Scrivere è sempre nascondere qualcosa, in modo che poi venga scoperto.

- Italo Calvino -

Pagine

11.3.13

Il Gran Ballo e le cipolle candite


C'era una volta, nella cucina ordinata di un grandioso palazzo, un piccolo cassetto, in cui venivano riposti gli attrezzi che si usavano meno.
Nella cucina c'era sempre un gran fermento. Gli chef, con i loro grandi e gonfi cappelli candidi si muovevano veloci e sicuri tra fiamme, pentoloni, griglie e piastre, verdure e lame, carni e sapori esotici, venuti da lontano sui grandi bastimenti attraccati al porto la mattina di buon'ora. Le merci arrivavano appunto ogni mattina dal porto, gli incaricati della brigata di cucina controllavano gli ordini del Grande Chef e accettavano i prodotti, dopo essersi accertati della loro qualità e dell'assoluta freschezza di ogni materia prima. Nessun pesce che non fosse stato pescato durante la notte precedente, nessuna verdura che non fosse arrivata la stessa mattina, nessuna spezia che avesse perduto il suo aroma intenso e spiccato, queste erano le regole. Ogni strumento era ordinato con cura e alla fine di ogni servizio, tutto veniva pazientemente lavato, asciugato e riposto nello spazio dedicato. Ognuno aveva il suo compito e il suo ruolo; nella cucina regnava una ferrea disciplina diretta dal Grande Chef. Nessuno osava contraddirlo o disobbedirlo. Il Grande Chef lavorava nel ristorante da sempre, non c'erano altri che fossero lì da più tempo. Nessun altro, se non Javier il lavapiatti, ma di lui non si curava pressoché nessuno.
Ma torniamo al cassetto degli attrezzi poco usati, perché lì, dimenticato fra cianfrusaglie e ciarpame di vario tipo, si nasconde il protagonista di questa storia. In ogni cucina esiste un cassetto un po' in disordine, in cui alla rinfusa, si chiudono tutte quelle cose che non servono o magari troppo vecchie o semplicemente dimenticate e seppellite sotto tutto il resto. Nella cucina del Grande Chef, il cassetto del disordine si trovava in un angolino, vicino alla plonge*, dove tutti evitavano di passare, se non perché costretti da una punizione del Grande Chef. La nostra storia guarda proprio in quell'angolino e in particolare in quel cassetto, sotto a vecchi trinciapolli arrugginiti, coltellacci non più affilati, cucchiai in legno bruciacchiati, tappi in sughero dimenticati, mestoli ammaccati e schiumarole piegate. Un cassetto di cui non si curava pressoché nessuno. Nessuno, se non Javier.
Una mattina di Primavera, nel palazzo iniziarono i preparativi per il Gran Ballo, l'evento più importante di tutto l'anno, a cui partecipavano dame e cavalieri da ogni luogo del mondo conosciuto. Servivano settimane prima che tutto fosse pronto: i tappeti andavano sbattuti, lavati e fatti asciugare, l'argenteria doveva essere lucidata, tutte le candele sostituite, i pavimenti ramazzati, le maniglie e i corrimano in ottone lustrati, i vetri puliti... e tanto altro ancora. Immaginate una grande casa in subbuglio, con cameriere e maggiordomi affaccendati qua e là, i giardinieri al lavoro e gli stallieri altrettanto. Ovviamente, in cucina non si stava in panciolle. Carichi, ordini e pulizie per preparare tutto in ordine e pronto per il grande evento. In queste occasioni, il Grande Chef si irrigidiva ancor di più, tanto che i suoi sottoposti ne erano letteralmente terrorizzati. Non erano ammessi errori.
Alla vigilia del Gran Ballo, accadde però quello che noi tutti definiamo come imprevisto, sfuggevole al comando persino del Grande Chef. Tre dei suoi migliori aiuti si beccarono il potentissimo virus influenzale che li costrinse a letto con febbre, dolori vari e altri disagi. Non c'era più tempo di preparare qualcuno per coprire i loro ruoli e non c'era tempo per preparare tutto. Il giorno del ballo, il Grande Chef si presentò in cucina prestissimo, prima di tutti gli altri, così che quando i primi si presentarono alla porta della cucina, trovando la stufa già accesa, presagirono il peggio... e così fu. Rabelais, questo era il nome del Grande Chef, diede su tutte le furie: lanciò dei tegami per terra, scagliò delle patate sul muro e con un fiume di parole travolse i poveretti che si erano semplicemente presentati al solito orario. Intanto, in fondo, alla plonge, Javier lavorava in silenzio, da prima che chiunque mettesse piede in cucina. Mezzogiorno arrivò in fretta e anche se Rabelais era organizzatissimo, sapeva bene che il banchetto della sera incombeva su di lui e sulla sua cucina e non avrebbe mai potuto garantire il pantagruelico menù senza i suoi tre migliori aiuti (che furono licenziati in tronco lo stesso giorno...). Il sudore imperlinava la sua fronte, mescolandosi con i suoi pensieri, le sue mani si muovevano con precisa velocità, ma non c'era tempo. Tutti lavoravano in silenzio assoluto, soltanto lo sbuffare del pentolame e il crepitio del fuoco, accompagnato dall'acciottolio delle stoviglie rompevano quel rigido e gelido clima di lavoro. Finito il servizio del pranzo, tutto doveva ruotare attorno al banchetto serale. Rabelais aveva gli occhi arrossati, le labbra tirate e i muscoli del collo in una tensione massima. Alla minima imprecisione, si scagliava contro il malcapitato, con offese, grida in un affanno di rabbia e disperazione. Le 16. Non c'era tempo, non più. Con ormai un filo di voce, Rabelais prese a ragguardire uno degli sguatteri, un ragazzino esile quanto una gamba di sedano, perché aveva gettato della scorzetta d'arancia senza sapere che sarebbe servita come guarnizione di un piatto. Ogni disattenzione rappresentava una consistente perdita di tempo per tutta la brigata. Javier continuava, a capo chino, il suo lavoro.
Le 18. Ormai era questione di una manciata di ore. Proprio allo scoccare delle sei, Rabelais chiese all'entremetier** di portare la teglia con le cipolle da candire in forno. Il poveretto dapprima arrossì, poi paonazzo si guardò attorno in cerca di aiuto nei suoi compagni, infine scoppiò in un pianto soffocato dai singhiozzi e Rabelais riuscì ad intendere "dimenticato", in una serie di "mi scusi" e "sono desolato". Inutile dire che Rabelais perse le staffe. Raccolse tutta la voce rimasta nella sua gola per accanirsi sull'uomo, sul suo aiutante e con essi, tutti gli altri, non risparmiò proprio nessuno, quando una voce lo sovrastò. Un silenzio pesantissimo si raccolse attorno a quell'angolo della cucina che nessuno mai osservava dove, assorto nel suo lavoro, Javier aveva osato rispondere a Rabelais. Quest'ultimo verde di rabbia, inspiegabilmente restò in silenzio. Fu allora che Javier, senza nessuna inutile furia, prese il controllo di tutto e con estrema calma rimise tutti al lavoro. Prima di fare ciò, mandò l'aiuto dell'entremetier a prendere le casse di cipolle da candire, ancora riposte nel magazzino e chiese all'o stesso entremetier di prendere dal cassetto del disordine i piccoli coltelli dal manico rosso. Imbarazzato, l'uomo raggiunse il cassetto e quando vide lo strumento comandato, non seppe di che farsene, guardando sbigottito il nuovo capo. Javier ne prese uno e, con una manualità impressionante, prese a sbucciare le cipolle con tale rapidità che tutti, Rabelais compreso, rimasero di stucco. Così, dopo aver impartito gli ordini agli altri chef-de-partie***, raccolse tutti gli sguatteri e mostrato loro come fare, riuscì a far sbucciare e affettare tutte le cipolle, infornandole poco in ritardo rispetto alla tabella di marcia. Javier aveva risolto la situazione, con calma e pazienza. Il banchetto fu un successo e mentre le portate uscivano in sala perfette, la brigata di cucina gli si fece intorno e togliendo gli alti cappelli bianchi, presero a battere le mani. Tutti. Tranne uno, Rabelais che in un angolo sfogò il suo sconforto in un pianto a dirotto. Javier gli si avvicinò e posando una mano sulla sua spalla, lo invitò al centro. In fondo era stato lui a organizzare tutto per la festa. I complimenti fioccarono anche da parte di tutti gli ospiti e anche i padroni, che mai si erano scomposti in un complimento, già dopo le prime portate, affidarono agli chef-de-rang**** i loro omaggi per il Grande Chef. A questo punto però, chi era il Grande Chef?
La cucina era acefala, Rabelais si sentiva così deluso dal suo fallimento che quando Javier gli si avvicinò, gli consegnò il suo cappello stellato, che venne prontamente rifiutato. I due si guardarono negli occhi e Javier gli disse che non doveva sentirsi abbattuto, ma che la squadra era fatta per non crollare e lui aveva solo fatto ciò che sapeva fare, ma riconosceva in lui il genio creativo di sempre. Rabelais rimase esterrefatto e per la prima volta, sorrise a quell'uomo così umile e pieno di risorse. In vano offrì a Javier il posto come sous-chef, perché lui sempre lo rifiutò, ma in cucina, da quella sera, regnò un'armonia mai avuta. Rabelais si dimostrava più paziente e comprensivo con i suoi sottoposti e scrutava il loro lavoro, anche nei reparti più indegni, perché il talento poteva nascondersi ovunque. Inoltre, imparò anch'egli a riconoscere la bravura dei suoi aiutanti e non soltanto gli errori.
Resta ancora un mistero da svelare, anzi due. Il piccolo coltello dal manico rosso, così a lungo dimenticato... che magie nascondeva nella sua lama? Un vecchio ambulante aveva lasciato una partita di quei coltelli in omaggio a seguito di un acquisto considerevole di merce, ma nessuno ci aveva mai dato importanza. Mai nessuno tranne Javier. Per le sue dimensioni ridicole, il coltello prese il nome di spelucchino e da quella serata nel grande palazzo, divenne un aiuto fondamentale in cucina... E l'altro mistero? Chi era Javier? Dove aveva imparato a dirigere la brigata? Come sapeva riconoscere l'uso di uno strumento mai visto? Perché non accettò mai un posto migliore di quello da plongeur? Ma queste sono domande che raccontano un'altra storia...

Parole nuove dal Francese:
* Lavaggio
** Addetto alla preparazione di verdure, legumi e uova
*** Capo partita
**** Responsabili di sala


15.11.12

Mela. La bambina-ape

In molti hanno immaginato un mondo futuro, pieno di teconologia e comodità. Che mondo potrebbe immaginare una bambina con poteri immensi, ma inspiegabilmente sola? Mela immagina il suo Microcosmo, come nelle lezioni di Microcosmatica dell'illustrissimo e illuminatissimo regio maestro Mondo... e senza saperlo, crea un'epoca, un modo di vivere, che noi conosciamo molto bene.

C'era un volta nel paese di Nonso, una piccola bambina-ape. Non vestiva altro che il suo costume da ape, quello che ogni altra bambina avrebbe indossato il giorno di Carnevale o di Halloween. Mela era così orgogliosa del suo vestito che portava sempre e solo quello, nonostante il suo armadio rosa, con stelle brillantinate appiccicate sulle ante, contenesse molti altri capi: maglioncini colorati, con pois e bottoni multi.-forma, pantaloni in velluto, gonnelline e camicette.
A scuola nel paese di Nonso si studiavano le materie più interessanti del mondo: Tortologia e creme, Microcosmatica, Fiabe, Storia della Giocoleria, Incanto e Trucchi, Principi di Addomesticamento (nella cura e nella crescita di draghi, fenici e altri animali). Mela era bravissima in tutto, tutte le materie eerano per lei preferite e favolose, perchè, semplicemente, le piaceva andare a scuola. Questa sua predisposizione le creava non pochi grattacapi: Milla, la sua vicina di casa, era invidiosa del suo talento e per vendicare la sua rabbia, la prendeva in giro per il suo "ridicolo e consunto straccetto", riferendosi al suo costume da ape. Milla era molto popolare a scuola, quindi la sua cerchia sosteneva il rancore e le cattiverie della beniamina contro la piccola Mela che, nonostante non nutrisse alcun desiderio di legare con la smorfiosissima Milla, era pur sempre costretta alla solitudine. A dire la verità non sembrava molto turbata dalla sua condizione, anzi, il suo essere solitario e introverso ben si adattava al silenzio e ai luoghi appartati e lontani dalle folle. Poteva pensare, immaginare e questo non aveva confronti. Qualche volta, durante l'intervallo Mela si arrampicava in cima all'albero di Marmellata e sognava ad occhi aperti, immaginando un mondo in cui la gente volava su strane scatole di metallo, andava a comprare il cibo in luoghi assordanti e affollati e parlava dentro a marchingegni pieni di tasti. In quel mondo non esistevano i prati, le lettere e le penne e non serviva nemmeno avere degli amici... bastava avere un marchingegno in grado di creare un Microcosmo personale. Ogni persona viveva all'interno del suo Microcosmo, senza preoccuparsi dei suoi vicini. Mmm. Mela, come tutti gli altri bambini della sua età, soffriva per la mancanza di amici e per questo si rintanava nei suoi pensieri, immaginando un mondo vuoto, pieno di macchine in cui ogni individuo progettava e immaginava il suo mondo.
Un giorno Nonsoquando, arrivò nel paese di Nonso Bio. Bio aveva i capelli ricci e rossi, un faccione rotondo pieno di lentiggini. Portava una camicia verde mela, con pantaloni a quadri. La preside lo accompagnò nella classe di Mela e lo fece accomodare proprio accanto a lei, dove nessun'altro si sarebbe mai seduto.
- Ciao, io sono Bio! - Il bambino allungò vero Mela una mano paffutella e sudaticcia - Vuoi dei cracker bio-integrali? - continuò con un sorriso dal quale mancava qualche dentino.
- Ciao... io sono Mela, no grazie, sono intollerante al glutine, non posso mangiare crackers... - replicò timidamente Mela.
- EH!! (questa esclamazione veniva ripetuta spesso e senza nessun significato da Bio! Dopo un po', Mela ci fece l'abitudine e non se ne accorse nemmeno più) Anch'io sono intollerante! Ma questi sono di farina di kamut! E' una gran fortuna essere seduti vicini! EH!!
Mela sorrise al bambino, forse per la prima volta nella sua vita. Sgranocchiarono qualche crackers e seguirono attentamente la lezione, anche Bio sembrava molto bravo e studioso, tanto che si accordarono per vedersi nel pomeriggio alla Città dei Libri, dove avrebbero fatto insieme i compiti.
Mela era agitata per il suo incontro, era la prima volta che vedeva qualcuno dopo la scuola e non sapeva davvero come comportarsi. Bio però era un bambino molto allegro ed espansivo e senza che nemmeno lei se ne accorgesse, mise Mela a suo agio, facendola chiacchierare, ridere e divertire. I due bimbetti diventarono ottimi amici e ogni giorno si incontravano dopo la scuola per studiare, leggere, catalogare insettoidi o fiorisauri, che ancora non erano stati scoperti e studiati nel mondo di Nonso. Mai una volta Bio si interessò al vestito da ape di Mela, mai una volta le chiese il perché o il per come di tale costume. Così, un giorno, Mela indossò un vestito normale e lo stupore fu tale, che tutti i bambini nel cortile della scuola si fermarono ammutoliti per guardarla passare. Bio semplicemente le disse che stava molto bene, del resto come tutti gli altri giorni. Da quando aveva conosciuto Bio, il suo fantasticare sul mondo pieno di macchine e persone isolate aveva lasciato spazio a esplorazioni, gite in canoa sul fiume Latticino o arrampicate. Mela era felice e non creò mai quel mondo triste, in cui tutti sarebbero stati soli e collegati soltanto da macchine, senza chiacchierate vere, senza gite, senza profumi... Diventò grande e guadagnò la stima di tutti grazie alle sue innumerevoli scoperte e invenzioni, ma ciò che la rese davvero felice fu l'amicizia di tante persone care, che la sostennero nei suoi studi e nei suoi grandi progetti!

25.4.12

E' Primavera!

Buongiorno e buona Primavera a tutti.
La casa di vetro è andata in letargo per l'inverno, ma qualche nuova storia sta già facendo capolino. Lord Byron, ormai noto come Sbirro, è iperattivo come sempre, ma decisamente più coccoloso... sta invecchiando?
I primi spiragli di sole dopo tanta, tanta pioggia hanno riempito la Casa di una luce nuova, che riflette in tutti gli angoli mille e un colori e Sbirro impazzisce rincorrendoli!
Ci sono stati tanti cambiamenti durante questi lunghi mesi freddi. La speranza è una Primavera tiepida e serena per tutto.





9.12.11

Vi racconto l'Albero di Natale

Ci sono tante storie che ci raccontano come nascono le belle tradizioni del Natale. Io ho inventato questa per spiegarvi come è nata la tradizione dell'Albero di Natale, un protagonista indiscusso delle nostre feste.

Tanto tempo fa nella Valle Verde, una terra piena di boschi e foreste, viveva un giovane e robusto alberello. Le montagne alte e maestose proteggevano con le loro rocce i prati e le foreste della valle, il fiume nutriva tutte le piante, i fiori e gli animali del bosco e la pace regnava indiscussa. Il re della valle era un omino alto poco più di un tavolo, panzuto e con una buffa faccia paonazza. Si occupava di mantenere la pace, gestendo le risorse del bosco con intelligenza, aiutato dal suo fedele braccio destro, un fenicottero rosa intelligentissimo giunto da una terra lontana in cerca di fortuna. Il fenicottero rosa era esperto in bilanci di boschi ed era in grado di fare a mente somme con mille e più addendi. La sua piccola mente era stata allenata fin da cucciolo ai numeri e ai loro segreti. Per lui la matematica era come facile sudoku con le soluzioni. Nel palazzo reale viveva anche Csaba, la figlia del piccolo re cicciottello. Csaba era una bambina dolce, gentile e bellissima. Purtroppo, la sua mamma, che era una cantante dalla voce melodiosa, aveva da poco deciso di ricorrere i suoi sogni, partendo per un lungo viaggio in cerca di fama e fortuna e nessuno sapeva se sarebbe mai tornata. Csaba viveva quindi sola nel grande castello al centro della verde vallata. Il babbo era troppo impegnato a regnare e a far quadrare i conti con il fenicottero rosa e Csaba era spesso sola, all'interno della sua cameretta, in cima alla torre più alta, nell'ala est del grande castello. Le cameriere adoravano stare con lei, perchè era una bimba davvero adorabile. La buona condotta dei regnanti aveva permesso alla terra della Valle Verde di vivere in armonia, ma il piccolo re cicciottello aveva un grande e scuro timore nel cuore: la partenza della sua mogliettina avrebbe causato qualche problema alla sua terra? E Csaba sarebbe cresciuta in grazia e bontà?

Alle spalle delle grandi e possenti montagne della Valle Verde, abbarbicata fra la polvere e le rocce, si trovava Malasorte, la terra della strega del vento. La strega del vento era malvagia, meschina, piena di invidia e rancore. La sua cattiveria e l'oscurità dei suoi sentimenti si riflettevano nella sua persona rendendola brutta, anzi, orrenda! Sorella della mamma canterina di Csaba, aveva sempre provato gelosia per la bella e talentuosa sorella e da tempo covava la sua vendetta. I suoi poteri erano molto grandi e il vento era in suo possesso, permettendole di sapere ogni cosa, anche sussurrata, nella Verde Vallata. Quando il vento le portò la notizia della partenza di sua sorella, una risata gracchiante invase la notte della Valle Verde, fino a far sussultare nel sonno il povero re cicciottello. La strega del vento cominciò a lavorare al suo progetto malefico e chiamò in suo aiuto Tempesta di Neve, una strega sua compare e i due terribili gemelli Ghiaccio e Neve. Insieme, avrebbero creato la peggiore bufera di neve e freddo di tutti i tempi, gettando la valle in un deserto bianco, isolato da tutto e da tutti. Il piano era diabolico.

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Intanto al castello, il fenicottero rosa ragionava nella sua stanza. Anche di notte, il mago dei numeri restava alzato a lungo per calcolare, sommare, dividere e moltiplicare. Mentre era intento a pensare ai suoi numeri, il marchingegno da lui inventato per misurare la temperatura (senza margine di errore!) si mise a sbuffare, segnalando uno sbalzo improvviso. Avvicinandosi e inforcando gli occhiali tondi, il fenicottero notò un drastico abbassamento di temperatura, un evento strano e inspiegabile. Scrutanto il cielo, vide le nubi raggrumarsi sopra la Valle Verde, formando una spessa cappa scura. Che stava succedendo? In quel momento qualcuno spalancò il vecchio portone della sua stanza. Era il paffuto re, che rosso per la corsa e privo di fiato, riuscì soltanto a sussurrare "Csaba, sparita!". Il castello si accese nel buio della notte. La piccola e dolce principessina era sparita. Nessuno l'aveva vista uscire, nessuno l'aveva vista nelle sale del castello e nessuno sapeva dire con certezza a che ora si fosse ritirata nelle sue stanze, in cima alla torre. Il re dispose una pattuglia a controllo delle porte reali e ne inviò una decina in perlustrazione dei boschi. Il fenicottero rosa spiegò del calo improvviso di temperatura, così strano anche in quella stagione invernale e avanzò l'ipotesi che la strega del vento potesse essere coinvolta in quella faccenda. Infatti, in poco più di un'ora dalla scomparsa di Csaba, un potente vento si abbattè sulle mura, sugli uomini del re e sugli alberi del bosco, piegati e provati dalla forza di quella tormenta ghiacciata. Dov'era Csaba? In quel freddo non avrebbe potuto sopravvivere sola nella foresta. Quando il re vide come si stava mettendo il tempo, scoppiò in un pianto amaro, urlando il suo dolore all'oscurità della notte. Il fenicottero, suo fedele alleato, prese in mano la situazione e spiegate le sue ali, partì nella tormenta, sfidando freddo e buio. La sua bontà d'animo lo guidò nel gelo, proteggendo il suo esile corpicino con una bolla di tepore e luce. Grazie a questa magia, il fenicottero scrutò ogni angolo del bosco, fino a una minuscola radura, dove vide lei, la piccola Csaba. Atterrò fermo sull'erba bagnata dalla rugiada e realizzò che in quel punto del bosco, la tormenta non era arrivata. Era come se uno scudo proteggesse quel piccolo praticello dall'inferno creato dalla strega del vento. Csaba era tranquilla, seduta in mezzo al prato, china su un piccolo alberello. Interrogata dal fenicottero, Csaba raccontò che una voce melodiosa aveva interrotto il suo sonno tormentato e l'aveva guidata sino a quel luogo tranquillo, dove aveva trovato l'albero. Il fenicottero ricordò in quel momento, la sua mente comrpese e un sorriso comparve sul suo becco nero. L'alberello era stato piantato dopo la partenza della madre di Csaba, per curare il dolore del re e permettergli di avere un ricordo perenne della dolcezza e della bontà della moglie. Fu scelto un punto del bosco riparato, in cui tanti anni prima i nonni materni di Csaba e della strega del vento avevano incoronato la piccola Luni, principessa del bosco, provocando l'ira implacabile della sorella. Il fenicottero, facendo credere alla bimba di fare un bel gioco, la invitò a raccogliere bacche, pigne e qualche manciata di neve per addobbare l'alberello e le chiese di cantare una bella canzone felice. Csaba sorrise e prese a fare come le era stato chiesto. Ad ogni tocco dei piccoli rami, una luce illuminava tutta la radura, salendo fino alle nubi compatte. Piano, piano la cappa di nubi si diradò, placando la bufera anche nel resto del bosco. L'alberello, intanto, cresceva, si irrobustiva e Csaba lo guardava a bocca spalancata. Ad un tratto, la voce melodiosa si diffuse in tutta la foresta, raggiungendo le sale del castello e persino Malasorte. Come tanti cristalli, il grigiore della tormenta si ruppe, frantumandosi in mille e più pezzi di luce e ghiaccio, rischiarando tutta la notte. L'amore della regina e il buon cuore della piccola principessa avevano distrutto il rancore della strega del vento. L'alberello si illuminò e la voce melodiosa parlò a Csaba. Era Luni, la sua mamma che le raccontò il segreto che la imprigionava. Luni non aveva abbandonato la sua famiglia, ma era stata rapita e imprigionata per mano della sorella invidiosa e crudele. Nel giorno in cui il re piantò l'alberello, la strega del vento rinchiuse la sorella buona nel fusto di quella stessa piantina. Soltanto la sua bellissima voce era libera di correre nel bosco.


Era il 25 di Dicembre. Da allora, ogni anno Csaba corre nel bosco la notte di Natale per addobbare il suo bellissimo albero, cantando con la sua mamma le dolci melodie delle feste.

8.12.11

Vi racconto la Santa Lucia...

Cari bambini, tempo di neve e festoni, tempo di Dicembre... tempo di regali!
In ogni città si aspetta la notte in cui passerà il Santo, il Babbo o la Befanina a portare dolcetti, giochi, vestitini e tanto ancora....
Forse avrete già scritto la vostra letterina e qualcuno l'avrà già consegnata, affidando i suoi desideri alla magia di queste notti gelate! Ma avete mai pensato a chi i doni li deve consegnare?? Avete mai pensato quante cose da fare ci sono? E come faranno a non dimenticarsi mai niente?
Dalle mie parti, la più indaffarata di tutti è sicuramente Santa Lucia! La notte fra il 12 e il 13 Dicembre passerà di casa in casa consegnando pacchetti, sacchetti, giocattoli e dolciumi. Vediamo come si sta preparando a questa grande festa....


Sono già stressato. Voi bambini aspettate Santa Lucia tutto l'anno, molti di voi non appena escono i cataloghi con tutti i regali, li studiate con attenzione per scegliere il vostro preferito, ma pochi di voi immaginano che lavoro ci sia dietro. Ma cominciamo con ordine. Mi avete conosciuto poco fa, nel freddo di questo pomeriggio, io sono L'Asino e non uno dei tanti, io sono L'Asino di Santa Lucia. I miei antenati fanno a capo al più grande asino di tutti i tempi, un esemplare maestoso, testardo e cocciuto come pochi, ma magnifico nel grigio del suo mantello ruvido e ispido... l'asino più famoso di qualsiasi cane o gatto prodigio, animale indiscusso della scena più importante di tutta la storia. Insomma avete capito? Ma è ovvio, l'asinello che riscaldò Gesù Bambino! Con lui c'era anche un altro animale, ma quello non se lo ricorda mai nessuno.
Comunque, fatte le dovute presentazioni, torniamo a noi. Sono stanco morto, il dottore mi ha detto che dovrei andare in ferie e invece mi aspetta ancora una settimana di fuoco: in giro per le piazze a firmare autografi, ad ascoltare i pensieri di voi bambini per capire se la Santa Lucia non ha confuso qualche regalo, invitato ai programmi tv per parlare dell'arrivo delle Feste, insomma, un'agenda fitta di impegni. Senza contare tutta la preparazione che viene prima.
Il lavoro inizia tanti mesi prima, quando si comincia con le uscite notturne, in cui si ascoltano i sogni di voi bambini: prendiamo appunti, facciamo ordine nei vostri pensieri e cominciamo a scrivere i vostri desideri. Il taccuino di Santa Lucia è un quaderno che non finisce mai, le sue pagine bianche e luminose conservano le idee per i vostri regali, i pensieri buoni che sperate per i vostri amici e per la vostra famiglia, insomma, tutto quello che vi rende felici. Ovviamente sono io che prendo appunti. Santa Lucia è troppo smemorata e pasticciona, lei si occupa di capire, di raccogliere i vostri desideri e a me spetta solo il lavoro pesante. Ho dovuto persino imparare a scrivere. IO, un asino! Purtroppo però, molti di voi sono indecisi, quindi serve più tempo per capire che cosa vorreste ricevere. A questo ci pensano i folletti, per fortuna. I folletti sono abili grafici, quindi impostano tutte le pubblicità dei negozi di giocattoli per convincere gli indecisi dell'ultimo minuto. Grazie al cielo, sempre i folletti pensano a recuperare tutti i giocattoli e archiviarli ordinatamente nel magazzino di Santa Lucia, ce n'è uno in ogni paese di consegna. Volete sapere dove si trova quello del vostro paese? Beh, adesso siete un po' troppo curiosi!
Infine, dopo tutti i preparativi, arriva la notte tanto attesa. Nonostante la fatica del carico (Santa Lucia racconta che i regali non pesano, ma solo perché non li porta lei!) mi piace sembre uscire con il carretto dei regali. Ormai si è evoluto in un efficiente carrello semi-motorizzato, con tanto di rullo per il carico, come quello dei fienili per intenderci... mmmm, che bontà il fieno!! E per l'appunto, l'uscita per le consegne dei regali significa fieno a volontà, carotine croccanti, acqua fresca e tante altre bontà che voi bambini preparate con cura! E' bello entrare nelle vostre case e trovare una candelina accesa, il caffè per Santa Lucia (che altrimenti si addormenterebbe dopo la prima casa!) o i biscottini... mmm! Purtroppo a volte tutto queso mangiare mi provoca alcuni bisognini... e non riesco a trattenermi! Perdonatemi care mamme se troverete alcuni ricordini... sappiate che sono santi quanto quelli dei vostri bambini!
Beh, che dirvi di più? In effetti c'è ancora una cosa che vorrei dirvi: ricordate di essere ubbidienti, pazienti e generosi, mancano ancora pochi giorni alla notte di Santa Lucia e noi aiutanti siamo tutti in giro a controllare che siate buoni, altrimenti, tutti i vostri giochi si tramuteranno in brutto e inutile carbone!

Ps- Se quest'anno volete aggiungere dei cereali con latte tiepido, gradirò certamente!