smeraldo. La piuma di Grignis non sbaglia mai: non appena sfiora il pensiero di un qualsiasi fanciullo, questo prende a chiacchierare, a disturbare la lezione e persino a distrarre tutti i compagni con scherzi e giochetti. Se il resto dei bimbi ride agli scherzi provocati dalla piuma, Grignis si diverte più di loro e rincara la dose, condannando il povero bimbo disattento alle punizioni degli insegnanti.
Ora, Grignis è molto contagioso e come si diceva, pochi bimbi possono evitarlo senza difficoltà. Per tutti gli altri, seguendo questi pochi consigli, sarà possibile impedire che Grignis li scelga come prede preferite:
1) Al mattino fare una bella colazione, mangiando sempre un buon frutto o scegliendo una spremuta fresca di arancia o pompelmo: la vitamina C uccide la stanchezza!
2) Non ridere mai alle burle dei compagni: potrebbero essere affetti dal Grignis! Un sorriso basterà a non apparire antipatici, senza scatenare il divertimento del folletto furbone!
3) Non abbuffatevi all'intervallo e non consumate tutte le energie... ci sono altre ore di lezione, in cui il Grignis sarà ancora più contagioso!
4) Non andate mai a letto troppo tardi, soprattutto quando avete il pomeriggio il giorno successivo. Un accumulo di stanchezza è un forte richiamo per il Grignis!
5) Partecipate sempre alle lezioni, c'è qualcosa di interessante in ogni materia e l'interesse è la miglior medicina contro quel farabutto del Grignis!
Benvenuti! La Baita di Vetro è il rifugio dopo una lunga camminata, è la tazza fumante di te, la fetta di torta e il piumone piegato sul letto, dopo aver trascorso la serata con il naso all'insù fra le stelle.
2.4.11
30.3.11
Aspettando il Giro...
Filippo è già in sella della sua bicicletta, una mountain bike Bianchi, come quella del nonno ciclista, ma in miniatura. Il nonno è stato un ottimo ciclista a suo tempo e con la sua bellissima bicicletta da corsa aveva percorso tantissimi kilometri e ancora non era stanco di cavalcare la sua bici per una bella passeggiata con gli amici o, meglio ancora, con il suo più caro nipotino Lippo, come tutti conoscono e chiamano il piccolo Filippo.
E' una spledida domenica mattina di Maggio, il Giro non è ancora iniziato, ma presto solcherà l'asfalto della Penisola, accedendo l'entusiasmo dei tanti spettatori. Lippo e il nonno hanno deciso di aspettarne l'inizio a loro modo, cioè uscendo per una bella e sana pedalata. Caschetti assicurati, inforcano le loro biciclette e si avviano verso il percorso ciclabile della città. Nelle borracce, il té al limone si muove al ritmo dei pedali, l'asfalto nero scorre sotto le ruote, macinando i primi kilometri. La pista ciclabile è un percorso facile, adatto a ciclisti esperti, ma anche per chi è ancora alle prime armi. Inoltre è un luogo sicuro, lontano dal traffico e dai pericoli della strada. Il nonno, ogni volta che ne superano l'ingresso, spiega a Lippo che anche sulla ciclabile è necessario rispettare un codice, in modo da tutelare la sicurezza propria e altrui. Ogni volta, Lippo lo ascolta, chiedendosi soprattutto dove il nonno trovi il fiato per pedalare e per chiacchierare al contempo!
Il falso-piano della ciclabile si snoda, per gran parte, in un paesaggio incontaminato, dove la natura offre uno spettacolo magnifico e vario in ogni stagione. Quella mattina è in scena la Primavera: nei prati verdissimi che costeggiano la striscia sottile di asfalto nero, si schiudono migliaia di macchioline chiare, qui gialle, là bianche, più lontano turchine. Sono i fiori di prato, che nessun fiorista potrà mai eguagliare nella bellezza della loro composizione spontanea e casuale. Nell'aria si respira la freschezza del mattino, ancora inumidito dalla notte appena trascorsa e il cinguettio dei passeri allieta il pedalare continuo di nonno e nipote. Il nonno riprende a raccontare, quando, dopo aver superato le fredde e fiabesche gallerie della ex-ferrovia, lui e Lippo raggiungono il tratto che costeggia il fiume. Racconta a Lippo di quando era bambino e dei tuffi dal grande masso, della pesca di trote e della caccia ai gamberi di fiume. Già, tanto tempo prima, quando nessun incubo inquinante avrebbe mai potuto guastare i giochi dei bambini. Da quel punto, le piccole salitelle si fanno più frequenti, ma l'ariolina di prima mattina che accarezza il viso è un toccasana rigenerante, che spinge i due girardengo a continuare.
Prima di raggiungere l'ultimo paese, a capo del tracciato ciclabile, rimane ancora un'ultima galleria, che è in salita e anche la più lunga. Come tutte le altre, non appena qualcuno vi accede, la fotocellula, rilevando il movimento, fa scattare le luci poste sull'asfalto, illuminando le pareti irregolari e la volta dell'ex galleria ferroviaria. Lippo aumenta sempre il suo ritmo in questo tratto e il nonno, anche questa volta, sorride discretamente alla piccola paura del nipotino. Superata l'ultima curva nel bosco, i due vedono l'ingresso del tunnel e continuando a pedalare, ne superano l'entrata, sentendo sulla pelle il freddo quasi gelato dell'aria all'interno. Qualcosa non va... le luci non si accendono! Con decisione, entrambi frenano e poggiano i piedi a terra, che succede? Il nonno rassicura Lippo, che gli si è subito avvicinato e procedono a piedi, tenendo le bici a mano. Ad un tratto, sulle pareti compaiono grandi macchie luminose, che cambiando forma scorrono sul soffitto, a terra e di nuovo sulle pareti... i due sono ammutoliti e increduli. Osservando meglio le figure, il nonno riconosce molti eroi dei suoi tempi: Bartali, Girardengo, Coppi, Binda, Magni e Moser, ma anche Gimondi, Bugno, Pantani, Gotti, Cipollini, Simoni, Bettini... anche Armstrong, Indurain e altri ancora. Lippo è a bocca spalancata e osserva incantato le figure muoversi come in un film sulle pareti della galleria. Uno spettacolo di ciclismo tutto per loro e per loro soltanto. Poi, così come erano comparse, le macchie luminose scompaiono nel buio della galleria, lasciando i due spettatori impietriti. Solo il campanello di una bicicletta richiama la loro attenzione, vista la fretta e la non troppa gentilezza della dama che la cavalcava, inferocita dal fatto che i due se ne stessero come ebeti in mezzo alla galleria. Come risvegliati da un sogno, si rendono conto di non essere al buio, tutte le luci sono infatti accese e, anzi, una funziona a intermittenza, ronzando nel silenzio del tunnel. Risaliti in sella, il nonno e Lippo pedalano fino all'uscita, dove si siedono su un muretto, ancora sconvolti dall'esperienza. La stessa dama tornando sul percorso con una busta di pane e verdura, notando il pallore di entrambi chiede se è tutto a posto, ottenendo un accenno di assenso con il capo.
- 'Sti ciclisti in coppia, son strani e poi son sempre in mezzo alla strada a dar fastidio a chi c'ha fretta!
E' una spledida domenica mattina di Maggio, il Giro non è ancora iniziato, ma presto solcherà l'asfalto della Penisola, accedendo l'entusiasmo dei tanti spettatori. Lippo e il nonno hanno deciso di aspettarne l'inizio a loro modo, cioè uscendo per una bella e sana pedalata. Caschetti assicurati, inforcano le loro biciclette e si avviano verso il percorso ciclabile della città. Nelle borracce, il té al limone si muove al ritmo dei pedali, l'asfalto nero scorre sotto le ruote, macinando i primi kilometri. La pista ciclabile è un percorso facile, adatto a ciclisti esperti, ma anche per chi è ancora alle prime armi. Inoltre è un luogo sicuro, lontano dal traffico e dai pericoli della strada. Il nonno, ogni volta che ne superano l'ingresso, spiega a Lippo che anche sulla ciclabile è necessario rispettare un codice, in modo da tutelare la sicurezza propria e altrui. Ogni volta, Lippo lo ascolta, chiedendosi soprattutto dove il nonno trovi il fiato per pedalare e per chiacchierare al contempo!
Il falso-piano della ciclabile si snoda, per gran parte, in un paesaggio incontaminato, dove la natura offre uno spettacolo magnifico e vario in ogni stagione. Quella mattina è in scena la Primavera: nei prati verdissimi che costeggiano la striscia sottile di asfalto nero, si schiudono migliaia di macchioline chiare, qui gialle, là bianche, più lontano turchine. Sono i fiori di prato, che nessun fiorista potrà mai eguagliare nella bellezza della loro composizione spontanea e casuale. Nell'aria si respira la freschezza del mattino, ancora inumidito dalla notte appena trascorsa e il cinguettio dei passeri allieta il pedalare continuo di nonno e nipote. Il nonno riprende a raccontare, quando, dopo aver superato le fredde e fiabesche gallerie della ex-ferrovia, lui e Lippo raggiungono il tratto che costeggia il fiume. Racconta a Lippo di quando era bambino e dei tuffi dal grande masso, della pesca di trote e della caccia ai gamberi di fiume. Già, tanto tempo prima, quando nessun incubo inquinante avrebbe mai potuto guastare i giochi dei bambini. Da quel punto, le piccole salitelle si fanno più frequenti, ma l'ariolina di prima mattina che accarezza il viso è un toccasana rigenerante, che spinge i due girardengo a continuare.
Prima di raggiungere l'ultimo paese, a capo del tracciato ciclabile, rimane ancora un'ultima galleria, che è in salita e anche la più lunga. Come tutte le altre, non appena qualcuno vi accede, la fotocellula, rilevando il movimento, fa scattare le luci poste sull'asfalto, illuminando le pareti irregolari e la volta dell'ex galleria ferroviaria. Lippo aumenta sempre il suo ritmo in questo tratto e il nonno, anche questa volta, sorride discretamente alla piccola paura del nipotino. Superata l'ultima curva nel bosco, i due vedono l'ingresso del tunnel e continuando a pedalare, ne superano l'entrata, sentendo sulla pelle il freddo quasi gelato dell'aria all'interno. Qualcosa non va... le luci non si accendono! Con decisione, entrambi frenano e poggiano i piedi a terra, che succede? Il nonno rassicura Lippo, che gli si è subito avvicinato e procedono a piedi, tenendo le bici a mano. Ad un tratto, sulle pareti compaiono grandi macchie luminose, che cambiando forma scorrono sul soffitto, a terra e di nuovo sulle pareti... i due sono ammutoliti e increduli. Osservando meglio le figure, il nonno riconosce molti eroi dei suoi tempi: Bartali, Girardengo, Coppi, Binda, Magni e Moser, ma anche Gimondi, Bugno, Pantani, Gotti, Cipollini, Simoni, Bettini... anche Armstrong, Indurain e altri ancora. Lippo è a bocca spalancata e osserva incantato le figure muoversi come in un film sulle pareti della galleria. Uno spettacolo di ciclismo tutto per loro e per loro soltanto. Poi, così come erano comparse, le macchie luminose scompaiono nel buio della galleria, lasciando i due spettatori impietriti. Solo il campanello di una bicicletta richiama la loro attenzione, vista la fretta e la non troppa gentilezza della dama che la cavalcava, inferocita dal fatto che i due se ne stessero come ebeti in mezzo alla galleria. Come risvegliati da un sogno, si rendono conto di non essere al buio, tutte le luci sono infatti accese e, anzi, una funziona a intermittenza, ronzando nel silenzio del tunnel. Risaliti in sella, il nonno e Lippo pedalano fino all'uscita, dove si siedono su un muretto, ancora sconvolti dall'esperienza. La stessa dama tornando sul percorso con una busta di pane e verdura, notando il pallore di entrambi chiede se è tutto a posto, ottenendo un accenno di assenso con il capo.
- 'Sti ciclisti in coppia, son strani e poi son sempre in mezzo alla strada a dar fastidio a chi c'ha fretta!
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28.3.11
Il mio animale domestico
- Mamma mamma, posso adottare un cagnolino?
- No Ada, non c'è spazio!
- Mamma mamma, posso adottare un gattino?
- No Ada, graffia e rovina tutta la casa!
Ada ha otto anni e frequenta la terza elementare. Ada vive in un appartamento di un grande condominio, ai confini della città. Non ci sono parchi, non ci sono prati. Non ci sono animali.
Sul libro di Scienze, Ada ha visto le mucche, le papere e i tacchini e persino i maiali, ma il suo sogno è avere un piccolo animale domestico, che faccia le feste al suo ritorno, che dorma con lei e che con lei ascolti le fiabe della buona nanna.
Ci mancava il tema di Italiano! "Descrivere il proprio animale e raccontare un episodio divertente"... che cosa avrebbe mai potuto raccontare?! La maestra le risponde di inventare, inventare!
Il mio animale domestico si chiama Chrichri e ha due giorni, almeno credo. E' molto piccolo, pelosino e non posso capire il colore dei suoi occhi. Adora stare tranquillo sulla finestra del bagno, dove può cacciare le mosche e i moscerini che tentano di entrare in casa. Chrichri è molto educato e non disturba nessuno, ma ieri ha spaventato a morte la zia Clotilde. La zia non sapeva nulla di Chrichri e non mi sono ricordata di avvisarla che in bagno lo avrebbe trovato. Dopo un secondo appena, ho sentito un forte urlo acuto e ho capito che cosa era successo. La zia era caduta dal gabinetto e se ne stava raggomitolata in un angolo, urlando come una matta e coprendosi la testa con le mani e con la carta igienica. Aveva visto Chrichri e lo spavento l'aveva fatta cadere. La mamma l'ha aiutata ad alzarsi e non ha potuto fare altro che uccidere Chrichri. Con un po' di carta l'ha raccolto dalla sua tela e l'ha buttato nello scarico, per poi tirare l'acqua.
Il mio ragno è morto dopo due giorni, due ore e qualche minuto da quando era venuto ad abitare con me.
Fine.
- No Ada, non c'è spazio!
- Mamma mamma, posso adottare un gattino?
- No Ada, graffia e rovina tutta la casa!
Ada ha otto anni e frequenta la terza elementare. Ada vive in un appartamento di un grande condominio, ai confini della città. Non ci sono parchi, non ci sono prati. Non ci sono animali.
Sul libro di Scienze, Ada ha visto le mucche, le papere e i tacchini e persino i maiali, ma il suo sogno è avere un piccolo animale domestico, che faccia le feste al suo ritorno, che dorma con lei e che con lei ascolti le fiabe della buona nanna.
Ci mancava il tema di Italiano! "Descrivere il proprio animale e raccontare un episodio divertente"... che cosa avrebbe mai potuto raccontare?! La maestra le risponde di inventare, inventare!
Il mio animale domestico si chiama Chrichri e ha due giorni, almeno credo. E' molto piccolo, pelosino e non posso capire il colore dei suoi occhi. Adora stare tranquillo sulla finestra del bagno, dove può cacciare le mosche e i moscerini che tentano di entrare in casa. Chrichri è molto educato e non disturba nessuno, ma ieri ha spaventato a morte la zia Clotilde. La zia non sapeva nulla di Chrichri e non mi sono ricordata di avvisarla che in bagno lo avrebbe trovato. Dopo un secondo appena, ho sentito un forte urlo acuto e ho capito che cosa era successo. La zia era caduta dal gabinetto e se ne stava raggomitolata in un angolo, urlando come una matta e coprendosi la testa con le mani e con la carta igienica. Aveva visto Chrichri e lo spavento l'aveva fatta cadere. La mamma l'ha aiutata ad alzarsi e non ha potuto fare altro che uccidere Chrichri. Con un po' di carta l'ha raccolto dalla sua tela e l'ha buttato nello scarico, per poi tirare l'acqua.
Il mio ragno è morto dopo due giorni, due ore e qualche minuto da quando era venuto ad abitare con me.
Fine.
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26.3.11
Il tendone e il domatore
Il tendone e il domatore
Il tendone del circo comparve in una notte d'autunno, con la
luna dietro una nuvola leggera e un venticello dispettoso.
Dalla finestra della sua camera, Birgul lo vide in mezzo alle dune, con i suoi colori sgargianti e la sua forma tanto strana. Il suo telo era a strisce rosse e blu e di quegli stessi colori erano dipinte le grandi gabbie che, una dopo l'altra, avevano raggiunto lo spiazzo attorno all'oasi, disponendosi in cerchio tutt'intorno. Birgul avrebbe voluto vedere gli animali. Si diceva che il circo portasse animali maestosi, reali. I fratelli di Birgul continuavano a fare baccano, per guardare dal binocolo quella bizzarra carovana, che a occhio nudo si poteva solo intravedere nel buio del deserto. La mamma aveva raccontato loro che il circo è un luogo pieno di magia, perché gli animali sentono la bontà degli uomini e la ripagano con i doni più meravigliosi! Al contrario, sotto a quei tendoni dove, l'incuria e la prepotenza trattavano le bestie miseramente, la sventura era una triste e dura condanna. Il racconto aveva tanto affascinato Birgul e i suoi fratelli da aspettare l'arrivo del circo con un'ansia frenetica. Il richiamo del papà, però, non tardò e anche Birgul dovette mettersi a letto, sognando tutta la notte lo spettacolo del circo.
L'indomani, il sole sorse sulla distesa di sabbia e per la prima volta sul tendone del circo. Attorno all'accampamento, gli uomini avevano iniziato a lavorare fin dalle prime ore dell'alba, per provvedere a distribuire acqua a tutte le bestie e a rinfrescarne le gabbie con le grandi foglie di palma, raccolte lungo il loro viaggio per arrivare in città. La sera stessa ci sarebbe stato l'unico, grande e tanto atteso spettacolo. Sotto al tendone la calura era già insopportabile e le prove procedevano con il doppio della fatica. Ogni gesto veniva compiuto con la lentezza e la pesantezza che l'aria del deserto impone. Birgul decise di fare un'incursione all'accampamento e per rendere omaggio a quelli che potevano essere considerati pellegrini, portò delle foglie di tè alla menta rinfrescante. Venne accolto dal sorriso baffuto del domatore dell'orso bruno, un uomo basso e tarchiato, con braccia muscolose e possenti. Lo accompagnò nel suo carro dove, sua moglie ringraziò gentilmente del piccolo dono e sistemò subito un bollitore arancione sul fuoco acceso con cura all'esterno. Il profumo di tè alla menta si diffuse anche all'interno del carro e tutti sorseggiarono l'infuso in silenzio. Il domatore, per sdebitarsi, propose a Birgul un'esperienza irripetibile, a cui il bambino non rinunciò. Il domatore accompagnò Birgul nel suo giro dagli animali: assicurarsi che avessero cibo, acqua e che la loro temperatura non fosse troppo alta. Gli animali erano tranquilli e la visita del domatore non turbò il loro riposo. L'uomo aveva guadagnato la loro fiducia, per questo lo rispettavano, così spiegò il domatore a Birgul rapito dal carisma del suo accompagnatore. Poi, Birgul salì con gli acrobati fino al punto più alto del tendone, i pagliacci gli truccarono il viso di bianco e di rosso e le ballerine gli offrirono dei dolci morbidi, ripieni di marmellata. Si era fatto già mezzogiorno e il circo doveva iniziare a predisporre tutto per il grande spettacolo, mentre Birgul era già in ritardo per rincasare puntuale per l'ora di pranzo. Il domatore si avvicinò a Birgul, lo accarezzò sulla testa e gli porse un pacco avvolto in carta oleata color senape. Con il sorriso baffuto salutò Birgul, che scappò via felice.
Non passò giorno in cui Birgul non indossasse il suo regalo. Nessuno dei suoi fratelli riuscì mai a sottrargli quel pacco. Il mantello gli permise di visitare luoghi, di avvicinare animali feroci rendendolo ammirato da tutti i compagni. Non solo quel mantello poteva renderlo invisibile, ma anche permettergli di decidere chi non avrebbe dovuto vederlo! Questo fu un vero vantaggio e Birgul riuscì così ad avverare molti dei suoi giovani desideri.
Dalla finestra della sua camera, Birgul lo vide in mezzo alle dune, con i suoi colori sgargianti e la sua forma tanto strana. Il suo telo era a strisce rosse e blu e di quegli stessi colori erano dipinte le grandi gabbie che, una dopo l'altra, avevano raggiunto lo spiazzo attorno all'oasi, disponendosi in cerchio tutt'intorno. Birgul avrebbe voluto vedere gli animali. Si diceva che il circo portasse animali maestosi, reali. I fratelli di Birgul continuavano a fare baccano, per guardare dal binocolo quella bizzarra carovana, che a occhio nudo si poteva solo intravedere nel buio del deserto. La mamma aveva raccontato loro che il circo è un luogo pieno di magia, perché gli animali sentono la bontà degli uomini e la ripagano con i doni più meravigliosi! Al contrario, sotto a quei tendoni dove, l'incuria e la prepotenza trattavano le bestie miseramente, la sventura era una triste e dura condanna. Il racconto aveva tanto affascinato Birgul e i suoi fratelli da aspettare l'arrivo del circo con un'ansia frenetica. Il richiamo del papà, però, non tardò e anche Birgul dovette mettersi a letto, sognando tutta la notte lo spettacolo del circo.
L'indomani, il sole sorse sulla distesa di sabbia e per la prima volta sul tendone del circo. Attorno all'accampamento, gli uomini avevano iniziato a lavorare fin dalle prime ore dell'alba, per provvedere a distribuire acqua a tutte le bestie e a rinfrescarne le gabbie con le grandi foglie di palma, raccolte lungo il loro viaggio per arrivare in città. La sera stessa ci sarebbe stato l'unico, grande e tanto atteso spettacolo. Sotto al tendone la calura era già insopportabile e le prove procedevano con il doppio della fatica. Ogni gesto veniva compiuto con la lentezza e la pesantezza che l'aria del deserto impone. Birgul decise di fare un'incursione all'accampamento e per rendere omaggio a quelli che potevano essere considerati pellegrini, portò delle foglie di tè alla menta rinfrescante. Venne accolto dal sorriso baffuto del domatore dell'orso bruno, un uomo basso e tarchiato, con braccia muscolose e possenti. Lo accompagnò nel suo carro dove, sua moglie ringraziò gentilmente del piccolo dono e sistemò subito un bollitore arancione sul fuoco acceso con cura all'esterno. Il profumo di tè alla menta si diffuse anche all'interno del carro e tutti sorseggiarono l'infuso in silenzio. Il domatore, per sdebitarsi, propose a Birgul un'esperienza irripetibile, a cui il bambino non rinunciò. Il domatore accompagnò Birgul nel suo giro dagli animali: assicurarsi che avessero cibo, acqua e che la loro temperatura non fosse troppo alta. Gli animali erano tranquilli e la visita del domatore non turbò il loro riposo. L'uomo aveva guadagnato la loro fiducia, per questo lo rispettavano, così spiegò il domatore a Birgul rapito dal carisma del suo accompagnatore. Poi, Birgul salì con gli acrobati fino al punto più alto del tendone, i pagliacci gli truccarono il viso di bianco e di rosso e le ballerine gli offrirono dei dolci morbidi, ripieni di marmellata. Si era fatto già mezzogiorno e il circo doveva iniziare a predisporre tutto per il grande spettacolo, mentre Birgul era già in ritardo per rincasare puntuale per l'ora di pranzo. Il domatore si avvicinò a Birgul, lo accarezzò sulla testa e gli porse un pacco avvolto in carta oleata color senape. Con il sorriso baffuto salutò Birgul, che scappò via felice.
Non passò giorno in cui Birgul non indossasse il suo regalo. Nessuno dei suoi fratelli riuscì mai a sottrargli quel pacco. Il mantello gli permise di visitare luoghi, di avvicinare animali feroci rendendolo ammirato da tutti i compagni. Non solo quel mantello poteva renderlo invisibile, ma anche permettergli di decidere chi non avrebbe dovuto vederlo! Questo fu un vero vantaggio e Birgul riuscì così ad avverare molti dei suoi giovani desideri.
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25.3.11
Le Printemps e il Ranabimbo
C'era una volta il bambino ranocchio. Nessun'altro bambino voleva giocare con lui e nessun adulto poteva sopportarne l'aspetto malaticcio e mesto. Aveva la pelle pallida, di un colore giallastro-verdognolo, come quella dei bambini malati di qualche virus violento e temibile. I suoi occhi spenti non lo aiutavano a scuola, dove gli insegnanti spesso lo riprendevano per la sua apparente disattenzione. Nessuno sembrava interessarsi al bambino ranocchio e quasi nessuno ricordava il suo vero nome, ormai sostituito da Ranabimbo.
Ranabimbo andava a scuola a piedi e partiva così presto da non incrociare nessun altro bambino per evitare almeno per quel quarto d'ora, gli scherzi e i dispetti dei suoi compagni. In realtà, nessuno osava avvicinarsi a lui, perciò tutto si limitava a risatine sotto i baffi, a parole sussurrate nell'orecchio e a stupidi giochi. Durante l'intervallo, tutti i bambini scendevano di corsa in giardino, ma Ranabimbo se ne stava in classe, apriva uno dei suoi libri e leggeva, come se non gli fosse bastata l'ora di lezione precedente e quella che sarebbe inziata poco dopo. Quando la sua classe scendeva al piano interrato per raggiungere gli spogliatoi della palestra per prepararsi all'ora di Educazione Fisica, Ranabimbo chiudeva la fila e si cambiava per ultimo, nessuno avrebbe voluto condividere lo spogliatoio con lui e nessuno l'avrebbe voluto in squadra a palla prigioniera, perché era quasi ovvio che portasse sfortuna. Così, gli veniva assegnato il ruolo di arbitro e ogni volta, Ranabimbo raggiungeva la linea di metà campo e lì trascorreva tutta l'ora di ginnastica, mentre gli altri giocavano, sfogando tutto il loro entusiasmo.
Un giorno, l'insegnate di Educazione all'Immagine entrò in classe con un bel sorriso smagliante, aprì le finestre e squittì allegra che la Primavera era arrivata in paese e con essa il periodo del Parco-inventa. Ogni anno, la scuola partecipava al concorso Parco-Inventa e tutti i bambini avrebbero potuto presentare il loro capolavoro ispirato al Parco e al risveglio della natura in quella splendida stagione. Tutti si misero all'opera e crearono delle meravigliose composizioni di colori e forme: Charlotte disegnò il volo leggero delle farfalle, usando mille colori pastello; Didier scelse di rappresentare la magnolia in bocciolo della zona est del parco, contrapponendo la delicatezza di quei fiori alla robustezza dei rami; Georgette decise che nulla avrebbe meglio rappresentato la primavera come gli anatroccoli della coppia di germani reali. Il concorso era un'occasione di trascorrere all'aria aperta qualche ora, da dedicare a schizzi e studi dei soggetti da rappresentare. Poi ci sarebbero state due settimane in cui lavorare ai propri progetti, sfruttando i consigli di diversi artisti, invitati a partecipare ai laboratori pomeridiani, organizzati dalla scuola. Tutti lavoravano freneticamente, con la convinzione di aver realizzato il disegno vincitore. Tutti tranne uno: Ranabimbo. I compagni avevano cominciato a prenderlo in giro fin dalla prima uscita al parco quando, attraversando il ponte giapponese, videro una famiglia di ranocchie nella frescura delle nifee. Tutti erano convinti che avrebbe realizzato un ritratto delle rane e alle solite nenie, aggiunsero un "cra-cra" ad ogni suo movimento.
I disegni furono consegnati all'insegnate, che assegnò un numero ad ognuno, in modo che il giudizio non fosse condizionato da eventuali simpatie verso i bambini. In cambio, ogni partecipante ricevette un biglietto con il numero associato al proprio capolavoro, in modo da poter conoscere la loro posizione in classifica alla fine del concorso. Dopo una settimana, i risultati sarebbero stati pubblicati sulla grande bacheca nell'atrio della scuola. Tutti li aspettavano con ansia...
Quella settimana passò molto in fretta, viste le molte verifiche da fare e le diverse interrogazioni, che fecero fioccare votacci un po' per tutti. Ranabimbo ottenne i suoi soliti ottimi voti, anche se gli insegnanti non mancavano mai di rimproverarlo per qualcosa: perchè non ci metti un po' di entusiasmo? Perchè scrivi tutto con il nero? Nelle ricerche potresti fare qualche titolo colorato... perchè non lavori in coppia con qualcuno? Perchè, perchè, perchè? Ranabimbo non rispondeva, si limitava a qualche cenno di assenso con il capo, senza dare nessuna soddisfazione alle insegnanti, falsamente interessate alla sua situazione. L'avevano anche spedito dalla Psicologa e presto avrebbe dovuto iniziare a seguire le sedute di terapia... oltre alle lezioni di yoga per liberare il su spirito e ai colloqui con il Don di Religione, per dare pace alla sua anima.
Il giorno tanto atteso arrivò. Se solitamente i bambini cominciavano a vociare nel cortile della scuola soltanto alle 7.45, quel giorno alle 7.30 erano già tutti all'assalto del portone grigio-azzurro. Fra tutto lo spingere e il gridare, gli insegnanti non riuscivano ad entrare e il bidello Genny fece la voce grossa per ristabilire l'ordine, annunciando che il Preside in persona avrebbe annunciato i risultati dalla finestra del suo ufficio, proclamando i tre vincitori dei premi previsti, ancora sconosciuti. Alle 7.50, la finestra del Preside si aprì, richiamando il silenzio in tutto il cortile, ma quando si affacciò la signorina Dada, l'insegnate di Educazione all'Immagine, tutti ripresero a chiacchierare. Un acutissimo suono del microfono riportò il silenzio e la signorina Dada annunciò la descrizione dei premi:
- un microscopio scientifico al terzo classificato;
- un abbonamento alla rivista nazionale di natura e scienze al secondo classificato;
- un'intera giornata al planetario della città al primo classificato!
Nessuno era interessato a quei premi, ma tutti volevano vincere per sentirsi più bravi dei compagni. Nessuno tranne uno e voi sapete di chi si tratta. Dopo l'annuncio dei premi, il Preside raggiunse la finestra, aprì un foglietto di carta gialla e si schiarì la voce. Tutti erano con il fiato sospeso. Il terzo premio, per i colori e la vivacità; seguì un applauso fragoroso; il secondo premio, attribuito per la tecnica, nuovamente coronato da un potente battimani e infine... il primo premio! Si trattava di un paesaggio di campagna, in cui mille e più persone erano ritratte indaffarate: chi spazzava il cortile, chi giocava nell'erba, qualcuno lavava la sua auto, altri passeggiavano ridendo e altri ancora sfrecciavano sulle piccole biciclette. Il mercato e i suoi colori, la chiesa e le campane... la Primavera era vita e la vita era stata disegnata su quel foglio. Minuzia, tecnica, completezza, soggetto e pieno rispetto delle consegne... al numero 13! Incredibile. Quando il dito della signorina Dada si fermò su quel nome, a fianco del numero 13, non riuscì ad alzare lo sguardo. Il Preside prese il foglio e rimase impietrito. Il Ranabimbo alzò lo sguardo nel sole e per la prima volta, il suo viso si raddolcì in uno splendido sorriso... in mezzo a una folla di facce inespressive e mute.
Ranabimbo andava a scuola a piedi e partiva così presto da non incrociare nessun altro bambino per evitare almeno per quel quarto d'ora, gli scherzi e i dispetti dei suoi compagni. In realtà, nessuno osava avvicinarsi a lui, perciò tutto si limitava a risatine sotto i baffi, a parole sussurrate nell'orecchio e a stupidi giochi. Durante l'intervallo, tutti i bambini scendevano di corsa in giardino, ma Ranabimbo se ne stava in classe, apriva uno dei suoi libri e leggeva, come se non gli fosse bastata l'ora di lezione precedente e quella che sarebbe inziata poco dopo. Quando la sua classe scendeva al piano interrato per raggiungere gli spogliatoi della palestra per prepararsi all'ora di Educazione Fisica, Ranabimbo chiudeva la fila e si cambiava per ultimo, nessuno avrebbe voluto condividere lo spogliatoio con lui e nessuno l'avrebbe voluto in squadra a palla prigioniera, perché era quasi ovvio che portasse sfortuna. Così, gli veniva assegnato il ruolo di arbitro e ogni volta, Ranabimbo raggiungeva la linea di metà campo e lì trascorreva tutta l'ora di ginnastica, mentre gli altri giocavano, sfogando tutto il loro entusiasmo.
Un giorno, l'insegnate di Educazione all'Immagine entrò in classe con un bel sorriso smagliante, aprì le finestre e squittì allegra che la Primavera era arrivata in paese e con essa il periodo del Parco-inventa. Ogni anno, la scuola partecipava al concorso Parco-Inventa e tutti i bambini avrebbero potuto presentare il loro capolavoro ispirato al Parco e al risveglio della natura in quella splendida stagione. Tutti si misero all'opera e crearono delle meravigliose composizioni di colori e forme: Charlotte disegnò il volo leggero delle farfalle, usando mille colori pastello; Didier scelse di rappresentare la magnolia in bocciolo della zona est del parco, contrapponendo la delicatezza di quei fiori alla robustezza dei rami; Georgette decise che nulla avrebbe meglio rappresentato la primavera come gli anatroccoli della coppia di germani reali. Il concorso era un'occasione di trascorrere all'aria aperta qualche ora, da dedicare a schizzi e studi dei soggetti da rappresentare. Poi ci sarebbero state due settimane in cui lavorare ai propri progetti, sfruttando i consigli di diversi artisti, invitati a partecipare ai laboratori pomeridiani, organizzati dalla scuola. Tutti lavoravano freneticamente, con la convinzione di aver realizzato il disegno vincitore. Tutti tranne uno: Ranabimbo. I compagni avevano cominciato a prenderlo in giro fin dalla prima uscita al parco quando, attraversando il ponte giapponese, videro una famiglia di ranocchie nella frescura delle nifee. Tutti erano convinti che avrebbe realizzato un ritratto delle rane e alle solite nenie, aggiunsero un "cra-cra" ad ogni suo movimento.
I disegni furono consegnati all'insegnate, che assegnò un numero ad ognuno, in modo che il giudizio non fosse condizionato da eventuali simpatie verso i bambini. In cambio, ogni partecipante ricevette un biglietto con il numero associato al proprio capolavoro, in modo da poter conoscere la loro posizione in classifica alla fine del concorso. Dopo una settimana, i risultati sarebbero stati pubblicati sulla grande bacheca nell'atrio della scuola. Tutti li aspettavano con ansia...
Quella settimana passò molto in fretta, viste le molte verifiche da fare e le diverse interrogazioni, che fecero fioccare votacci un po' per tutti. Ranabimbo ottenne i suoi soliti ottimi voti, anche se gli insegnanti non mancavano mai di rimproverarlo per qualcosa: perchè non ci metti un po' di entusiasmo? Perchè scrivi tutto con il nero? Nelle ricerche potresti fare qualche titolo colorato... perchè non lavori in coppia con qualcuno? Perchè, perchè, perchè? Ranabimbo non rispondeva, si limitava a qualche cenno di assenso con il capo, senza dare nessuna soddisfazione alle insegnanti, falsamente interessate alla sua situazione. L'avevano anche spedito dalla Psicologa e presto avrebbe dovuto iniziare a seguire le sedute di terapia... oltre alle lezioni di yoga per liberare il su spirito e ai colloqui con il Don di Religione, per dare pace alla sua anima.
Il giorno tanto atteso arrivò. Se solitamente i bambini cominciavano a vociare nel cortile della scuola soltanto alle 7.45, quel giorno alle 7.30 erano già tutti all'assalto del portone grigio-azzurro. Fra tutto lo spingere e il gridare, gli insegnanti non riuscivano ad entrare e il bidello Genny fece la voce grossa per ristabilire l'ordine, annunciando che il Preside in persona avrebbe annunciato i risultati dalla finestra del suo ufficio, proclamando i tre vincitori dei premi previsti, ancora sconosciuti. Alle 7.50, la finestra del Preside si aprì, richiamando il silenzio in tutto il cortile, ma quando si affacciò la signorina Dada, l'insegnate di Educazione all'Immagine, tutti ripresero a chiacchierare. Un acutissimo suono del microfono riportò il silenzio e la signorina Dada annunciò la descrizione dei premi:
- un microscopio scientifico al terzo classificato;
- un abbonamento alla rivista nazionale di natura e scienze al secondo classificato;
- un'intera giornata al planetario della città al primo classificato!
Nessuno era interessato a quei premi, ma tutti volevano vincere per sentirsi più bravi dei compagni. Nessuno tranne uno e voi sapete di chi si tratta. Dopo l'annuncio dei premi, il Preside raggiunse la finestra, aprì un foglietto di carta gialla e si schiarì la voce. Tutti erano con il fiato sospeso. Il terzo premio, per i colori e la vivacità; seguì un applauso fragoroso; il secondo premio, attribuito per la tecnica, nuovamente coronato da un potente battimani e infine... il primo premio! Si trattava di un paesaggio di campagna, in cui mille e più persone erano ritratte indaffarate: chi spazzava il cortile, chi giocava nell'erba, qualcuno lavava la sua auto, altri passeggiavano ridendo e altri ancora sfrecciavano sulle piccole biciclette. Il mercato e i suoi colori, la chiesa e le campane... la Primavera era vita e la vita era stata disegnata su quel foglio. Minuzia, tecnica, completezza, soggetto e pieno rispetto delle consegne... al numero 13! Incredibile. Quando il dito della signorina Dada si fermò su quel nome, a fianco del numero 13, non riuscì ad alzare lo sguardo. Il Preside prese il foglio e rimase impietrito. Il Ranabimbo alzò lo sguardo nel sole e per la prima volta, il suo viso si raddolcì in uno splendido sorriso... in mezzo a una folla di facce inespressive e mute.
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